Segnalation. Su Superbasket di oggi c'è l'ennesimo inserto (evidentemente pagato dagli organizzatori e redatto da persone del posto) sugli Europei di Chieti. Ad esempio c'è Di Marco che enumera i pregi del turismo sportivo, un altro tizio che parla di "decine di migliaia" di prenotazioni già ricevute dagli alberghi locali, ecc. Tutto bene, solo un paio di dettagli sono un po' discutibili.
Il primo: si dice che "è prevista l'affluenza di oltre 100.000 spettatori" totali agli Europei. Ma per favore. Già 50.000 sarebbero un bel successo. Anche ammesso che ci siano 3-4.000 spettatori alle partite dell'Italia, e ponendo che l'Italia giochi 6 partite, ne abbiamo circa 25.000. Ma le partite tra le altre nazionali, se avranno 800-1.000 spettatori sarà già tanto... Forse qualcuno si ricorda, l'ultima volta che s'è organizzato un Europeo da noi (Perugia 1993) che vuoti pneumatici c'erano sugli spalti... Ammettendo pure che da allora le squadre sono raddoppiate (da 8 a 16) e che a Chieti siano più bravi nel marketing che a Perugia, 100.000 resta una cifra fuori dal mondo.
Il secondo: c'è una foto di atlete in maglia azzurra che attorniano un bimbo. La didascalia recita: "Le ragazze della Nazionale coccolano un... rinforzo d'eccezione e quasi un simbolo per una squadra giovane, motivata, in piena crescita e che farà certamente leva sul fresco talento delle sue giocatrici per onorare al meglio il ruolo di nazionale ospitante, fra il calore della gente di Chieti, della sua provincia e di tutta Italia". :o: Un po' retorico, ma in fondo l'ottimismo ci vuole. Il problema è un altro: quella nella foto è la nazionale under 16...
Ovviamente Superbasket pubblica tutto senza il minimo controllo redazionale. Ma va bè. Se i fondi di Di Marco sovvenzionano la rivista, tanto meglio per tutti. Però mi aspettavo la seconda puntata della storia recente del basket femminile italiano, scritta da Giovanni Lucchesi, e invece niente, solo una paginucola di mercato (con notizie vecchiotte, ad esempio manca quella sulla rottura tra Silva e Indiana University, giusto una cosa da niente...) e una per il calendario di A1.
Da quando Giancarlo Migliola ha lasciato Superbasket per tentare la sfortunata avventura di Dieci, le pagine del femminile sono senza responsabile e si vede: tutto è affidato a corrispondenti esterni, pur validi ma manca una mente pensante che organizzi il materiale, è tutto un po' casuale.
Comunque sempre meglio di Dream Team, che nel numero di settembre non ha messo manco una riga di femminile.
mercoledì 29 agosto 2007
sabato 18 agosto 2007
Amarcord mica (2): Vicenza batte Semionova nel 1985
AMARCORD MICA - 2^ puntata
Scopo di questa rubrica a comparsa intermittente, ricordo, è quello di rievocare eventi del passato, rigorosamente non vissuti in prima persona, ma solo per sentito dire, come si conviene a un buon giornalista di oggi. Clicca qui per la prima puntata.
1985 - VICENZA PIÙ FORTE DEL GIGANTE SEMIONOVA
LA DINASTIA – Può suonare incredibile, oggi che le squadre italiane faticano a superare la prima fase in Eurolega, ma negli anni ’80 avevamo un club, Vicenza, capace di vincere per 5 volte, di cui 4 consecutive, l’allora Coppa dei Campioni. :woot: Il rovescio della medaglia era che il campionato di casa nostra era già assegnato prima di giocarlo, visto che lo squadrone veneto perdeva sì e no una o due partite a stagione, ma di certo la nostra formazione-faro ci rendeva orgogliosi in Europa. La dinastia cominciò nel 1983 a Mestre con la vittoria dello Zolu (il primo dei tre sponsor che accompagnarono la grande cavalcata) di Piero Pasini sull’Agon Dusseldorf e finì una sera di marzo del 1989, a Firenze, quando l’ormai declinante potenza targata Primigi fu detronizzata dell’astro nascente Razija Mujanovic, che con 35 punti trascinò il suo Jedinstvo Tuzla alla vittoria in finale sulle vicentine.
