E' uscito un Superbasket con i "top 100 nomi del basket italiano"; presenza femminile ridotta praticamente a zero. Ho scritto questa lagnanza sulla pagina Facebook dell'autorevole testata:
Premesso che ho comprato la rivista e ho apprezzato l'imponente lavoro della vostra top 100, non si può fare a meno di notare:
- a) su 100 personaggi, uno solo legato al femminile, il c.t. Capobianco (a meno di considerare anche Brugnaro e Casarin perchè la Reyer ha pure la sezione-donne, ma presumo non sia per quella che li avete inseriti; altrimenti, più di loro meriterebbe Marcello Cestaro, patron di Schio che ha vinto 23 trofei nel decennio appena concluso...). Per carità, si sa che "il femminile conta poco", ma l'1% non è veramente troppo poco? E' pur sempre la parte del movimento che da anni porta più medaglie giovanili (due d'oro nella sola estate scorsa; magari un posticino tra i top 100 per Giovanni Lucchesi, responsabile di settore, ci poteva stare), ed è la speranza più concreta di riportare il basket alle Olimpiadi (nel 3x3, salvo miracoli dai maschi al Preolimpico contro la Serbia...). Sottolineo questo perché la vostra classifica dichiara di essere rivolta al 2020. A proposito, forse l'iniziativa conveniva chiamarla "top 100 del basket maschile", non "del basket italiano"; altrimenti è inevitabile constatare che per voi il femminile, nel basket italiano, praticamente non esiste.
- b) due sole donne su 100 personaggi (le presidentesse Bragaglio e Ferrarini). Vero, scarseggia la presenza femminile nelle posizioni di comando, federali o societarie che siano; non sono penne illustri del giornalismo né telecroniste di grido (in senso sia reale sia metaforico). Ok, no alle "quote rosa", cioè ai posti garantiti per il solo fatto di essere donne. Ma almeno una o due giocatrici, le migliori del momento, diciamo Zandalasini e Sottana, non meritano un posticino fra i top 100 del basket italiano, in cui rappresentano un'eccellenza nel loro ambito? O se parliamo di donne extra-campo, vi suggerisco un nome: Raffaella Masciadri. Che si è appena ritirata, dopo il 15° scudetto vinto, ma è ora presidentessa della Commissione Nazionale Atleti del Coni, che si sta occupando di temi importanti come il fondo maternità per le atlete e il professionismo femminile.
Cioè, più ci penso e più lo trovo grave, che su 100 nomi ce ne sia a malapena uno legato al femminile. Siamo ben sotto la soglia del minimo sindacale, giusto per accorgersi che la parte femminile del movimento esista, non dico conti.
Tutto questo nell'anno 2019 in cui persino il calcio, sommo esempio di maschilismo dittatoriale, ha sdoganato massicciamente la propria versione femminea, prima, durante e dopo il famigerato Mundialdonne che tanto ci ha scassato i maroni l'estate scorsa.
Ma anche fuori dall'ambito sportivo, nella società occidentale la donna vieppiù s'emancipa e occupa posizioni rilevanti, vedi l'Unione Europea.
Noi del basket invece si va a gambero verso un maschilismo da Medioevo, in cui gli uomini sgallettano protagonisti e le donne a casa a far la calza.
Almeno così si evince da quella top 100 priva di donne degne di nota, salvo quelle due presidentesse di società maschili.
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