venerdì 20 gennaio 2023

Commento alla lettera d'addio di Dacic

Fisico enorme, mani vellutate e comprensione del gioco. Poteva essere il miglior pivot d'Europa e la leader della Nazionale per un decennio, ma la lettera d'addio fa capire perché non è stata nulla di tutto questo, pur avendo avuto una rispettabile carriera.

Chi percepisce se stesso da una parte e il mondo insensibile, cattivo ecc. dall'altra, è chiaro che fa fatica nei rapporti con gli altri. Sì, va bene, le "bassezze umane", ce ne sono tante... Ma chi sei tu per metterti su un piedistallo e guardare il mondo dall'alto in basso?
E chi fa dipendere la propria dedizione a uno sport dalle condizioni esterne che trova in un ambiente, come emerge dalle sue parole, è inevitabile che non abbia la mentalità del giocatore-top. La frase chiave è: "Non ti ho mai dato tutta me stessa, ma perché spesso chi pretendeva di insegnarmi la tua arte, non meritava tutto di me." Invece il grande giocatore dà tutto a prescindere da chi si trova davanti. E' un ambiente di merda il basket femminile? Boh, può anche darsi. Ma è lo stesso in cui altre giocatrici hanno dato tutto per raggiungere il massimo livello, fregandosene se dovevano farlo per il Gino, Pino o Mariuccia del momento.
Evidentemente Dacic non aveva dentro di sé l'esigenza della grandezza assoluta. Altrimenti con i mezzi che aveva l'avrebbe raggiunta e mantenuta per anni e anni.
Ma poi, benedetta donna, nel momento dell'addio nessuna persona da ringraziare? Né un allenatore, né un dirigente, né una compagna che ti siano state vicine o almeno utili per aver avuto la carriera che ha avuto? Amen.

Ci è voluto un bel po’!


E nemmeno adesso sono sicura di riuscire a trovare le parole adatte per dirti addio. Non è come le altre volte in cui ti maledivo e poi ti invocavo a suon di canestri, sacrifici e sudore.

Questa volta non ho più un orario da rispettare, un infortunio da recuperare, una sconfitta da debellare dalla mente e dalla classifica.
C’è molto, molto amaro in questo mio saluto a te, pallacanestro, c’è anche tanta poesia però, tanta vita.

Non è mai stato un colpo di fulmine, e non l’ho mai negato, mai nascosto. Sei stata un’occasione, un’opportunità, qualcosa che prima dei 15 anni non ho mai nemmeno avvicinato, e poi di punto in bianco sei diventata la mia quotidianità, amore e odio.

Ti ho dedicato un libro e nonostante ci sia ancora tantissimo, troppo da dire, lascio la tua pagina in bianco, alla fine ti ho sempre detto tutto in faccia, con amore e anche a denti stretti. Mi tengo i ricordi che vale la pena ricordare, il resto sono lezioni che sinceramente, non imparerò mai! Non le imparerò perché non ho intenzione di infliggere quelle stesse cose a nessuno, più che lezioni le prenderò come moniti, per ricordarmi sempre, a prescindere dal rancore, dal dolore, di scindere il bene dal male. Il primo da elargire sempre, il secondo se subito e usato allo stesso modo, è un male sprecato.

Non ti ho mai dato tutta me stessa, ma perché spesso chi pretendeva di insegnarmi la tua arte, non meritava tutto di me.

Tu non hai colpe, le ha chi ti usa mancandoti di rispetto, dimenticando il vero valore che uno sport deve portare ovunque con se.

La Terra ha da poco concluso un altro giro intorno al Sole, siamo nel 2023, e più mi guardo attorno più temo che la tua vera anima si sta perdendo per sempre. Io posso dire di averla intravista, per pochi, brevi attimi della mia carriera. Mi hai fatto conoscere persone che questo sport lo hanno portato alle altezze e al rispetto che merita. Altri hanno fatto in modo che ti odiassi, ma in fondo io continuavo a vedere il tuo potenziale, e non riuscivo a smettere di giocarti.

Credo che basti, mia pallacanestro, potrei scrivere in eterno perché amo così tanto le parole, hanno lo stesso potenziale che hai tu, sono potenti, ma troppo spesso sono incomprese da questo mondo analfabeta e incapace di sentire. Ecco, senza ombra di dubbio ti ho sentito, ti ho apprezzato nei momenti e nei luoghi in cui ti sei manifestata nel pieno della tua bellezza che mescolava un umano sentire e un divino essere.

Mi hai reso la Donna che sono oggi, plasmandola con venti e tempeste, mi sono rialzata quando hai messo alla prova il mio fisico, ma sopratutto quando bruciavi la mia mente. Mi hai insegnato a risorgere, a non accontentarmi, a essere me stessa per quanto esserlo sia maledettamente scomodo a questo mondo, mi hai dato disciplina e con il tempo, l’esperienza di saper scegliere i miei limiti, senza sentirmi in dovere di valicarli se ero io a non volerlo.

Scegliendomi mi hai insegnato a scegliermi, ad amare i miei sogni e a non smettere di sognarli. Nel dolore ho trovato la mia forza, nella felicità quanto sia effimera e quanto vada assaporata quando c’è, nell’odio ho rafforzato il mio amore, nella lontananza ho imparato che il ritorno è l’unico vero viaggio, perché tornavo sempre diversa, ero un vaso che non si colmava mai ma che continuava a fare spazio per il nuovo, per altra vita.

Ti ho forse compresa nel tuo modo più puro, più istintivo, dove regole fatte, per chi non sapeva sentirti, non bastavano per il modo in cui ti sentivo io, e si sa, chi viene visto danzare spesso viene chiamato pazzo da chi la musica non riesce a sentirla.

Ti ricorderò per quella che per me sei stata: semplicità, leggerezza, divertimento, valori, vita. Per tutto il resto che ho provato non posso incolpare te, in fondo tu, sei un gioco, la stoltezza umana esula dalle tue corde, tu suoni una musica che non comprende le bassezze umane.

Grazie! Dubi out!

Nessun commento:

Posta un commento