In quell’anno, segnato da una crisi economica da cui il club non si è più realmente ripreso, le ragazze allenate da Aldo Corno persero anche il trono in Italia, a favore di Priolo; poi, dopo l’effimero titolo ’90 di Cesena, che nel frattempo aveva “soffiato” a Vicenza la superstar Pollini, iniziò la nuova dinastia della Comense, con l’altra giocatrice-simbolo di Vicenza, Fullin, qualche anno dopo raggiunta in Lombardia dalla stessa Pollini. Ma questi ormai sono gli anni Novanta: torniamo al decennio precedente.
IL “MOSTRO” - Delle 5 coppe Campioni messe in bacheca da Vicenza, la più bella fu probabilmente la seconda, quella dell’85, con lo sponsor Fiorella, perché segnò un’epocale vittoria contro le storiche dominatrici della competizione: le sovietiche (oggi sarebbero lèttoni) del Daugawa Riga, che si erano aggiudicate 19 edizioni sulle 27 fino allora disputate, una cifra ancora più impressionante se si pensa che nel ’76 e nell’80 (ovvero gli anni olimpici da quando il basket femminile era stato ammesso ai Giochi) le squadre sovietiche non parteciparono alle coppe europee per prepararsi con la nazionale. Giocatrice-simbolo del Daugawa, nonché dominatrice assoluta del basket anni ’70-inizio ’80, era Uliana Semionova (scriviamo il cognome come si pronuncia, ma si usano anche le grafie Semeonova e Semenova). In un’epoca in cui il basket femminile non era esattamente caratterizzato dal dinamismo e dall’alta velocità, i suoi 213 centimetri (secondo altre fonti 210, secondo altre ancora 215 o addirittura 220) per 130 chili o giù di lì erano assolutamente immarcabili per qualsiasi avversaria (oltre a creare un invalicabile muro difensivo), tanto più che allora la statura media era una decina di centimetri inferiore a quella attuale. Nelle foto dell’epoca, non si vede una sola giocatrice che le arrivasse sopra le spalle... :eeh!:
Descritta dai cronisti di allora come una specie di armadio semovente, non il massimo dal punto di vista spettacolare, disponeva tuttavia di una tecnica di tutto rispetto. A quei tempi, insomma, complice anche l’appartenenza all’”orso” sovietico, Semionova era sinonimo di spauracchio per eccellenza dalle nostre parti. C’è chi dice che la sua mole fosse il prodotto di esperimenti dei laboratori sovietici, e in effetti quelli erano anni di terribile doping di Stato, però questa storia sembra quella di Frankenstein, per cui dubitiamo della sua attendibilità. Fatto sta, comunque, che tra Semionova e il mostro di Frankenstein c’era una certa somiglianza...
SUPERPOTENZE - A 33 anni, tuttavia (classe 1952), Uliana appariva ormai in declino, sebbene pur sempre temibilissima. La prima crepa l’aveva aperta, nel 1983, l’Agon Dusseldorf eliminando il Daugawa in semifinale, prima di perdere contro Vicenza nell’atto conclusivo. Nell’84 poi le sovietiche avevano, come detto, saltato la competizione e così si ripresentavano per la rivincita nell'85, anno in cui Gorbaciov saliva al potere in Unione Sovietica e invece noi eravamo nel bel mezzo del lungo governo Craxi, :sick: protettore politico di un rampante imprenditore milanese, tale Berlusconi, che in quegli anni creava, o rilevava, una tv privata dopo l'altra, creando l'asse portante del suo impero. Tornando alla coppa Campioni, le due grandi favorite rispettarono il pronostico, qualificandosi per la finalissima.
