- - Diciamo la verità: nelle ultime estati, ogni tanto, capitava di pensare che
si stesse un po' esagerando. Non c'era, ormai, una settimana di sosta, tra una stagione agonistica e l'altra, tanta era la farcitura di competizioni fra metà giugno e inizio settembre; e non tutte sembravano imperdibili. Sacrosanti gli Europei/Mondiali/Olimpiadi senior; sostanziali gli Europei/Mondiali giovanili; interessanti il Torneo dell'Amicizia U15 e il Trofeo U14 in Slovenia; quando però si arrivava alle qualificazioni europee U18 3 x 3, e ad altri innumerevoli eventi minori, vieppiù numerosi d'anno in anno, si tendeva a provare un certo senso di saturazione, almeno da parte di chi cercava di seguire tutto.
Un cartellone sempre più gonfio, e costoso (chiaro, finché pagava il privato, poco da eccepire...), con un riscontro d'interesse che non pareva sempre valer la candela. Ma non avremmo mai auspicato una nemesi del genere.
- Ci ritroviamo ora, in quest'estate 2020 maledetta da Iddio, a celebrare lo "Skills Challenge" U17 come unico evento giovanile competitivo, pallido surrogato del Mondiale U17 in Romania. Quanto rimpiangiamo l'indigestione di ieri, mille volte meglio del digiuno di oggi! Il senso di disorientamento è totale. Giacché il peggio che potesse capitare, fino a pochi mesi or sono, erano i fallimenti e i rovesci sul campo: sconfitte rovinose, delusioni cocenti (ma spesso ci andava di lusso, almeno nelle giovanili); oppure fegati rosi dal confronto con la concorrenza di pallavolo e calcio (la scorsa estate fu una tortura, da questo punto di vista). Ma era un paradiso in confronto all'annullamento d'ogni attività, in questa
vuota estate che ci lascia solo discussioni da bar, tanto più surreali quanto più vertono ossessivamente su un argomento (il virus) che in realtà è sconosciuto a tutti, persino agli esperti. Eppure si ostentano sicurezze come se non avessimo fatto altro che affrontare virus, prima d'ora: "Bisogna fare così", "No, cosà", "Coglione il governo", "No, stronza l'opposizione", "Succederà così, è sicuro", "Non capisci un c..., sarà tutto il contrario". Sì, qualcuno per forza avrà azzeccato, alla fine. Ma sarà stato per caso. Per giudicare seriamente, soprattutto per fare previsioni, ci vorrebbe un'esperienza di qualcosa di simile in passato, altrimenti su cosa ci si basa?
-
L'unica cosa che si è capito con sicurezza è che stando lontani l'uno dall'altro si rischia di meno: belìn, c'erano arrivati già quei poveracci degli uomini del Medioevo. Su tutto il resto la scienza si sta accapigliando come nelle parodie dei fumetti Disney, quando succede qualche evento strano a Paperopoli, i politici riuniscono gli scienziati per valutare il da farsi e dopo un attimo finisce in rissa.
Per quanto ne sappiamo, potrebbe darsi che ci stiamo infliggendo precauzioni inutili; o può darsi, all'estremo opposto, che nei mesi scorsi siamo stati responsabili involontari della morte di qualcuno, se da asintomatici abbiamo trasmesso il contagio a qualcun altro che l'ha pigliato nella forma più grave.
- E allora?
L'ignoto impedisce di essere razionali. Restiamo sospesi nell'incertezza fra una normalità che in parte è tornata ma ancora lungi dal ricomporsi, e la paura di tornare indietro a passo di gambero, oppure di essere già entrati, senza ritorno, in una nuova realtà peggiore della precedente. Incertezza e paura più che speranza e voglia di rifarsi del tempo perduto; oppure deliberata o inconsapevole alienazione in un'estate che si vorrebbe far durare all'infinito, senza che arrivi il settembre della resa dei conti (cioè della risposta all'interrogativo più pressante: si potrà tornare alla vita normale?). Così, almeno, par di respirare in giro, sotto la pàtina dell'apparente gaiezza dei villeggianti che affollano ogni luogo dello Stivale più isole.
