domenica 30 giugno 2019

Europei - considerazioni dopo le prime 2 partite

(Pubblico in ritardo queste note, scritte sabato 29, cioè prima della partita vinta oggi con la Slovenia, che nella sostanza cambia poco).

Oggi l'Italcalcio donne è stata eliminata nei quarti di finale dall'Olanda.
Nulla di inatteso: la melma stava montando da tempo. In Italia sembra che il calcio femminile sia nato adesso, ma il Mondiale femminile è un fenomeno da una quindicina d'anni almeno. Questa edizione in Francia fa sui 20.000 spettatori a partita, ma ce ne sono state altre da 25.000 e dintorni. La pestilenza è nata fra Nord Europa (all’incirca Germania, Olanda, paesi scandinavi) e Nord America (Usa, Canada), poi si è espansa nel Centro Europa: già 4 anni fa, per l'edizione 2015 del Mondialdonne, notavamo come in Francia e Spagna ci fosse un preoccupante botto d'interesse. I paesi balcanici (dall’ex Jugoslavia a Grecia e Turchia) per ora sembrano meno toccati, ma in compenso da loro c’è il volley che va bene.
Si è sdoganata pressoché ovunque la perniciosa idea che il calcio donne è calcio a tutti gli effetti. E il calcio è l'unica vera religione di una considerevole fetta di pianeta.
L'Italia sembrava sana, immune dal contagio, con pregiudizi da osteria ben incarnati dal vecchio Tavecchio, il pittoresco presidente Figc. Il calcio sembrava l'ultimo baluardo d'un maschilismo indubbiamente retrogrado, indegno, ma salvifico dalla nostra ottica di poveri cestofili.

Ma poi le cose sono cambiate. Sono entrati i club maschili grossi, dando una nuova dimensione al business prima miserando. Han guardato intorno e han visto che si può generare interesse intorno alla donne, anzi si può catturare una fetta di pubblico che è satura del calcio maschile e delle sue esasperazioni. Propagandare una presunta "versione sana" dello sport pedestre a chi continuamente ciancia d'etica, stigmatizza i miliardi dei calciatori, le storture dello show-business, eccetera.
Con il piatto ben apparecchiato per il botto mediatico delle calciatrici, l'unico antidoto per sgonfiare la bolla era un flop immediato sul campo. "Ma sì, vedrai che non combinano niente, in un girone con Australia e Brasile", mi diceva un conoscente tempo fa.
Si sperava che andasse così, ma preghiere e scongiuri non sono serviti. L’Italia ha battuto l’Australia, una delle favorite, e pure in modo epico, tipo un rigore al 95° minuto dopo aver rimontato da 0-1. Roba da far appassionare chiunque.
Era il 9 giugno, lo stesso giorno in cui, al grattacielo di Regione Lombardia, mi sono gustato la finale regionale U13 al mattino e quella nazionale U18 al pomeriggio. Ma durante la seconda già sentivo che la bella giornata era guasta.
Da allora sono state 3 settimane di tribolo e sofferenza.
Il 5-0 sulla Giamaica è stato celebrato in prima pagina pure dal Corriere della Sera. Roba che un Danilo Gallinari non ha mai avuto in una carriera.
Le grandi penne del giornalismo progressista, tipo Gramellini e Lilli Gruber, hanno celebrato questo calcio femminile come l'ultima Thule dell'umanità, il simbolo dell'emancipazione della donna, l'avvento di una civiltà nuova. Una rivoluzione copernicana in cui, pensate, le donne giocano e gli uomini assistono.
Come se non fossero decenni che nel mondo si celebrano e si seguono straordinarie campionesse. Anzi, persino nella retrograda e patriarcale Italia: Pellegrini, Compagnoni, Simeoni, Belmondo, Pennetta, Schiavone, Goggia, Kostner, Cagnotto, e perché no, Mabel Bocchi, giusto per dire i primi nomi che mi vengono in mente. E nel calcio stesso c'era Carolina Morace, che tutti conoscevano. Dappertutto, già da un pezzo, queste e altre donne, comprese le cestiste di A, B e C, danno spettacolo e molti uomini le guardano beati dalle tribune.
Niente, sembra che solo ora sia nata la donna sportiva italica.
Con la stessa ottusità con cui finora il calcio femminile era misconosciuto, ora lo esaltano saltando sul carro della moda del momento. Viene persino celebrato come un valore aggiunto il fatto che molte delle “starlettes” pedestri siano lesbiche. Quando toccava a noi, si menava scandalo se una giocatrice era fuggita con un’altra e roba simile.

Ho la bile malconcia, ma ancora più soffro nel vedere amici del basket che, lieti e garruli, s'eccitano per le prodezze delle tipe del piede. "E perché no?", dicono. Be', perché quando hai il pollaio già devastato da un tornado, non festeggi se arriva la faina a predarti le ultime galline rimaste. Il tornado ovviamente è stata la pallavolo, che ci ha lasciati con un torsolo di tesserate; la faina è il calcio, che rischia di portarci via pure il resto.
La profezia di Bicio Ranieri m’ossessiona da quando fu vergata su Basketcafè, un paio d’anni or sono. Il patron di Costa, quindi uno che ha il polso concreto della situazione, quando si parlava di sport concorrenti e dell'emergere del calcio, di cui s'intravedevano i primi segnali in Italia, scrisse che in prospettiva era più temibile la pallalpiede che la pallaschiaffa, perché può catturare le tipe che amano il contatto fisico, il dinamismo, la sana ruvidità, ciò che la pallavolo non offre.