A quei tempi, per concentrare l’interesse e ridurre i costi, le finali delle due coppe femminili (Campioni e Ronchetti) si giocavano una dopo l’altra nello stesso luogo, e quell’anno, il 13 marzo, la sede era Viterbo, dove dopo la sfida che valeva il titolo europeo, le padrone di casa delle Bata avrebbero conteso al Cska Mosca la coppa Ronchetti. Doppio confronto Italia-Urss, dunque, ovvero le espressioni del campionato più forte (grazie alle americane super che arrivavano da noi a quei tempi: tanto per dirne due, a Trieste c’era Lataunya Pollard che una volta ne fece 99 in una partita, a Milano Valerie Still che ne piazzò 88 in un’occasione: nel nostro campionato di oggi non c’è nulla di simile – :B): NB: qui non stiamo rivangando la vecchia questione se il livello fosse più alto o meno, oggettivamente però quelle due e varie altre erano il meglio del meglio per quei tempi, vere aliene calate in mezzo alle mortali, anche perché, incredibile al confronto di oggi, c'era solo una straniera per squadra :o: ) contro quelle della miglior nazionale. Più o meno anche nel maschile era così, con la “piccola” differenza che il campionato italiano, che nell’85 vide il primo di 3 successi consecutivi di Milano, era secondo a lunghissima distanza da quell’Nba che a quei tempi sembrava un mondo lontano e irraggiungibile (era l’epoca di Magic Johnson e Larry Bird, Jordan agli esordi, Jabbar e Erving in declino).
LA SFIDA - Uno sguardo alle formazioni di Daugawa-Vicenza. Nelle sovietiche, dopo il “totem” Semionova, le giocatrici più in vista erano le ali Brumermane e Grinberga. Le venete, pur avendo perso rispetto alla stagione precedente la storica pivot Wanda Sandon e Cinzia Zanotti, avevano un organico stellare: l’americana Janice Lawrence, la canadese Bev Smith, il play Lidia Gorlin, la guardia Mara Fullin e poi quella Catarina Pollini, ala di 1,94, che a 19 anni era già considerata uno dei massimi talenti del basket europeo, tanto che due anni prima (a 17!) era stata incoronata miglior giocatrice del continente dalla Gazzetta dello Sport. Dalla panchina Peruzzo e Passaro, indisponibile Stanzani.
La partita è di vibrante agonismo, anche se la tensione produce molti errori: Vicenza tira male (26/61 dal campo, da notare l’unico tentativo da 3: il tiro pesante era appena stato istituito e si usava col contagocce...), il Daugawa meglio (21/42) ma in compenso perde 18 palloni di fronte alla difesa aggressiva delle italiane. Il tema tattico è semplice: la Fiorella punta sul maggior dinamismo, pressare tagliando i rifornimenti a Semionova, correre il più possibile per sfruttare la staticità delle avversarie, compensare con la grinta l’inferiorità in centimetri; esattamente l’opposto per Riga.
E sono le mosse di Aldo Corno ad avere la meglio. Lawrence recupera ben 6 palloni intercettando a suon di balzi i “lob” alquanto prevedibili diretti a Semionova, anche Smith e Passaro fanno un gran lavoro in difesa, in sostanza è sempre Vicenza a comandare pur senza mai riuscire a dilagare per via delle basse percentuali, peraltro rese tali anche dalla minacciosa presenza della torre lèttone. Ma alla fine è trionfo: 63-55. Migliore in campo Lawrence che fa 22 punti (8/17 da 2 e 6/10 ai liberi, 7 rimbalzi e 6 recuperi), 14 per Gorlin, solo 9 (con 4/12) per una Pollini non nelle migliori condizioni, che però è la miglior rimbalzista con 9; poi 8 punti (3/4 al tiro) per Fullin, in campo con un dito fratturato, 6 (con 3/8) per una Smith così-così, 2 a testa per Passaro e Peruzzo.