- Che brancoliamo nell'incertezza lo dimostra il fatto che tuttora
fatichiamo a interpretare dati e notizie che il sistema informativo ci riversa addosso, in un modo che sembra voler più allarmare, preoccupare, destar sensazione, anziché fotografare la realtà. Ma ai toni apocalittici potremmo ormai aver fatto la tara (e del resto non erano certo ingiustificati, all'inizio; anzi, si sottovalutò la portata di quanto era alle porte); resta però il problema dei contorni confusi di quanto quotidianamente viene comunicato, persino dei dati numerici che in teoria sarebbero quelli più oggettivi e indubitabili. E invece non lo sono perché manca, quasi sempre, il criterio per capire davvero il dato. Ad esempio, leggi "oggi 400 malati in più", magari accompagnato dal solito titolo ad effetto tipo "boom di contagi" (perché è tutto un 'boom', oppure un 'record', altrimenti probabilmente nessuno legge), e la reazione spontanea è l'ansia, il timore, il tremore; ma in realtà sono 400 positivi, di cui non sai esattamente quando e in che modo hanno fatto l'esame, se stanno bene o male (giacché molti non hanno sintomi), se la percentuale di contagiati e di ammalati seri stia tornando a crescere o meno; e poi non si ragiona sul fatto che 400, ma anche 1000, 1500, siano una parte minuscola della popolazione italiana. Insomma, pendiamo dai numeri come se fossero oracoli sul nostro futuro, ma non abbiamo una reale capacità di valutarli.
- Apparentemente non dovrebbe essere strano se aumentano i contagi, e in parte anche i ricoveri, in un periodo in cui la gente s'ammassa e gozzoviglia in ogni angolo d'Italia. Sarebbe come stupirsi se dopo Capodanno aumentano i ricoveri per ferite da petardi. Non s'era detto appunto: "proviamo a convivere col virus, mettendo in conto che aumentino i contagi"? Qualcosa ci sfugge nelle interpretazioni che vengono date in queste settimane, sempre allarmistiche, anzi paradossalmente in questi ultimi giorni più dai media che dagli scienziati e dai politici.
Eppure, razionalmente, se l'emergenza sanitaria non si ripete, che cosa rende il Covid-19 un pericolo peggiore di quelli che abbiamo sempre affrontato, dalle malattie d'ogni genere al terrorismo islamico, che fino a qualche anno fa sembrava dovesse farci saltare in aria tutti, e per certi versi era oscuro e imprevedibile come il virus, ma tuttavia pur spaventandoci non ci paralizzò? La risposta potrebbe essere: "il terrorismo non ha mai colpito l'Italia, mentre il virus sì"; ok, ma gli attentati ce li avevamo sott'occhio alle porte. C'è forse qualcosa di più profondo: che lottiamo contro una minaccia non umana. Ciò che è umano può essere crudele, feroce, devastante ma, sotto sotto, sai che avrà contorni in qualche modo definibili; avrà dei limiti; potrà essere combattuto e vinto. Non lo stesso si può dire con sicurezza dell'attuale minaccia.
- Ma tutto questo - come dicevamo - tende a venire nascosto, nella vita reale (cioè non quella da incubo dipinta dai mass media), da una superficie di normalità. In questi giorni d'agosto, dalle località di villeggiatura dove, se non fosse per le mascherine (di quelli che le usano...) e per gli onnipresenti cartelli con le precauzioni anti-Covid, sembrerebbe tutto uguale al solito, con le solite mandrie di cittadini esportate in riviera o sui monti,
i socials si popolano di foto di giocatrici in versione balneare (soprattutto) o escursionistica. Una visione che sul piano prettamente estetico non dispiace, se non fosse che ci ricorda come gli scorsi anni molte di esse, in questi stessi giorni, pubblicassero immagini delle loro eroiche battaglie negl'inferni di cemento del 3 contro 3, oppure delle loro glorie in maglia azzurra, conquistate nei palazzetti di qualche località dell'Europa orientale, sotto gli occhi di aficionados come Ezio Parisato, Nonino, Silvia Zanetti e un manipolo di temerari genitori. E dunque c'è dell'amaro anche in ciò che sarebbe dolce.
- Ma adesso
stanno ripartendo gli allenamenti di A1 e A2; entro fine mese avrà ricominciato anche la B, in linea di massima; per le giovanili sembra promettersi inizio settembre. Insomma, manca poco e si capirà se anche quello sport che nella piramide sta sotto il già ripartito "show business" potrà davvero tornare alla vita, dopo gli scampoli di fine primavera/inizio estate con le ripartenze di allenamenti previi protocolli e limitazioni.
- A tal proposito di socials: una decina di giorni fa è apparso in Rete, come una cometa che annuncia il Messia, un
video di Chiara Ferragni, in cui la regina degl'influencer ed ex cestista dilettante s'esibiva in un'entrata in terzo tempo, effettuata probabilmente nel giardino di una sua villa di vacanze, con un canestro di quelli che si comprano al Decathlon o si ordinano con Amazon. Insomma uno spot straordinario, più possente di qualsiasi strategia comunicativa che la Fip o la LBF possano imbastire (come dire "va' che figata, provaci anche tu"); tuttavia, a differenza della pubblicità che la medesima Ferragni aveva fatto poche settimane prima per gli Uffizi di Firenze, provocando un'impennata delle presenze, nel nostro caso sembra che non se ne sia accorto nessuno.