Concludo la lunga premessa connettendomi all'argomento del titolo, cioè la Nazionale nostra. Mettendo da parte odii e terrori, bisogna essere obiettivi: le calciatrici si sono guadagnate la grande vetrina (i Mondiali) e l'hanno sfruttata andando oltre le loro possibilità. Hanno fatto imprese.
E' quello che a noi manca. Non da oggi, ma da una ventina d'anni. Siamo ancora in tempo ma non ce n'è molto.
Agli Europei finora abbiamo battuto la Turchia e perso con l'Ungheria. Due partite in volata, una c'è andata bene, l'altra no.
Domani c'è l'ultima della prima fase con la Slovenia, chi vince è secondo, chi perde è terzo. Ma nella sostanza cambia poco: avremo un accoppiamento complicato nel "barrage", alias ottavi, alias spareggio. Tipo la Russia o il Belgio o la Serbia, meno probabile la Bielorussia (che però ha battuto il Belgio: la sottovalutavo), insomma una del gruppo di ferro, dove la terza vale come e più della prima del nostro. E se passiamo c'è la Spagna, a meno che non si suicidi con la Lettonia domani, cosa improbabile.
Mentre se avessimo battuto l'Ungheria, non era ancora primato sicuro ma molto vicino. E da come si sta mettendo il tabellone, era lì il corridoio d'oro che tutti sperano d'infilare: accesso diretto ai quarti contro la vincente di Gran Bretagna-Montenegro, al momento. Un lusso, ma ormai se l'è preso l'Ungheria.
Non è finita ma la sensazione di occasione gettata è forte. Il girone era abbordabilissimo. L'unico dove non c'era nessuno squadrone. Con le discendenti di Attila abbiamo perso 51-59, con un blackout nel 3° quarto che abbiamo recuperato spegnendoci però di nuovo nel finale. Ci han fatto il paiolo le loro due torri d'area, cioè la pennellona di 2.08 Hatar (molto migliorata, bisogna dire) e la possente 1.95 Horti. Poi nel finale anche la loro americana naturalizzata Turner. Ma niente di che. Siamo noi che abbiamo tirato da cani, 17 su 68 dal campo (Zandalasini 3/17), e l'impressione è che sia stata una di quelle partite in cui basterebbe appena un pizzico di più per vincere, e invece ti sfugge via.
Anche con la Turchia non abbiamo giocato bene. L'abbiamo sfangata perché le turche sono declinanti e perché Sottana s'è accesa al momento buono, elevandosi sopra il livello mediocre della partita, e tanto è bastato, con l'aggiunta della solita Crippa tuttofare, roccia in difesa e canestri quando servivano.
Bisogna tener conto che, in un surreale "repeat" di due anni fa, quando le turche ci scassarono Macchi, stavolta è andata k.o. Fra' Dotto. Per fortuna non si è rivelato grave, però rischiavamo di essere zero su due a questo punto.
Non sono rassegnato ma nemmeno ottimista.

Mi pare che anche tra forum e socials l'umore sia tetro. Un po' dipende da Crespi, che non è simpatico al popolo come lo era Capobianco.
Un po' perché due anni fa s'erano tutti esaltati per le magie di Zanda, mentre ora sembra Superman con la kryptonite.
Poi, come al solito, c’è chi evoca le tipe rimaste a casa. Consolini, soprattutto; anche Bestagno. O invoca l’uso di chi non sta venendo utilizzata: De Pretto, ad esempio. Sono sempre scettico su discorsi del genere. Sì, è vero, sono ragazze che magari han fatto vedere, nell’ultima stagione, cose migliori di chi sta trovando minuti abbondanti in questo Europeo. Ma la Nazionale dev’essere una squadra, non la collezione delle più forti del momento.
Carletto Vignati, ai tempi in cui ho lavorato con lui per mettere nero su bianco i suoi ricordi, mi raccontava un concetto di Azeglio Maumary (lo storico patron Geas e magnate dell'edilizia) che mi è sempre parso azzeccato: fare una squadra è come piastrellare un pavimento; dopo che hai scelto i pezzi centrali, il resto lo prendi in modo che s’incastri bene con i primi.
Fuor di metafora: l’ossatura della squadra è fatta dalle 5 o 6 indispensabili; le altre si scelgono in modo che si completino bene con loro. Se Gina è più forte di Pina ma si completa meno bene con Zanda, Sottana, Dotto eccetera, un c.t. chiama Pina e non Gina. "Ma è solo un pretesto che un c.t. usa per fare scelte arbitrarie", è l'obiezione. Ma se anche fosse? Nel nostro caso le varie "Gina" sono giocatrici onestissime, che però non han mai combinato granché a livello internazionale. Che ci siano o non ci siano cambia poco o nulla nel valore complessivo della squadra.
Il problema non sono le assenti. Il problema è che le presenti non ci offrono garanzie. Le nostre giovini lunghe, Cubaj e André, non stanno demeritando, rispetto alle aspettative; ma logicamente non sono pilastri sicuri su cui poggiare. Le Dotto e Sottana alternano lampi di genio a deragliamenti: non sai mai che carta uscirà dal loro mazzo. Zandalasini? Sembra alla ricerca di un'illuminazione divina che non si manifesta più. Penna non trova la mira e fatica a incidere in altro. Cinili incide in tante cose, la mira l'avrebbe anche, ma come sempre sembra pensare che il mestiere di far punti non le competa. Crippa, già detto, encomiabile, però è giocoforza gregaria. Sintesi? In due partite abbiamo continuamente oscillato fra minuti da applausi e lunghe pause.
Ci vorrebbe, insomma, la capacità - o la fortuna - di trovare al momento buono la continuità e le certezze di cui finora siamo stati privi.