Dall’altra parte Semionova fa il suo: 25 punti con 11/18 da 2 e 3/4 ai liberi, 9 rimbalzi e ben 9 stoppate, ma non riesce mai a dominare la partita. E delle compagne nessuna riesce ad andare in doppia cifra. La presenza della gigantessa, alla fine, è troppo condizionante per la squadra, che troppe volte si ferma ad aspettarla, puntando tutte le sue carte sui servizi alla “pivottona”, come se alle altre non fosse concessa libera iniziativa.
FINE DI UN’EPOCA – Per la cronaca, nella partita successiva il Cska riscatta l’orgoglio sovietico battendo Viterbo, mostrandosi pronto a soffiare al Daugawa lo scettro di campione Urss. Una finale, quella tra Vicenza e Riga, che segna la fine dell’era-Semionova e del tipo di basket che per un quindicennio la sua presenza aveva imposto. È vero che tra fine anni ’80 e inizio ’90 ci sarà il regno di Razija Mujanovic, un altro pivot dominante e non certo leggiadro, ma all’interno di un modo di giocare più rapido. Le migliori lunghe attuali, poi, anche quelle intorno ai due metri, sono in grado di sprintare a tutto campo e tirare da fuori, vedi Lauren Jackson, Maria Stepanova o Ann Wauters. La “superlunga” non è più una garanzia, vedi Margo Dydek che con i suoi 2,15 (o giù di lì) è stata una giocatrice importante tra fine anni ’90 e inizio 2000, ma non è mai stata una dominatrice assoluta.
Quello di Semionova fu comunque un degno crepuscolo: pochi mesi dopo, infatti, la sua Urss sbancherà proprio in Italia (a Treviso) gli Europei ’85; e due anni dopo Uliana troverà il modo, alla faccia di chi la dava per finita, di trascinare quasi da sola il Daugawa, con un “quarantello” abbondante, alla vittoria nella finale di coppa Ronchetti contro Milano (eterna seconda in Europa come in Italia: 3 finali di Ronchetti perse di fila prima di vincere finalmente nel ’91... e sciogliersi poco dopo). Si è ormai all’87 e con le riforme di Gorbaciov la cortina di ferro si allenta, così Semionova, quell’estate, si trasferisce in Spagna al Tintoretto dove può “monetizzare” assai meglio che in patria gli ultimi scampoli di carriera.
Ma intanto, quel marzo ’85, la sentenza del campo era stata chiara e tonda: il basket di club migliore d’Europa era il nostro. Altri tempi davvero, anche perché nel 1985, con il muro di Berlino ancora solido, pensare che in futuro i club russi sarebbero tornati a dominare grazie alle straniere sarebbe stato da pazzi: ma magari tra altri 20 anni torneremo noi sul trono... :rolleyes:
Immagini dalla finalissima di Viterbo con le vicentine che cercano di valicare il muro-Semionova.
Scopo di questa rubrica a comparsa intermittente, ricordo, è quello di rievocare eventi del passato, rigorosamente non vissuti in prima persona, ma solo per sentito dire, come si conviene a un buon giornalista di oggi. Clicca qui per la prima puntata.
1985 - VICENZA PIÙ FORTE DEL GIGANTE SEMIONOVA
LA DINASTIA – Può suonare incredibile, oggi che le squadre italiane faticano a superare la prima fase in Eurolega, ma negli anni ’80 avevamo un club, Vicenza, capace di vincere per 5 volte, di cui 4 consecutive, l’allora Coppa dei Campioni. :woot: Il rovescio della medaglia era che il campionato di casa nostra era già assegnato prima di giocarlo, visto che lo squadrone veneto perdeva sì e no una o due partite a stagione, ma di certo la nostra formazione-faro ci rendeva orgogliosi in Europa. La dinastia cominciò nel 1983 a Mestre con la vittoria dello Zolu (il primo dei tre sponsor che accompagnarono la grande cavalcata) di Piero Pasini sull’Agon Dusseldorf e finì una sera di marzo del 1989, a Firenze, quando l’ormai declinante potenza targata Primigi fu detronizzata dell’astro nascente Razija Mujanovic, che con 35 punti trascinò il suo Jedinstvo Tuzla alla vittoria in finale sulle vicentine.