- Sono magri trastulli estivi, in assenza della carne al fuoco che c'avrebbe fornito un'estate 2020 sotto l'egida dei cinque cerchi. Chissà di che umore saremmo stati durante e dopo l'
Olimpiade di Tokyo, cioè proprio in questi giorni di metà agosto (doveva finire l'8, la grande kermesse). Avremmo - con ogni probabilità - assistito ai soliti allori di altre discipline azzurre; alcuni dei quali ci avrebbero senza dubbio fatto piacere, ma con una punta d'amarezza per non saper mai, noi del basket, prenderci la nostra fetta di gloria, dopo Atene 2004. Se non altro, non avremmo subìto un'altra pestifera ondata di calcio femminile (le pedatrici non si sono qualificate per la kermesse olimpica), ma la pallavolo si sarebbe forse appesa ai petti la solita medaglia, magari stavolta nel femminile, magari stavolta d'oro, con audience da milioni sulle reti ammiraglie Rai. A loro i successi e a noi i processi, a meno che, per miracolo, Gallinari-Belinelli-Datome e soci avessero battuto la Serbia in casa sua nel torneo preolimpico, e poi avessero seguitato con i miracoli, in terra nipponica. Vogliamo bene ai nostri, ma era improbabile. Le femmine, come ben sappiamo, erano già fuori dai Giochi dopo l'incompiuta crespiana del 2019.
- C'era, più concretamente, un'altra occasione, e questa nel nostro beneamato femminile, cioè il
3 contro 3 debuttante ai Giuochi, se in marzo le nostre alfiere si fossero qualificate. Difficile ipotizzare un exploit da medaglia, ma anche se fosse andata mediocremente avrebbero portato un po' di basket nelle case dell'italiano medio (giacché con un canestro e una palla è pur sempre palla-canestro, con buona pace dei puristi), dopo tempo immemore.
Nel frattempo, nel bilancio dell'estate avremmo, probabilmente, registrato almeno un'altra
medaglia giovanile, la numero 14 (se non ricordiamo male) degli ultimi 13 anni. Indiziate principali le U18, con la già bi-dorata classe 2002 nella condizione ideale per fare tris, essendo annata principe della categoria. Ma anche le 2004, con le Villa, Zanardi e compagne, all'Europeo U16 potevano ben fare. Senza precludere nulla, ovviamente, alle U20 alle U17 dei Mondiali. Il piatto era ricco come non mai. Avremmo digerito ben volentieri i
soliti dibattiti sul "perché vinciamo sempre con le under ma non combiniamo niente con le senior": sarebbe significata almeno un'altra medaglia in bacheca.
- Invece niente, nada, niet, il vuoto. Avevamo, indubbiamente,
sperato che almeno ad agosto tornasse a rimbalzare la palla in contesti agonistici, non solo nelle partitelle randagie che si disputano nei campetti dello Stivale. L'astinenza pesava dopo qualche settimana, figurarsi ora che abbiamo superato i 5 mesi (le ultime partite femminili nel nostro Paese si sono disputate il 7 marzo). Dopo lo "sdoganamento" del basket (insieme agli altri sport di contatto) avvenuto ormai in tutta Italia fra fine giugno e metà luglio, dopo che erano balenate soluzioni tecnologiche come la mascherina speciale del Politecnico di Torino (quindi non da parte di cialtroni), dopo che si era detto "giochiamo all'aperto", si sperava di rompere il digiuno di competizioni prima di quel 4 ottobre che (virus permettendo) segnerà il ritorno alla vita agonistica con il via all'A1 e A2. [Aggiornamento: per l'esattezza, 24 settembre, inizio della Supercoppa di A1].
Aspettative deluse. Il raduno della Nazionale maggiore con mascherine e protocolli ferrei; adesso lo Skills Challenge rigorosamente in formato telematico a distanza; le finali del Fisb Streetball (il circuito italiano di 3 x 3) prima annunciate per inizio agosto, poi annullate perchè le regole non consentivano di organizzarle se non "con escamotages" (così hanno scritto).
Tutti segnali di congelamento dei passi avanti, se non di arretramento. Anche se ci giunge notizia del "salvataggio" dei MiGames 3x3, dopo Ferragosto a S. Margherita Ligure. "Chi si accontenta gode così-così", cantava Ligabue.