(* Non pubblicato originariamente - era previsto come capitolo del lungo riassunto dell'estate)

mercoledì 26 giugno 2019

Europei - sensazioni alla vigilia

Il tempo del femminile sembra scorrere più veloce di quello del maschile, mi viene da pensare. Non so se è vero. Sta di fatto che mi sembra ieri quando succedeva tutto il casino in Italia-Lettonia, l'antisportivo di Zandalasini, i Mondiali sfumati e tutti che gridavano al complotto. E sembrava che mancasse una vita al momento della rivalsa, due anni.
Invece sono passati in un amen, e tra 24 ore si comincia con gli Europei 2019.

Non è un momento propizio, per catturare l'interesse. Lo è mai, per il nostro femminile? Forse no, ma meno che mai in questi giorni in cui siamo sotto assedio.
Ti abitui a essere sverniciato dalla pallavolo, quasi ti sei assuefatto, rassegnato, messo il cuore in pace. Ed ecco che arriva un altro concorrente, con inattesa veemenza, a lasciarti semisvenuto.
Mannaggia alla Fiba che ha messo gli Europei nostri in contemporanea con gli ultimi 10 giorni del Mondiale pedatorio. Tutti sembrano avere lì la testa. Sarebbe bello sognare di poter replicare, ma la cassa di risonanza sarà minima, con la Nazionale perennemente "in esclusiva su Sky”. Certo, sempre meglio che non essere trasmessi del tutto; non è un evento per cui le maggiori emittenti si scannerebbero; ma mannaggia, la concorrenza diretta va sui primi canali Rai, totalizza milioni di spettatori.
L’idea che tutti possano vedere le schiaffapalla e le pedatrici sulla Rai, mentre solo gli abbonati di Sky potranno vedere le nostre alfiere, non mi dà pace, mi provoca travasi d’ira, voglia d’offendere il primo che trovo, giusto per sfogarmi.
Lo so che ognuno pensa che il proprio sport sia bistrattato, meriti di più eccetera; ma siamo il basket, non la corsa delle rane; non possiamo rassegnarci a essere uno sport di nicchia.
L’altroieri abbiamo subìto il massimo attacco. Italia-Brasile di calcio donne in prima serata su Rai1. Secondo l’auditel è stata vista da 7 milioni e rotti. Temevo anche di peggio; la finale del Mondovolley 2018 l’avevano vista 6 milioni e passa, ed era all’ora di pranzo. Sono comunque numeri boia. In confronto siamo ridicoli: in questi giorni ci sono le finali scudetto maschili, Venezia-Sassari: il top è stato ieri con poco meno di mezzo milione sommando RaiSport ed Eurosport.

Al di là delle cifre, lo si percepisce in giro, in modo poco scientifico ma molto concreto, fiutando l’aria in quel tipo di persone che dello sport seguono solo quel che passa il convento. L’ultima volta che ‘sta gente qui mi ha detto qualcosa di basket è stato circa 15 anni fa per le Olimpiadi di Atene. L’autunno scorso si sono eccitati per le pallavoliste, ora per le calciatrici. Questo è bucare la superficie. Che significa far notare la propria esistenza a chi non fa parte degli adepti: chi può farlo se non la Nazionale? Pallavolo e calcio femminei ci sono riusciti.
Anzi, per la verità ci siamo riusciti anche noi, a bucare la superficie: nel novembre scorso, quando è scoppiato lo scandalo Crespi-Masciadri e siamo finiti sulla "stampa che conta" per il c.t. associato alla giornata contro la violenza sulle donne. Col contributo di componenti dell'ambiente nostro. Un capolavoro di masochismo: immagine del basket femminile gettata nel fango, proprio quando avevamo combinato qualcosa di buono (qualificazione non scontata agli Europei); il generale destabilizzato alla vigilia della battaglia. Come se potessimo permettercelo perché tanto stiamo così bene…

Si potrebbe obiettare che negli ultimi mesi la querelle è caduta nel dimenticatoio, Crespi appare quello di sempre, ci sono i video promozionali di Sky in cui catechizza con le sue teorie innovative, eccetera. Ho qualche dubbio, però, che dietro le apparenze sia tutto come prima, nel rapporto tra lui e la squadra, tra lui e l'entourage eccetera. E’ evidente che Petrucci non ha sostenuto il c.t., il quale ha i giorni contati se non farà chissà cosa all’Europeo, forse anche se farà chissà cosa. Le giocatrici non possono non percepirlo, in aggiunta magari all’idea che Crespi con Masciadri abbia sbagliato.
Cercando di non farsi prendere la mano dal pessimismo, nei valori del campo ci vedo intorno al 6° posto. Le 4 semifinaliste saranno Spagna, Francia, Belgio e Serbia. Oppure la Russia, che vedo molto bene, con Vadeeva e Musina 21enni prodigio pronte a fare già la differenza. Noi possiamo stare subito dietro, con il Preolimpico da prenderci, appunto primi 6 posti, mica impossibile; e magari col corridoio fortunato nel tabellone, chissà, arrivare in semifinale.
Il girone è vincibile: la Turchia è in declino, la Slovenia in ascesa ma acerba, l'Ungheria anche lei in ascesa e anche matura, ma non più forte di noi. Chi arriva primo passa direttamente ai quarti: fondamentale perché vuol dire che anche se perdi hai una seconda chance per il Preolimpico.
Le partite di preparazione non hanno detto molto. Va dato atto che non abbiamo cercato facili vittorie col Lussemburgo o la Scozia, misurandoci con avversarie di livello. Per quel che conta il risultato, più o meno abbiamo perso con chi dovevamo perdere (Belgio, Russia) e vinto con chi dovevamo vincere (Ucraina, Bielorussia). Il problema è che Zandalasini ha saltato due settimane per acciacchi. Potrebbe non essere in condizione; e in ogni caso abbiamo oliato i meccanismi senza la prima punta dell’attacco.
La verità è che due anni fa siamo arrivati a un passo dai Mondiali perché Zanda vide la Madonna per una settimana consecutiva. Se non è in grado di replicare quel livello, e non l'ha fatto nelle due stagioni trascorse nel frattempo, bisogna crescere in qualcos'altro, ma in cosa? Abbiamo perso Ress, che farà solo la telecronista, e sotto canestro ci rimangono Formica e due ragazze di 20 anni, André e Cubaj. Bene per il futuro, ma il presente non ci vede rafforzati nel solito nostro tallone d’Achille. Sul perimetro siamo sempre col duo F. Dotto-Sottana: pregi noti, difetti altrettanto. Forse Romeo, la novità, può portare il tocco in più. Ma temo che le sue caratteristiche siano un duplicato di quelle di altre, anziché un’aggiunta.