In quell’anno, segnato da una crisi economica da cui il club non si è più realmente ripreso, le ragazze allenate da Aldo Corno persero anche il trono in Italia, a favore di Priolo; poi, dopo l’effimero titolo ’90 di Cesena, che nel frattempo aveva “soffiato” a Vicenza la superstar Pollini, iniziò la nuova dinastia della Comense, con l’altra giocatrice-simbolo di Vicenza, Fullin, qualche anno dopo raggiunta in Lombardia dalla stessa Pollini. Ma questi ormai sono gli anni Novanta: torniamo al decennio precedente.
IL “MOSTRO” - Delle 5 coppe Campioni messe in bacheca da Vicenza, la più bella fu probabilmente la seconda, quella dell’85, con lo sponsor Fiorella, perché segnò un’epocale vittoria contro le storiche dominatrici della competizione: le sovietiche (oggi sarebbero lèttoni) del Daugawa Riga, che si erano aggiudicate 19 edizioni sulle 27 fino allora disputate, una cifra ancora più impressionante se si pensa che nel ’76 e nell’80 (ovvero gli anni olimpici da quando il basket femminile era stato ammesso ai Giochi) le squadre sovietiche non parteciparono alle coppe europee per prepararsi con la nazionale. Giocatrice-simbolo del Daugawa, nonché dominatrice assoluta del basket anni ’70-inizio ’80, era Uliana Semionova (scriviamo il cognome come si pronuncia, ma si usano anche le grafie Semeonova e Semenova). In un’epoca in cui il basket femminile non era esattamente caratterizzato dal dinamismo e dall’alta velocità, i suoi 213 centimetri (secondo altre fonti 210, secondo altre ancora 215 o addirittura 220) per 130 chili o giù di lì erano assolutamente immarcabili per qualsiasi avversaria (oltre a creare un invalicabile muro difensivo), tanto più che allora la statura media era una decina di centimetri inferiore a quella attuale. Nelle foto dell’epoca, non si vede una sola giocatrice che le arrivasse sopra le spalle... :eeh!:
Descritta dai cronisti di allora come una specie di armadio semovente, non il massimo dal punto di vista spettacolare, disponeva tuttavia di una tecnica di tutto rispetto. A quei tempi, insomma, complice anche l’appartenenza all’”orso” sovietico, Semionova era sinonimo di spauracchio per eccellenza dalle nostre parti. C’è chi dice che la sua mole fosse il prodotto di esperimenti dei laboratori sovietici, e in effetti quelli erano anni di terribile doping di Stato, però questa storia sembra quella di Frankenstein, per cui dubitiamo della sua attendibilità. Fatto sta, comunque, che tra Semionova e il mostro di Frankenstein c’era una certa somiglianza...
SUPERPOTENZE - A 33 anni, tuttavia (classe 1952), Uliana appariva ormai in declino, sebbene pur sempre temibilissima. La prima crepa l’aveva aperta, nel 1983, l’Agon Dusseldorf eliminando il Daugawa in semifinale, prima di perdere contro Vicenza nell’atto conclusivo. Nell’84 poi le sovietiche avevano, come detto, saltato la competizione e così si ripresentavano per la rivincita nell'85, anno in cui Gorbaciov saliva al potere in Unione Sovietica e invece noi eravamo nel bel mezzo del lungo governo Craxi, :sick: protettore politico di un rampante imprenditore milanese, tale Berlusconi, che in quegli anni creava, o rilevava, una tv privata dopo l'altra, creando l'asse portante del suo impero. Tornando alla coppa Campioni, le due grandi favorite rispettarono il pronostico, qualificandosi per la finalissima.
