martedì 2 ottobre 2018

Mondiali - finale: Usa campioni

La giornata finale del Mundial di Tenerife. La Spagna batte 67-60 il Belgio per il bronzo, in una partita dalle discrete emozioni anche se di qualità alterna. Rispetto al precedente di pochi giorni prima, il Belgio oltrepassa troppe volte il confine tra creatività e dissennatezza, perdendo oltre 20 palloni; inoltre il trio Meesseman (24)-K. Mestdagh-Allemand (quest'ultima in parte) fa il suo ma le compagne sono dannose. Brave le iberiche a riprendersi dalla delusione della semifinale, che certamente avevano vissuto molto più delle vallon-fiamminghe, le quali avevano messo in ampio preventivo di perdere con gli Usa (oltre a godere di qualche ora in più di riposo). Il Belgio rimonta da -13 a -1 ma non concretizza il sorpasso e nel finale è affondato da una Torrens rediviva (15) e dalla puntuale Xargay (17).
Il team rivelazione rimane a secco di medaglia; spedizione comunque da voto 9 la sua (anche per bellezza di gioco in rapporto all'organico). La Spagna però non avrebbe meritato di uscire dal podio, per quanto fatto almeno dai quarti in avanti. Nelle ultime 3 edizioni ha fatto bronzo-argento-bronzo; agli ultimi 3 Europei ha collezionato oro-4° posto-oro; ultima Olimpiade argento; certo qualche segnale di flessione c'è (le nate negli anni '90, a parte Ndour, non sembrano ancora all'altezza della generazione-Torrens né di quella Palau-Cruz), ma vorremmo averle noi queste flessioni.

Finalissima con poco sale. Il pepe, per la verità, l'hanno messo i tifosi spagnoli, fischiando e dileggiando Lizzona Cambage, rea di aver bozzato con mezzo mondo in semifinale, o semplicemente di aver demolito da sola le idole di casa. Se davvero il pubblico è riuscito a mandare in tilt mentale la star australiana, come sosteneva Crespi in telecronaca, quei pitali vanno curati per masochismo grave, perché evidentemente godevano per una finale a senso unico. Sta di fatto che Cambage è stata l'ombra di se stessa (7 punti con 2/9; aveva 28 di media), almeno in attacco perché 15 rimbalzi e 5 stoppate non sono nocciuoline. Ma va considerato che di fronte non c'erano le malleabili lunghe spagnole (certo, Ndour brava, ma 20-25 kg di meno), bensì un babau come Griner attorniato, in quintetto, da Tina Charles e Stewart, cioè tre fra l'1.90 e i 2.02. In più, quando la difesa sulle esterne morde, alla lunga arrivano pochi palloni buoni. Insomma c'è anche una spiegazione tecnica al crac di Cambage. Alla vigilia si leggeva che Brondello, la coach australiana, avrebbe imbrigliato Taurasi e Griner visto che le allena pure a Phoenix. In realtà è finita che la rivale Staley ha imbrigliato Cambage mentre Griner ha spadroneggiato (mettendo a nudo con 1 vs 1 dal palleggio la relativa carenza di mobilità della mastodonte oceanica) e Taurasi, pur calata alla distanza, ha aperto il 10-0 iniziale che ha incanalato tutto nella direzione degli Usa. Poi l'Australia, più con canestri estemporanei dei cambi (quando gli Usa han fatto riposare le totem) che con una vera presa in mano della partita, si è riportata a contatto, ma è bastata un'altra scrollatina americana a inizio 3° quarto per affondare definitivamente ogni emozione. Si è tirato a campare fino al 73-56 della sirena.
Griner mvp della finale (giusto); quintetto ideale per Stewart, Taurasi, Cambage, Meesseman e Ndour. Anche qui giuste scelte, salvo che sono 4 lunghe su 5. E l'unica guardia ha 36 anni; al contrario del maschile, fra le donne sono più in auge le lunghe delle piccole al momento. Positivo che 4 su 5 siano nate negli anni '90; nomi nuovi ce n'è, ad esempio la regista belga Allemand che è del '96 come la stella canadese Nurse; tra chi era fuori c'è la Russia che ha due '98 come migliori giocatrici. L'mvp Stewart, che fa triplete dopo mvp di stagione e di finali Wnba, è del '94.
Eravamo più pessimisti alla vigilia, sul valore del resto del mondo; invece si son viste buone cose dalla Cina, oltre che dall'atteso Giappone; il Canada è calato alla distanza ma in prospettiva c'è eccome.
Curiosamente, però, dopo una settimana che pareva smentire l'annunciato dominio in pantofole per gli Usa (sempre favorite, ma con un gap che sembrava ridursi), la finale ci ha riportato al quadro previsto inizialmente. E cioè che nessuno del resto del mondo si trova in un momento storico tale da poter competere contro le padrone assolute, per quanto queste fossero tutt'altro che al massimo, tra assenze e acciacchi (peccato aver visto Delle Donne trascinarsi). Va ricordato che l'Australia iridata 2006, e 3 volte argento olimpico, oltre alla divina Lauren Jackson aveva un'altra superstar come Penny Taylor, un armadio a muro come Batkovic e play-guardie come Timms e l'attuale c.t. Brondello. Questa Australia può essere al top per Tokyo 2020 (le migliori sono fra i 24 e i 30, mi pare), ma al momento ha solo Cambage come elemento di valore assoluto. Tant'è che, nella serata negativa del faro, nessuna era in grado di compensare: miseri i 19 punti totalizzati dal quintetto di partenza australiano.

Non oceanica ma nemmeno disprezzabile l'affluenza di pubblico: fra le 3000 e le 4000 unità per tutte e 4 le serate finali. Però questo Mundial è finito troppo compresso, l'abbiamo già notato, fra la stagione Wnba e quella imminente dei club europei e asiatici. Con la finale, oltretutto, in corrispondenza di eventi come la Ryder Cup di golf, il Mondiale di ciclismo, la finale mondiale di volley uomini, un GP di Formula 1 e la stagione calcistica in pieno svolgimento. Insomma, effetto promozionale scarsino, temiamo.
Tanto per fare la volpe e l'uva, se noi ci fossimo andati, con la ridotta platea di Sky anziché quella totale di Raidue di cui ha fruito il volley per una dozzina di prime serate, non avremmo potuto granché lanciare i famosi "spot per il movimento" che vagheggiamo. D'altronde nel basket contano più i club (Wnba compresa) che le nazionali, a differenza della pallaschiaffa che impernia ogni stagione su queste ultime, tra Mondiali, Grand Prix, SuperTrophy (invento) e altri eventi a getto continuo. Ma noi siamo noi e loro restano loro, cioè fuffa. Precisato questo, però, le prossime volte gradiremmo esserci; e pure alle Olimpiadi se Dio ci farà la grazia.

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