E quindi, per chiudere? Siamo sul solito crinale tra mediocrità e buon risultato, appesi a molte variabili. Ma la certezza è che, salvo clamorose imprese delle nostre, l'evento sarà seguito solo dalla nicchia degli appassionati.

domenica 23 giugno 2019

"Got Day" - in onore di Silvia Gottardi

PalaGiordani di Milano, sera del 21 giugno. Temperatura rovente: a inizio estate qui i finestroni fanno effetto serra. Sono arrivato dopo una camminata di mezz'ora in quell'immensa "città nella città" che sta a nord-est di piazzale Loreto: strade e palazzoni cui solo le ferrovie e lo storico Parco Trotter offrono lieve respiro.
E' la zona del Sanga e infatti è Franz Pinotti a fare gli onori di casa, a questa kermesse che sta per iniziare.
"Dai, scendi!", m'ordina una voce perentoria, scorgendomi in tribuna.
E' Annalisa Censini, l'ex capitana e bandiera del Geas, che chiamavo "Generale" e a quanto pare ne ha ancora il piglio. Obbedisco all'istante.
Ora, sul parquet, se fossi più giovane ed entusiasta, anziché ormai maturo e compassato, rischierei la sindrome di Stendhal: tutt'intorno stanno fior di giocatrici, tra le migliori degli ultimi 20 anni di basket lombardo e non soltanto. Non nomino tutte ma, giusto per dire: Manuela Zanon, Susanna Stabile, Michela Frantini, Alessandra Calastri (ovvero un poker del Grande Sanga finalista 2013 in A2); Francesca Jemmi; Laura Fumagalli; Veronica Schieppati; giovani del Sanga attuale, o di qualche anno or sono, e del Bfm Milano. Cioè le ultime due squadre della protagonista (a sua insaputa) della kermesse.
Chi stiamo aspettando? Silvia Gottardi. L'evento si chiama "Got Day" ed è la partita d'addio in suo onore; insieme a Pinotti l'ha organizzata Censini, che oltre al suo bimbo s'è anche portata l'arbitro, che è il marito. Ricambia il regalo che le fece Gottardi 8 anni fa, quandò organizzò la sua partita d'addio al PalaNat di Sesto.
Pinotti s'è incaricato di attirare Silvia in palestra, con un pretesto, tipo parlare di qualche progetto, e ora annuncia che la festeggiata è in arrivo.
Ci si nasconde tutti in una delle scale interne all’impianto. Qualche minuto e poi, al segnale si irrompe in massa in palestra, dove Gottardi nel frattempo è giunta: scoppiano risate, baci e abbracci, commozione.
Per la verità non sono convinto che Silvia si consideri ritirata. Al termine della famosa finale 2013 aveva già celebrato una sorta di saluto al basket; un altro l'ha annunciato nella primavera 2018 dopo aver dovuto saltare pressoché tutta la stagione di B per infortunio; ma all’inizio di questa stagione è tornata in campo, ancora in B col Bfm, per alcune partite, salvo poi uscire di scena.
Dopo qualche mese è riapparsa in Uisp maschile Over 45 (ebbene sì, pur non essendo né maschio né over 45), insomma una roba solo semi-agonistica, ma credo che si senta ancora una giocatrice, e magari tornerà ad esserlo, se mai la caviglia scassata la lascerà in pace.
Insomma, può darsi che siamo qui per un addio più presunto che reale. Ma poco importa: la gente è contenta di esserci per omaggiare una grande. Anch'io sono contento d'iniziare così, simbolicamente, la stagione estiva. Tra le grandi giocatrici lombarde che ho seguito nell'ultimo quindicennio, Gottardi è la più vicina a me per età: meno di 20 giorni di differenza:

Le tipe sono una ventina abbondante. Si dividono, grossomodo, per età: squadra azzurra con le veterane, squadra rosa con le giovani. A fare da coach provvedono il venerabile Andrea Petitpierre, Pinotti e Chiara Mariani, storica vice al Bfm. Gottardi giocherà un tempo per parte.
Salgo in cima alle tribune per godermi il giuoco. Le veterane vincono piuttosto nettamente, ma non è il caso di giudicare una partita priva di scopi agonistici, tanto più quando ogni giocatrice ha un livello diverso di forma. C'è da dire però che le "olds", pure quelle che han smesso da parecchio, fanno la loro figura, eccome.
Mi colpisce soprattutto - e forse non lo coglievo abbastanza, ai tempi - come sappiano passarsi la palla, con tagli, riaperture, scarichi, tempi perfetti. Le giovani sembrano più propense allo stile "un passaggio e tripla" (sovente sul ferro). Potrei malignare che le veteranissime abbiano più voglia di passarsela adesso, rispetto a quando erano giovani e affamate di gloria personale... Chi lo sa. In ogni caso è un bel vedere. L'assist più spettacolare è proprio della festeggiata: dietro la schiena per Calastri.
Chi segna più punti è Frantini, che del resto, oltre ad aver sempre avuto il canestro nel sèngue (pronuncia alla Lino Banfi), è ancora in attività: campionato Uisp a Sedriano. Sono andato a vederla in marzo quando è venuta a giocare contro Binzago e ha fatto 29 punti con 10/25 dal campo, cioè in pratica tirava a ogni azione: sembrava che volesse ancora dimostrare qualcosa, a costo di sembrare maramalda fra avversarie di livello troppo diverso. Quasi la stessa cannibale ferocia di quando, proprio qui sulla tribune del PalaGiordani, quei fracassoni dei "Viking" di Broni le diedero della sovrappeso e lei li zavorrò con 34 punti in 25 minuti, impallinando l'allora 16enne Zandalasini. Era l'inizio di novembre 2012.
Già un anno dopo, peraltro, i rapporti di forza si sarebbero rovesciati, con Zanda a guidare con 27 punti (compreso un volo d'angelo su alley oop lanciato da Arturi, che ancora ho negli occhi) un dominante Geas delle giovani contro le veterane del Sanga, rimaste senza Zanon. Ma non si era qui al PalaGiordani, bensì al PalaNat, tempio sestese. Un altro posto dove non riesco a tornare senza essere assalito dai ricordi.
Me ne vado, solitario nella lunga e torrida sera del solstizio d'estate, mentre la kermesse per Gottardi si sta concludendo con una gara di tiro da 3 a squadre.
L'amabile compagnia andrà poi a far serata in un locale all'Ortica, periferia est. Potevo aggregarmi ma ho incombenze da sbrogliare sino a notte fonda: oltre al torneo di Binzago alle porte, in cui debbo fare la mia parte organizzativa, ho da lavorare proprio per lei, Silvia, nel suo ruolo di direttora del magazine Pink Basket. Stiamo finendo l'ultimo numero della stagione, dedicato soprattutto alla Nazionale che sta per disputare gli Europei. A me toccano le finali scudetto giovanili delle scorse settimane: quella U18 a Milano, sotto il grattacielo di Regione Lombardia, con Venezia che ha spazzolato Costa alla distanza, e quella U16, che sta per finire in questi giorni, con Costa netta favorita per il bis dello scorso anno.

Un bel modo d'iniziare l'estate, penso mentre inizio la camminata di ritorno verso la metropolitana, nel lungo tramonto del solstizio.
Anche se... una partita di addio, per quanto festosa, lascia un retrogusto di malinconia. E' un rito di passaggio, una sorta d'estrema unzione di una giocatrice. Uno di quei momenti in cui ti accorgi con più veemenza che il tempo è passato, cosa che di solito è limitata a un'inquietudine di fondo.
"Only the memories remain”, restano solo i ricordi, disse il grande Bill Bradley nel suo discorso di addio al basket. A volte hai la spiacevole sensazione di perdere pure quelli. O forse pretendi troppo: che ti rimangano i contorni precisi, vorresti ricordare ogni particolare, chi c’era in ogni partita, quanti punti ha segnato. In realtà, e forse è giusto così, restano soprattutto le emozioni.

Di Gottardi mi resteranno, oltre a quella finale 2013, persa ma da lei lottata con strenuo onore, la vittoria in gara-3 di finale di B1 del 2009 (sono passati 10 anni esatti, mannaggia), davanti a un sacco di gente nel vecchio Palalido; e l'eleganza regale del suo palleggio-arresto-tiro, sempre dalla media perché lei aveva poco tiro da 3. Andava in serpentina, destra-sinistra o viceversa, e poi scoccava.

"Il giovane sorge quando il vecchio tramonta", lessi tanti anni fa nel Re Lear di Shakespeare; ma la frase suona bene solo se sei dalla parte del giovane. Altrimenti la devi incassare a tuo danno. Però è verissima. Nella stagione che è appena terminata, il mese scorso, ho seguito dappresso i playoff di Costa Masnaga, finiti con la promozione in A1, e nei minuti decisivi della finale contro Alpo c'era in regia una 2002, Balossi; il canestro della vittoria l'ha segnato una 2001, Frustaci, poi sull'altro fronte, per chiudere in modo determinante sulla penetrazione disperata di Galbiati ha messo il corpo un'altra 2002, Spinelli.
Ragazze che non erano ancora nate quando Gottardi vinse il famoso scudetto del 2000 con Priolo; che stavano finendo le elementari ai tempi della finale 2013 del Sanga. E adesso il mondo è loro. Il femminile viaggia più veloce del maschile, nell'alternare le sue generazioni.
Quella delle giocatrici della mia età e dintorni (all'incirca le nate fra il ’75 e l’85) è ormai tramontata, salvo rarissime irriducibili. C’è chi ha lasciato all’improvviso ancora giovane, sui 25, chi in età matura, verso i 35 e oltre; e fra queste c'è chi ha smesso di botto, cioè dall'A1/A2 al nulla, e chi invece tira avanti il più possibile, scendendo di categoria in categoria finché ne ha.
Non c'è un modo più degno e uno meno degno per uscire di scena; d'istinto preferirei chi a un certo punto sa dire basta, quando capisce di non poter aggiungere più nulla di significativo a ciò che ha già fatto. Umanamente, però, comprendo chi non riesce a smettere e chi lascia e ci ripensa: perché dopo che hai smesso ti rendi conto di aver perso la parte migliore della tua vita.

* (non pubblicato originariamente; doveva essere un capitolo del riassunto lungo dell'estate)


venerdì 14 giugno 2019

Resoconto di Venezia-Costa (finale scudetto U18)

Domenica scorsa, 9 giugno, ho assistito alla finale scudetto Under 18 tra le compagini di Venezia e Costa Masnaga.
M’ero già recato al mattino (nonché una delle sere precedenti) nella sontuosa cornice del grattacielo della Regione Lombardia, inusitata sede dell’evento tricolore. Ma se per la finale regionale U13 si era stati, diciamo, abbastanza larghi in tribuna, ora invece, arrivando pochi minuti prima delle 16, si riscontrava un ambiente assai più popolato, per non dire traboccante, mentre stava ancora terminando la finale 3° posto degli uomini, con impegnata Cantù, la quale per vicinanza geografica era abbondantemente seguita.
Si constatava quindi che la finale femminile sarebbe iniziata con almeno 20 minuti di ritardo, poi divenuti quasi 30. Pazienza. Problema maggiore era che le tribune mobili presentavano ben poche vie d’accesso, il che significava, per chi s’era insediato rapidamente appena terminata la roba maschile, tra cui me, doversi alzare almeno una quindicina di volte per far passare i sopraggiungenti.