-
Vediamo di non scivolare nella depressione cosmica. Le Olimpiadi sono solo rimandate di 12 mesi (sempre virus permettendo). Europei e Mondiali giovanili sono persi per quest'anno, ma la giostra riprenderà prima che la carriera "under" delle nostre ragazze sia terminata (a parte le 2000 di Madera, che però si sono pasciute a sufficienza nelle stagioni scorse). Se tutto va bene, insomma,
sarà stata solo una parentesi, sfigata, maledetta quanto si vuole, ma una parentesi, di 7-8 mesi suppergiù. Come un infortunio collettivo che ci ha tolto il finale di una stagione e la relativa estate. Inedito, inaudito, ma non infinito.
- L'importante, anzi il fondamentale, è
riattaccare adesso la spina, che è stata brutalmente strappata quando stava arrivando il bello del concerto 2019/20. Bisogna farlo subito. Ma nessuno è in grado di garantirlo. Quest'estate è vuota non solo di eventi vissuti, ma anche di progetti, di pianificazioni, di sogni. O meglio, c'è chi li sta, meritoriamente, elaborando e costruendo; ma di solito ad agosto eri ragionevolmente sicuro di quello che sarebbe successo a settembre e poi nei mesi a seguire. Adesso hai solo speranze, e non meno timori.
-
Appare differente la situazione tra vertice e base. Il vertice, cioè A1 e A2, ma anche la B (almeno per quanto vedo in Lombardia), ha partorito
un'estate di mercato simile alle solite, come del resto nel maschile, dove però si partiva da premesse più solide. Risulta, sì, essersi verificato un calo degl'ingaggi, ma non l'apocalisse economica che si paventava nel pieno del lockdown. Non la scomparsa di metà delle partecipanti.
L'A1 ha perso due squadre ma le ha preventivamente
sostituite con due piazze non da poco: Campobasso e pure una Sassari estratta come un coniglio dal cilindro, trattandosi di una potenza del maschile quale il patron Sardara (e senza dubbio, sommando Sassari alle già presenti Venezia e Virtus Bologna, abbiamo ora tre top-club degli uomini all'interno del nostro piccolo mondo: notevole).
Quasi tutte le compagini hanno arruolato le canoniche
tre straniere, che immaginiamo non siano pagate con prodotti della terra ma con danari concreti. Insomma i soldi, non diciamo tanti ma bastevoli, ci sono ancora. Grazie al cielo, sia chiaro. E grazie anche al risparmio sui compensi della scorsa stagione; ma è evidente che non sarebbe stato sufficiente senza un'adeguata dose di ottimismo sulla fattibilità della prossima. O c'è qualche dinamica che ci sfugge, alla base di tutto ciò, oppure è un
mezzo miracolo. :unsure:
- Orbene,
è pensabile che gli sponsor abbiano garantito alle società il sostegno per l'annata, e le società a loro volta garantito i salari alle giocatrici, senza una ragionevole probabilità che la stagione si disputi? Ok, di fronte al virus non ci sono certezze; e dopo aver passato 8 settimane chiusi in casa, aver visto spostare le Olimpiadi, annullare il Palio di Siena, il Salone del Mobile di Milano e il Torneo di Binzago, mentre per mesi era formalmente reato giocare a basket, non consideriamo più nulla improbabile, neanche lo sbarco degli alieni; tuttavia confidiamo che l'ordine delle cose non sia così irrimediabilmente sovvertito da impedire un
progressivo ripristino della normalità, partendo appunto dal vertice, com'è giusto che sia dal momento che si tratta di persone che con lo sport ci lavorano; dopodiché si provvederà a chi con lo sport ci si diverte e basta.
- Allargando un attimo l'orizzonte: la
ripartenza dello sport professionistico, avvenuta già a metà giugno (il calcio più due o tre campionati di basket maschili) ma soprattutto tra fine luglio e inizio agosto, sta procedendo tutto sommato bene, nonostante le cassandre che - pure qui sul forum - sembravano pronte a godere se si fermava tutto di nuovo. Ok, si sono rischiate due tragedie nel weekend scorso, tra il ciclista Evenepoel precipitato da un ponte nel Giro di Lombardia e le moto impazzite che sono schizzate a un centimetro da Vale Rossi; ma non c'entravano col virus.
Per fortuna è passato il principio che, se uno viene trovato positivo, non succede che "si ferma tutto" (il mantra che c'ossessionava in primavera quando qualcuno azzardava timide ipotesi di ripartenza); semplicemente si mette in quarantena lui ma gli altri vanno avanti. L'auspicio è che si continui così; peraltro i casi sono stati pochi. Adesso vedremo (dal 27 agosto, secondo programmi) se per la
Supercoppa di basket maschile funziona tutto bene: potrebbe fungere da importante apripista anche per il femminile.