A quei tempi, per concentrare l’interesse e ridurre i costi, le finali delle due coppe femminili (Campioni e Ronchetti) si giocavano una dopo l’altra nello stesso luogo, e quell’anno, il 13 marzo, la sede era Viterbo, dove dopo la sfida che valeva il titolo europeo, le padrone di casa delle Bata avrebbero conteso al Cska Mosca la coppa Ronchetti. Doppio confronto Italia-Urss, dunque, ovvero le espressioni del campionato più forte (grazie alle americane super che arrivavano da noi a quei tempi: tanto per dirne due, a Trieste c’era Lataunya Pollard che una volta ne fece 99 in una partita, a Milano Valerie Still che ne piazzò 88 in un’occasione: nel nostro campionato di oggi non c’è nulla di simile – :B): NB: qui non stiamo rivangando la vecchia questione se il livello fosse più alto o meno, oggettivamente però quelle due e varie altre erano il meglio del meglio per quei tempi, vere aliene calate in mezzo alle mortali, anche perché, incredibile al confronto di oggi, c'era solo una straniera per squadra :o: ) contro quelle della miglior nazionale. Più o meno anche nel maschile era così, con la “piccola” differenza che il campionato italiano, che nell’85 vide il primo di 3 successi consecutivi di Milano, era secondo a lunghissima distanza da quell’Nba che a quei tempi sembrava un mondo lontano e irraggiungibile (era l’epoca di Magic Johnson e Larry Bird, Jordan agli esordi, Jabbar e Erving in declino).
LA SFIDA - Uno sguardo alle formazioni di Daugawa-Vicenza. Nelle sovietiche, dopo il “totem” Semionova, le giocatrici più in vista erano le ali Brumermane e Grinberga. Le venete, pur avendo perso rispetto alla stagione precedente la storica pivot Wanda Sandon e Cinzia Zanotti, avevano un organico stellare: l’americana Janice Lawrence, la canadese Bev Smith, il play Lidia Gorlin, la guardia Mara Fullin e poi quella Catarina Pollini, ala di 1,94, che a 19 anni era già considerata uno dei massimi talenti del basket europeo, tanto che due anni prima (a 17!) era stata incoronata miglior giocatrice del continente dalla Gazzetta dello Sport. Dalla panchina Peruzzo e Passaro, indisponibile Stanzani.
La partita è di vibrante agonismo, anche se la tensione produce molti errori: Vicenza tira male (26/61 dal campo, da notare l’unico tentativo da 3: il tiro pesante era appena stato istituito e si usava col contagocce...), il Daugawa meglio (21/42) ma in compenso perde 18 palloni di fronte alla difesa aggressiva delle italiane. Il tema tattico è semplice: la Fiorella punta sul maggior dinamismo, pressare tagliando i rifornimenti a Semionova, correre il più possibile per sfruttare la staticità delle avversarie, compensare con la grinta l’inferiorità in centimetri; esattamente l’opposto per Riga.
E sono le mosse di Aldo Corno ad avere la meglio. Lawrence recupera ben 6 palloni intercettando a suon di balzi i “lob” alquanto prevedibili diretti a Semionova, anche Smith e Passaro fanno un gran lavoro in difesa, in sostanza è sempre Vicenza a comandare pur senza mai riuscire a dilagare per via delle basse percentuali, peraltro rese tali anche dalla minacciosa presenza della torre lèttone. Ma alla fine è trionfo: 63-55. Migliore in campo Lawrence che fa 22 punti (8/17 da 2 e 6/10 ai liberi, 7 rimbalzi e 6 recuperi), 14 per Gorlin, solo 9 (con 4/12) per una Pollini non nelle migliori condizioni, che però è la miglior rimbalzista con 9; poi 8 punti (3/4 al tiro) per Fullin, in campo con un dito fratturato, 6 (con 3/8) per una Smith così-così, 2 a testa per Passaro e Peruzzo.