Sulla peculiare “lochèscion”, simbolo estremo dell’epoca di splendore di Formigoni, attualmente detenuto nelle patrie galere dopo aver regnato sulla Lombardia per un quindicennio, si è già commentato parecchio in Rete: straordinaria per la scenografia, tutto sommato meglio che star chiusi in un palazzetto senz’aria condizionata, ma era come giocare all’aperto, per via delle correnti d’aria; e i canestri mobili non sono la stessa cosa di quelli stabili per quanto concerne l’impatto della palla; inoltre, come ben insegna chi è tiratore di vaglia, quando mancano i riferimenti visivi consueti dietro i canestri, si fa più fatica a prendere la mira.

Final Eight falsate, dunque? La teoria è suggestiva ma i fatti la smentiscono, perché non c’è stato neanche un risultato a sorpresa, e l’unico che s’è sfiorato (Geas con Mirabello), peraltro non così improbabile, è avvenuto nei quarti di finale al PalaGiordani, ovvero al chiuso.
“Lochèscion” dunque assolta dall'accusa di aver alterato i valori tecnici, sebbene Costa possa essere legittimamente convinta che al chiuso avrebbe segnato più triple, avrebbe corso meglio in velocità (pare che il parquet allestito là sotto il grattacielo fosse più lento della norma) e avrebbe snidato meglio l’arrocco di Venezia. Per la verità poi la finale maschile ha offerto una santabarbara di triple realizzate, quasi a smentire handicaps legati al campo. Si sa però che la dotazione fisica degli omaccioni li mette più al riparo dalle variazioni ambiental-strutturali.
Bisogna dire che le partite delle F8 femminile sono andate tutte come si poteva pronosticare, anche negli scarti (salvo la quasi-vittoria del Geas su Mirabello e i 28 punti di divario nella finalissima, in realtà però maturati tutti negli ultimi 15 minuti, per crollo psicofisico di Costa). Probabilmente, se si rigiocassero 10 volte queste finali, si riavrebbe gli stessi risultati.
C'è da chiedersi perché le Final Eight di Coppa Italia di A2, invece, facciano sempre fioccare le sorprese (e quest'anno anche quelle di A1, almeno per il Geas finalista): la risposta più immediata è che i valori, nel giovanile-donne, sono molto più distanti fra una squadra e l'altra. Negli uomini invece no, e infatti la kermesse maschile è stata ben più equilibrata e scoppiettante.
Onestamente non ci ha giovato il confronto diretto: a parte il trattamento da fratelli poveri, con la delocalizzazione dei quarti al PalaGiordani e l'orario boja delle semifinali (ore 13 e ore 15 al semi-aperto in un 8 di giugno), la finale maschile è stata di un altro pianeta per spettacolarità ed emozioni.
Sulla prima c'è poco da fare; le seconde ci si aspettava che non mancassero, alla nostra finale, ma non è stato così. O meglio, lo è stato per 25 minuti circa, poi tutto si è repentinamente afflosciato a vantaggio di Venezia. Che non c'è dubbio si sia dimostrata migliore.

Il divario fisico fra le due compagini era squillante. Venezia non solo col tonnellaggio di Madera e Meldere (del tutto fuori portata per Costa, che ha statura con Spinelli e stazza con Colognesi, ma non le due doti combinate come per le torri lagunari d'importazione) ma anche nelle altre, con Gregori, Leonardi, Camporeale tutte con fisiconi in rapporto al ruolo di 2/3/4, e nemmeno il play Recanati è minuto. Di là, per contro, Balossi è... balossa (cioè scaltra, vivace) ma non colossa; le gemelle Villa, sommate, danno forse il peso di Meldere; e anche le altre esterne sono non dico scriccioli, ma con fisici normali.
Tuttavia la stazza non è tutto. Il topo può sconfiggere l’elefante. Dalla sua parte, Costa aveva altre armi, potenzialmente altrettanto valide: dinamismo, meno rigidità nei ruoli, gioco più fluido rispetto a una Reyer che, inevitabilmente, s’impernia sui centroni da alimentare in certe posizioni e con certi tempi fissi, risultando a volte legnosa.

E infatti, nei primi due quarti e rotti, ognuna delle duellanti – pur con esiti alterni, non sembrando nessuna delle due in giornata di grazia – ha sfruttato i propri vantaggi sull'altra: Costa con tagli in area ben serviti, o sorprendendo le lunghe veneziane con la scaltrezza a rimbalzo offensivo (soprattutto Colognesi, giocatrice di poca appariscenza ma di grande sostanza, e Spinelli, reduce da una semifinale mostruosa, 27 punti con 42 di valutazione); la Reyer attaccando il ferro con una potenza che né le lunghe né le esterne avversarie potevano arginare con facilità.

Dopo l’iniziale 12-7 per Costa, si andava all’intervallo con un vantaggio di 5 punti per le lagunari (anche +7 poco prima), grazie, a mio parere, a tre fattori: 1) aver limitato le palle perse e dunque le ripartenze avversarie; 2) aver azzerato il tiro da 3 (nessuna tripla subita nei primi 20'); 3) il cambio di metro arbitrale che dopo aver elargito raffiche di tiri liberi a entrambe nel primo, diventava avarissima nel secondo, tollerando evidenti sgrugnoni subiti in fase di tiro, e quindi la squadra con più stazza e muscoli aveva più possibilità di resistere. Fra questi 3 elementi considero il numero 1 il più importante di tutti, perché è quello su cui Venezia poteva pagare più dazio e che invece, annullandolo, ha vinto una buona fetta di partita.