- Chiaro, tutto questo si regge in virtù di
protocolli costosi, che si può permettere solo chi genera proventi elevati, vedi l'Nba, il calcio europeo, il ciclismo e il tennis internazionali, la F1 e le moto, eccetera. Ma infatti questi sono sport, o categorie, che hanno premuto per terminare la stagione 2020, essendoci un interesse economico a farlo; laddove invece non sussisteva interesse, giacché sarebbe costato molto di più rimanere congelati per mesi e poi ripartire in una "bolla" iper-protocollata, gli attori del sistema si sono rassegnati a (o addirittura hanno premuto per) chiudere la bottega 2019/20. Invece l'interesse a far partire il 2020/21 c'è; e
con protocolli "ragionevoli" diventerà fattibile anche per chi non ha la pecunia dell'Nba.
- Insomma gli indizi fanno pensare che, se non succedono sconquassi, i campionati di vertice partiranno a inizio autunno come programmato.
Con o senza pubblico? Dipenderà probabilmente dall'andamento del virus, ma se non altro il femminile, da questo punto di vista... ha meno da perdere rispetto al maschile, :P visto che le porte chiuse o gli accessi limitati scalfirebbero in misura minima i bilanci (essendo, com'è noto, modeste le presenze, salvo una manciata di piazze, e ancor più modesti gli incassi da biglietteria).
Senza dubbio l'assenza di pubblico - lo vediamo negli sport d'alto livello che sono appunto ripartiti in questi mesi - crea un effetto surreale, cioè sembra tutto un po' artefatto, posticcio; o comunque è evidente che manca qualcosa: da che mondo è mondo lo sport agonistico prevede la presenza di spettatori dal vivo. L'Nba, fertile d'idee, propone il pubblico virtuale che compare collegato da casa, ma è poco meglio delle tribune spettralmente deserte del calcio o della Formula 1. Tuttavia, benedetto questo surrogato di sport, anziché il vuoto.
-
Per l'attività regionale (giovanile e senior) è un altro paio di maniche. Al momento siamo solo al livello delle buone intenzioni. Desta preoccupazione, a parte ovviamente la situazione tutt'altro che risolta dei contagi, l'apparente
decentramento delle decisioni, cioè la carenza di un coordinamento unitario, così come si nota nei provvedimenti riguardanti la vita di tutti i giorni. Sì, ogni tanto il governo (come nella questione della chiusura delle discoteche, 16 agosto) alza la voce e riprende il boccino in mano. Ma dopo la fine del lockdown, quasi tutto si è
frammentato nei tanti poteri locali. C'è il sindaco che già a metà giugno dava il permesso di far baldoria in piazza, così come di allenarsi nelle palestre, e quello, magari nel Comune a fianco, che blocca tutto ancora adesso ed è pronto a bloccare pure a settembre. C'è la federazione che è già ripartita con le gare, o almeno che ha già fissato un calendario, e quella che resta ferma. Quella col protocollo lassista e quella col protocollo draconiano.
-
Conseguenza inevitabile di questo "ordine sparso"? La fiera dell'Est (o del West), cioè i più scaltri ad allungar la mano, o più tenaci nel protestare, o più fortunati nel trovare l'interlocutore giusto, ottengono permessi, gli altri stanno fermi. A macchia di leopardo, in giugno-luglio si sono viste società allenarsi quasi normalmente e altre rimanere in paralisi forzata. Qualcuno è anche riuscito a organizzare torneucci non ufficiali (per non dire semiclandestini).
- In una tal confusione, in cui è arduo per ogni società capire a chi rivolgersi e quali norme deve rispettare (nazionali? regionali? comunali? rionali?), il
problema della disponibilità degli impianti scolastici - giustamente sollevato da tanti - è ancora più grave. Le scuole di tutt'Italia sono preda, in queste settimane, dell'urgente problema di mettersi a norma per la ripartenza. Si è parlato in abbondanza dei "banchi a rotelle" della ministra Azzolina, per il suo lato comico (anche se fa meno ridere pensare a quanti danari pubblici verranno spesi nel loro acquisto), ma si parla poco della quantità abnorme di lavori di adeguamento dei locali, in gran parte ancora da progettare, figurarsi eseguirli nelle 4 settimane scarse che mancano all'inizio dell'anno scolastico (che diventano meno di due se si considerano i corsi di recupero, programmati al via per l'1 settembre). Questa è realtà, non invenzione allarmistica.
- Tralasciamo la questione della
greppia immensa di soldi pubblici sottesa a questa mole di lavori (decine di migliaia di euro per ogni scuola; potenzialmente una macchina di mercimonio tra le più massicce della pur gloriosa storia italica in materia: come in tanti altri àmbiti paga Pantalone, ma Pantalone è un pozzo senza fondo?) e concentriamoci su ciò che c'impelle, ovvero appunto la disponibilità delle palestre per il basket.