Dall’altra parte Semionova fa il suo: 25 punti con 11/18 da 2 e 3/4 ai liberi, 9 rimbalzi e ben 9 stoppate, ma non riesce mai a dominare la partita. E delle compagne nessuna riesce ad andare in doppia cifra. La presenza della gigantessa, alla fine, è troppo condizionante per la squadra, che troppe volte si ferma ad aspettarla, puntando tutte le sue carte sui servizi alla “pivottona”, come se alle altre non fosse concessa libera iniziativa.
FINE DI UN’EPOCA – Per la cronaca, nella partita successiva il Cska riscatta l’orgoglio sovietico battendo Viterbo, mostrandosi pronto a soffiare al Daugawa lo scettro di campione Urss. Una finale, quella tra Vicenza e Riga, che segna la fine dell’era-Semionova e del tipo di basket che per un quindicennio la sua presenza aveva imposto. È vero che tra fine anni ’80 e inizio ’90 ci sarà il regno di Razija Mujanovic, un altro pivot dominante e non certo leggiadro, ma all’interno di un modo di giocare più rapido. Le migliori lunghe attuali, poi, anche quelle intorno ai due metri, sono in grado di sprintare a tutto campo e tirare da fuori, vedi Lauren Jackson, Maria Stepanova o Ann Wauters. La “superlunga” non è più una garanzia, vedi Margo Dydek che con i suoi 2,15 (o giù di lì) è stata una giocatrice importante tra fine anni ’90 e inizio 2000, ma non è mai stata una dominatrice assoluta.
Quello di Semionova fu comunque un degno crepuscolo: pochi mesi dopo, infatti, la sua Urss sbancherà proprio in Italia (a Treviso) gli Europei ’85; e due anni dopo Uliana troverà il modo, alla faccia di chi la dava per finita, di trascinare quasi da sola il Daugawa, con un “quarantello” abbondante, alla vittoria nella finale di coppa Ronchetti contro Milano (eterna seconda in Europa come in Italia: 3 finali di Ronchetti perse di fila prima di vincere finalmente nel ’91... e sciogliersi poco dopo). Si è ormai all’87 e con le riforme di Gorbaciov la cortina di ferro si allenta, così Semionova, quell’estate, si trasferisce in Spagna al Tintoretto dove può “monetizzare” assai meglio che in patria gli ultimi scampoli di carriera.
Ma intanto, quel marzo ’85, la sentenza del campo era stata chiara e tonda: il basket di club migliore d’Europa era il nostro. Altri tempi davvero, anche perché nel 1985, con il muro di Berlino ancora solido, pensare che in futuro i club russi sarebbero tornati a dominare grazie alle straniere sarebbe stato da pazzi: ma magari tra altri 20 anni torneremo noi sul trono... :rolleyes:
Immagini dalla finalissima di Viterbo con le vicentine che cercano di valicare il muro-Semionova.
sabato 11 agosto 2007
Flash di mercato; il record di Lauren Jackson
Ricapitolo recenti di mercato: Milica Micovic a Bologna molto probabile, Gottardi data per certa la sua permanenza a Caru', Cinzia Arioli (idola di Dafighter) firmato per Chieti. Altra grossa roba sui nostri nomi noti non ce n'è. Ntumba forse resta a Bologna ma ha offerte da muy fuera, su Contestabile al momento proprio niente news, però visto che Carugate sta cercando due lunghe italiane, chissà, forse una è lei.
Intanto è doveroso rendere omaggio a Lauren Jackson che recentemente con 47 punti ha eguagliato il record di punti in singola partita della Wnba, già detenuto da Diana Taurasi. Probabilmente le due migliori giocatrici del mondo oggidì.
Intanto è doveroso rendere omaggio a Lauren Jackson che recentemente con 47 punti ha eguagliato il record di punti in singola partita della Wnba, già detenuto da Diana Taurasi. Probabilmente le due migliori giocatrici del mondo oggidì.
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