Dopo l’intervallo Costa prova una mossa: dentro ambo le gemelle Villa, prodigi di precocità di cui abbiamo già narrato su questi schermi (sono di fine 2004, da 3 anni giocano circa 80 partite a stagione, ne hanno vinte circa il 90%), due fili di ferro d’inesauribile dinamismo, tuttavia ovviamente usignoli contro aquile, dal punto di vista della taglia, in questa partita. Con dentro anche Balossi, Costa gioca quindi con 3 portatrici di palla e il massimo della velocità. Obiettivo mettere sabbia negli ingranaggi del macchinone venexiano. Dopo che Gregori forza un paio di triple senza prendere il ferro, riscattandosi parzialmente quando intuisce che, marcata da Balossi, conviene ricevere spalle a canestro e segnare con agio, cosa che fa per il +6, arriva un 5-0 di Costa, con Balossi e M. Villa, e c’è poi la palla del sorpasso, ma E. Villa sbaglia. Si è sul 31-32 Venezia al 24’ circa e nulla fa pensare che la partita stia per spaccarsi.

Invece succede. Nella “scatola nera” del crollo di Costa, che da lì beccherà un parziale di 11-40, affondando a -30 (42-72) prima di segnare l’ultimo canestro della partita, potremmo trovarci tanto e magari non abbastanza da spiegarlo fino in fondo. Le triple - a parte una di tabella di E. Villa - che continuano a non entrare (1/20 alla fine); Venezia che inizia a macinare gioco con martellante efficacia (palla dentro alle due torri o penetrazioni sistematiche delle esterne); il passaggio a zona da parte delle longobarde che si rivela coperta corta e bucata; anche un po’ di sfiga perché Balossi viene sotterrata da Madera in uno scontro fortuito su palla vagante ed è costretta a uscire per qualche minuto. Ma potremmo anche soprassedere all’analisi e limitarci a una sintesi: nessuna di Costa ha giocato realmente bene, e infatti nessuna ha chiuso in doppia cifra. Colognesi e Spinelli si sono spente dopo il buon inizio; Balossi e Frustaci maluccio per tutta la partita; Discacciati, l’ala piccola del quintetto, 0 punti con 0/4 da 3; le giovanissime ovviamente non potevano essere loro a spostare l’ago.
Di là invece Madera e Meldere hanno assommato numeri imponenti e quasi uguali (19 punti+13 rimba la toscana, 18+13 la lèttone), un po’ più alterne ma comunque funzionali le varie Recanati, Grattini, Leonardi, Gregori, Camporeale; una menzione la meritano Costantini e Bianchi, due della panchina di Venezia che, in mezzo a compagne dal fisico bionico, sono le uniche di taglia normale (un po’ piccolette, anzi), ma contro un’avversaria a sua volta piccola e dinamica come Costa hanno contribuito a equilibrare il bilancio perse-recuperi che, come detto, era una chiave.

Finisce quindi, dopo un lungo e un po’ penoso “garbage time”, la disfida con un 72-44 per Venezia che vince, va notato, il suo primo scudetto con il 2000-01 come annate portanti (in precedenza c’erano stati due scudi di Marghera e, lo scorso anno, appunto quello di Costa). Finora c’era sempre stato bisogno delle magggiche ’98-99 per far vincere Madera e coetanee.

Dubbio del poi: rispetto all'anno scorso mancava Meriem Nasraoui, grande rivelazione sulla scena giovanile di 12 mesi or sono; è questo ad aver azzoppato Costa? Ovviamente non si potrà avere la controprova. Certo, parliamo di una che ha dimostrato, oltre alla potenza abbinata alla mano morbida, di non aver paura manco del demonio (ho già narrato tempo fa di quando a 14 anni affrontò una gang di teppistelli che infestava l’oratorio di Binzago), :D quindi avrebbe anche potuto impedire alle compagne di cadere in quello stato depressivo che le ha attanagliate quando le cose si sono messe male; ma non credo che sarebbe bastato in quest'occasione, cioè con questo livello di prestazioni delle due squadre. Nasraoui fu importante lo scorso anno ma nell'ambito di una partita in cui Costa giocò meglio di stavolta e Venezia peggio. Certamente il modo in cui è finita quest'anno dà ancora più valore all'impresa masnaghese del 2018.

Considerazioni finali per Sara Madera. Quarto scudetto giovanile per lei (la Coppa U20 non vale nel conteggio); si ferma due sotto Zandalasini che però ha iniziato prima a vincerli. Ha avuto, come detto, un inizio difficile in questa finale, poi è salita in cattedra, entrando meritatamente nel suo ennesimo quintetto ideale della manifestazione. Tuttavia è inevitabile analizzare le sue prestazioni non per quanto produce sul momento ma in prospettiva del suo futuro ad alto livello. E non sono sicuro di aver visto i segnali che avrei voluto vedere. La maggior parte dei suoi punti sono stati realizzati sfruttando la supremazia fisico-tecnica sulle pari-età (o meglio, sulle 2002 di Costa), il che è difficilmente riproducibile in A1. Da fuori ha fatto 0/5. Nella parte iniziale mi pareva lenta nelle partenze in palleggio, anche se nel secondo tempo ne ha mostrate alcune buone. Sto parlando di una giocatrice che vorrei sinceramente veder emergere, ma non mi ha del tutto rassicurato al riguardo. Chiaro che il prossimo anno sarà cruciale per la sua carriera: o sfonda o resterà nel limbo dei grandi talenti giovanili che per qualche motivo non si sono realizzati fino in fondo.

domenica 9 giugno 2019

Finale regionale U13: Costa batte Giussano

Costa campione. 53-47 su Giussano in finale. Sempre avanti Coast, sempre a ruota Giuss finché pareggia a fine terzo quarto, 42-42. Lì sembra che ne abbia di più Giussano, con Costa aggrappata a Cibinetto ma la lunga Luongo out per scavigliatura e altre importanti con problemi di falli. Senonché Giussano sbaglia 14 tiri dal campo di fila e perde l'attimo fuggente. Costa segna quel tanto che basta per riprendere il controllo.