I
dirigenti scolastici, volgarmente detti prèsidi, sono con l'acqua alla gola per tutte le incombenze sul loro collo; debbono trovare spazi per l'attività scolastica a tutti i costi, onde rispettare le norme sul distanziamento; sembra inevitabile che varie palestre finiscano adibite ad aule, così come è inevitabile che il primo impulso dei suddetti dirigenti sia quello di mandare a quel paese le società sportive che si presenteranno, cappello in mano (a volte in modo anche meno educato), a chiedere ore pomeridiane per i loro allenamenti.
-
Necessario, quindi, che intervenga qualcuno. Ma chi? Le autorità politiche o quelle sportive? E, in entrambe le categorie, quelle locali o quelle nazionali? (traduzione: il sindaco o il ministro dello Sport? La Fip regionale o quella centrale? O il Coni?) Il timore è che se le società non mettono in conto di coalizzarsi per protestare, subiranno e basta. Ammesso che le proteste bastino, perché quando si alza il muro del "non si può, c'è il virus", è dura scalfirlo.
- Altro nodo spinoso è la "
responsabilità", strettamente connessa al rischio. Un mantra che si sente ripetere da mesi è "ma chi si prende la responsabilità?" (di far riaprire le palestre, di far giocare le partite, eccetera). Be', non è facile, quindi massima comprensione per tutti; ma qualcuno se la deve prendere, e secondo evidenza non dovrebbe esserci un rischio eccessivo di vedersi accollata la colpa di eventuali contagi (fra giugno e luglio, non ci risulta essere accaduto nulla in tal senso); ci pare invece ipocrita considerare troppo rischioso prendersi la responsabilità per attività organizzate, mentre nel frattempo si lascia che i giovani pascolino allo stato brado, con possibilità di contagi teoricamente ben superiori.
- E' di stretta attualità il nodo del credito d'imposta per le sponsorizzazioni sportive, fortemente caldeggiato dalle società per parare il contraccolpo dei dissesti post-Covid. Incentivando le imprese si preverrebbe una fuga di chi c'era già e magari si attrarrebbe qualche investitore nuovo. Ma la risposta del governo, in questi giorni, non soddisfa le società prettamente amatoriali, in quanto, nel DL d'agosto, si prevede un "
credito d'imposta pari al 50% degli investimenti effettuati a decorrere dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2020", per un investimento minimo di 10.000 euro (e va bene), con una dotazione finanziaria ad esaurimento pari a 90 milioni di euro (e va meno bene, ma meglio di niente), ma, viene specificato,
i beneficiandi devono avere realizzato in Italia, nell’anno d’imposta 2019, ricavi per un importo compreso tra 200 mila euro e 15 milioni di euro. E va da sé che pochissime realtà, fra quelle che bazzicano il nostro femminile, soddisfano tale requisito... Chiaro che in seguito potranno esserci aggiustamenti e migliorie nel provvedimento, ma attualmente non è possibile contare su questa risorsa.
- Senza dubbio non giova la
frattura creatasi fra il ministro Spadafora e gli organismi sportivi dopo la ventilata "riforma dello sport" presentata dall'esponente pentastellato. Possiamo disquisire sulla bontà o meno dei contenuti (idealmente molti sono d'accordo sul limite dei 3 mandati per i presidenti), tuttavia in un momento in cui regna la precarietà, non pare una gran strategia quella di creare una spaccatura difficilmente sanabile, che mette i bastoni tra le ruote allo sforzo comune di ripartenza. Una guerriglia che indebolisce ambo i fronti è il contrario di quello che servirebbe. E le rivoluzioni possono anche essere belle e nobili, ma se non hai la forza di condurle sei solo velleitario.
- Non è questa la sede per ammorbare con opinioni personali sul
governo, sul Comitato tecnico-scientifico, sulla diatriba tra allarmisti e negazionisti eccetera; tuttavia ci sono almeno
tre dati di fatto che suscitano inquietudine e malfidenza:
1) il governo attuale nacque 12 mesi fa da un clamoroso voltafaccia di chi l'ha formato, che passò con disinvoltura dal giurarsi odio eterno al mettersi insieme;
2) fino a metà febbraio il governo giurava "siamo prontissimi a fronteggiare il virus", il che si è tradotto in 35.000 morti, sesto totale al mondo nella classifica attuale, e in un lockdown di 8 settimane, in cui eravamo preda di panico, lutti e perdita di lavoro;
3) la pandemia ha trasformato un governo zoppicante, sull'orlo della caduta, in un governo dotato di poteri vasti come mai prima, per non dire assoluti.
Il punto 1 significa che, se già per definizione la parola del politico è come la promessa del marinaio, questo governo è per sua natura all'insegna del "ciò che dico oggi vale zero domani"; il punto 2 indica che siamo come viandanti costretti ad affidarsi alla stessa guida che li ha appena portati a sbattere rovinosamente (pur con tutte le attenuanti del mondo, considerando la dimensione planetaria della sciagura; ma è l'ostentata sicumera della vigilia ad essere risultata fallace: anche qui siamo al problema di parole scritte nella sabbia); il punto 3 suggerisce che il perdurare dell'emergenza faccia l'interesse del governo (e del Comitato tecnico-scientifico) più che il terminare dell'emergenza stessa.
- Ma fidandoci pure che il combinato governo-CTS agisca per il meglio, è innegabile che
ammassare leggi, regole, protocolli, paletti, normative rientri appieno nell'antica tradizione italiana, come notava già Dante, e poi Manzoni; e scendendo un po' più in basso, un politico suicida ai tempi di Tangentopoli, Sergio Moroni, nella sua lettera d'addio - che immaginiamo sincera - scrisse: "
C'è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non potranno essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste regole".
Traduzione: io fisso diecimila regole, sapendo che è impossibile rispettarle tutte alla lettera; così con gli amici e i più furbi/potenti mi metto d'accordo per chiudere un occhio e anche due, mentre chi non è amico né furbo/potente lo azzoppo a piacimento, per violazione delle regole medesime.
E questo avviene in situazioni normali. Figurarsi in un periodo come questo, in cui chi comanda può decidere di non farti più uscire di casa, di non farti più lavorare, di non farti più andare a scuola, ecc. ecc. Il che, in teoria, può essere sacrosanto (nell'ottica sanitaria), ma
siccome poi conta l'applicazione concreta di ciò che è permesso e ciò che è vietato, ecco che qualcuno guadagna e qualcuno perde, qualcuno fa attività e qualcuno sta bloccato, in una riffa selvaggia in cui ogni riferimento precedente è crollato, e ognuno lotta per la sopravvivenza "pro domo sua".
- Ma del resto
la diffidenza è insita nel nostro tessuto sociale (per altri versi improntato alla cordialità, alla voglia di stare insieme e d'aiutarsi a vicenda; cioè non siamo certo peggio della maggioranza dei popoli), perlomeno per quanto riguarda le dinamiche cittadino-Stato. Il lavoratore autonomo diffida dell'impiegato pubblico, ritenendolo un fancazzista mangia-stipendio; a sua volta l'impiegato pubblico diffida del lavoratore autonomo, sicuro ch'egli sia un evasore fiscale incallito. C'è sempre l'impressione che molti di quelli che piangono miseria tengano abbondanti danari sotto il materasso. L'impressione che chi punta il dito per farti rispettare la regola sia il più lesto nel violarla senza farsi beccare.
- E dunque per nulla ci hanno stupito, in questi mesi,
notizie di furberie assortite, consci che persino se esplodesse una bomba atomica vi sarebbe chi, già poche ore dopo, troverebbe come approfittarsene. Abbiamo sentito di supermercati che, pur lavorando a stantuffo anche durante il lockdown, hanno messo in cassa integrazione i dipendenti regolari, sostituendoli con lavoratori a cottimo sottopagati; abbiamo sentito di negozianti e imprese, sull'orlo del fallimento già prima, che hanno pigliato il contributo statale, quello da svariate migliaia di euro (erogato dalle banche), in teoria da restituire nei prossimi anni ma è assai improbabile che loro saranno ancora in piedi e quindi hanno preso, ma non restituiranno. Abbiamo sentito, già prima dello "scandaletto" che ha coinvolto certi politici nei giorni scorsi, di professionisti da 10.000 euro al mese che hanno intascato rapidi i 600 euro di sussidio statale.
- Nel basket, non erano passati quindici giorni dallo stop dei campionati, che
Petrucci rinfacciava ad alcune società (parliamo di maschile) di voler cancellata la stagione fingendo motivi sanitari ma in realtà per motivi economici, oltre che per salvare la ghirba non retrocedendo. E la
Giba, il sindacato giocatori, accusava le società stesse di voler abbassare la serranda per non pagare più le maestranze, ovvero giocatori e staff. Amaramente s'è constatato che a molti faceva giuoco fermare tutto: meno danari persi, nessun rischio di retrocedere o comunque di fallire mentre il rivale festeggiava.
In realtà sono tutte situazioni in cui nessuno ha violato leggi, casomai ha approfittato di opportunità; e chi è senza peccato scagli la prima pietra; ma come fa uno a fidarsi di ciò che viene dichiarato in pubblico, se poi dietro le quinte succede ben altro?
- Tuttavia l'eccesso di diffidenza sarebbe ottuso quanto la bonaria fiducia nella bontà altrui. Poniamo pure che tutti siano in buona fede, onesti combattenti per la causa che ritengono più nobile. Ma è evidente che, a tutti i livelli (politica, scienza, giornalismo, cittadini comuni), è avvenuta una
perniciosa spaccatura in due fazioni, una che acuisce e una che sminuisce la portata del virus, in modo così radicale e così prevenuto che ogni accertamento della verità diventa impossibile. Due clan che s'insultano a vicenda e s'accusano d'ogni colpa a partire dalla creazione dell'uomo sino ai giorni nostri. Situazione da "
guelfi e ghibellini", anche questa intimamente connessa alla nostra classica tradizione; e tuttavia vista la melma in cui siamo, sembra vieppiù sconcertante che l'obiettivo di molti - come notavamo già all'inizio del discorso - sembri dimostrare di aver ragione e smerdare il nemico, anziché risolvere il puttanaio generale.
- Tutto quanto detto finora significa che
la ripartenza del nostro sport nasce da precarie premesse ed è affidata a un tale contesto, per cui non resta che pregare (per i credenti) o sperare che i dadi della sorte rotolino su numeri meno disgraziati di quelli che sono usciti da febbraio 2020.
- Lasciando l'alta filosofia e scendendo più terra-terra (andando verso la conclusione), un altro grande dubbio che non lascia tranquille le società è:
quanti ne ritrovo, dei miei ragazzi e ragazze (parliamo ovviamente di giovanili), una volta che riesco a ripartire? Altra situazione inedita che non consente di fare previsioni. Allo stato attuale,
il genitore medio - che alla fin fine è il cliente pagante - si trova in questa spinosa situazione: non sa se a settembre avrà un lavoro (o, se lo ha di sicuro, potrebbero cambiare le modalità di svolgimento e soprattutto gli introiti); non sa se i figli potranno andare all'asilo/a scuola (nonostante le rassicurazioni delle autorità); non sa se ripartiranno tutte le attività organizzate che farcivano i pomeriggi della loro prole. In queste condizioni dovrebbero cacciar fuori 300/400/500 euro pagando anticipatamente la stagione sportiva intera, sulla quale non vi sono certezze, dopo che hanno pagato intera la stagione scorsa, fruendone due terzi senza venire rimborsati del terzo mancante? (Ok, qualcuno l'ha fatto, ma parlo della maggioranza dei casi).
- Oltre al punto di vista dei genitori,
c'è quello dei ragazzi. Non vorrei che i suddetti, in questi 4 mesi di libertà allo stato brado, tra le uscite con gli amici e 4-5 ore al giorno sul divano fra Instagram e le serie tv su Netflix,
si fossero accorti che tutto sommato si sta meglio così, con la promozione regalata anche se non hanno studiato una mazza, e la licenza di pascolare in giro con i coetanei, anziché stare sottoposti alla disciplina delle attività organizzate dagli adulti, magari col fiato sul collo dei genitori che gli rompono le palle perché non hanno la media del 9,5 a scuola, non suonano il pianoforte come Mozart e non segnano 20 punti a partita; tralasciando gli allenatori o dirigenti che mettono certe loro fissazioni personalissime davanti agli interessi della clientela (cioè ragazzi e famiglie).
Noi ce li immaginiamo inconsolabili, i nostri giovani, a raccattare i cocci dei propri sogni sportivi infranti dall'annullamento della stagione scorsa, tremebondi d'incertezza per il futuro, ma forse loro se ne sono fatta una ragione e non fremono dalla voglia di tornare al guinzaglio. Se è così, motivo in più per riattaccare la spina il prima possibile.
- Su come riattaccarla sul piano agonistico, infine, avevamo avanzato già tempo addietro la
proposta di spezzare la stagione in due parti, una di ripresa e conclusione della precedente (ottobre-dicembre), l'altro con la nuova annata vera e propria (da gennaio 2021). Parliamo di campionati regionali e giovanili, per chiarire. Non ci pare sia mai stata presa in considerazione l'idea, e accettiamo pure l'ipotesi che sia impraticabile. Il concetto di fondo dovrebbe essere, però, che bisogna essere pronti a ogni eventualità ed essere
in grado di salvare il salvabile, ossia evitare di trovarsi per il secondo anno di fila con una stagione annullata. In tal senso, eventi brevi con qualcosa in palio sarebbero più adatti del classico "campionatone" da 9 mesi. Se non sarà così, perché tutto scorrerà liscio, tanto meglio.
Di sicuro, se sarà lecito fare basket e ci si ributterà in pista con coraggio, potrà forse andare storto qualcosa, ma se ci si tirerà indietro si perderà sicuramente tutto.
Comunque sia, non potremo avere pace sinché il basket come l'abbiamo conosciuto e frequentato da sempre non avrà ritrovato diritto di cittadinanza in questo nobile ma attualmente sventurato Paese.