Sintesi: oggi secondo me Giussano ne aveva più di Costa, come squadra. Ma non è riuscita a concretizzarlo. La stagione comunque parla a favore di Costa.
Quarto titolo regionale assoluto su 4 categorie disputate. Fanno 5 con il Join. Eguagliato il Geas 2015.

Debbo dire che l'impressione, guardando la partita, era di un Giussano più collettivo e Costa fin troppo legata agli 1 contro 1 di Cibinetto. Però le cifre dicono qualcosa di diverso: Costa ha segnato con 8 giocatrici diverse, Giussano con 5; e i 23 punti di Cibinetto su 53 delle sue sono più o meno la stessa percentuale dei 20 di Fiorese su 47 di Giuss, che ne ha avuti anche 14 da Gatti, quindi 34 su 47 segnati da due elementi.
Spiegazione parziale: nel 1° quarto Costa ha distribuito molto le marcature, poi ha avuto problemi di falli e dal 2° quarto in avanti, quelli che più rimangono nella mente, in effetti ha imperniato l'attacco su Cibinetto (detta "Gioppi", per la cronaca; nomignolo poco bellicoso ma la ragazza è possente).

Per Fiorese confermo: ha segnato 14 punti nei primi 2 quarti (di cui 12 nel secondo) e 6 negli ultimi due, di cui 4 a partita quasi compromessa nel finale. Ma l'andamento realizzativo di Cibinetto è stato molto simile: 2 punti nel 1°, 12 nel 2°, 7 dopo l'intervallo.
Fracassa ha messo un canestro e 3 liberi nel finale. Da notare che suo padre, ex giocatore, nell'intervallo, siccome era depressa per i falli, le ha raccomandato di divertirsi, di godersi la partita.
La cifra chiave è stata che Giussano ha fatto 2/20 dal campo nell'ultimo quarto. E molti tiri erano buoni. Nei primi 3-4 minuti aveva l'inerzia in mano ma tutti quegli errori gliel'hanno fatta perdere.

Sull'urlata a Galli: Bicio Ranieri sa come si trattano le tipe, evidentemente lì ha captato che di fronte alla crisi di pianto serviva una terapia d'urto. Anche i genitori ogni tanto gridano come dei matti per calmare i figli. Non è che le abbia mancato di rispetto per umiliarla. In quel momento ero nella tribuna più vicina alla panca di Costa e ho visto.

Per il resto, ci sta di tifare per Davide contro Golia ma non è che non abbia senso il dominio di Costa: in questo momento è il suo ciclo, così come pochi anni fa vinceva tutto il Geas.
Certo la prima cosa che ho pensato per Giussano, a fine partita, è che, per una non-superpotenza, il treno per il titolo passa una volta, poi non si sa, perché le "big" iniziano col reclutamento e il fossato si amplia. Si vocifera infatti che una delle migliori giussanesi sia in procinto di saltare il recinto, ovvero passare a Costa.

venerdì 7 giugno 2019

Il flagello del calcio femminile sta per colpirci

Ci troviamo alla vigilia d'una minaccia nuova.
A cosa potremmo paragonarla? Viene in mente l'Italia del Seicento, descritta da Manzoni nei Promessi Sposi. Territori già devastati in lungo e in largo dai lanzichenecchi (la soldataglia imperiale), improvvisamente arriva la peste che fa ancora più danni.

Naturalmente, fuor di metafora, il basket femminile è il territorio devastato, i lanzichenecchi sono la pallavolo che c'ha spogliato di tutto, la peste è il calcio femminile che s'appresta a riversarsi sulle nostre misere lande.
Come per ogni flagello nuovo, è difficile prevedere l'impatto. Di sicuro la maionese è stata ben montata, persino il serioso "Sette", supplemento del Corriere della Sera, ha dedicato la sua ultima copertina alla ruspante nazionale pedatoria in gonnella che s'appresta alla Coppa del Mondo. Ci sono stati i 40.000 spettatori di Juve-Fiorentina donne, un paio di mesi or sono. E Raidue farà vedere un po' di partite, il che significa un'audience certo non oceanica come per i Mondiali uomini, ma di sicuro abbondante, molto più dei miserabili numeri che totalizzerà il basket maschile con i Mondiali di settembre, in rigorosa esclusiva blindata e transennata su Sky (anche il calcio donne è su Sky, ma la Rai ha comprato i diritti per 15 partite).
Manco parlare, poi, del confronto con gl'imminenti Europei femminili (genialmente in concomitanza con l'evento calcistico in questione), anche quelli visibili a me, voi, i parenti stretti delle giocatrici e quattro cani che transiteranno per caso su Sky.
Se poi l'Italcalciodonne dovesse, a sorpresa, fare parecchia strada, il flagello potrebbe prendere dimensioni abnormi, anche peggio dell'epopea pallavolistica dello scorso autunno.

A quel punto ci troveremmo tra l'incudine e il martello: umiliati dal volley da una parte, dal calcio dall'altra. E tutto sommato all'incudine c'eravamo quasi assuefatti, ripetendoci la teoria consolatoria che non potevamo farci molto perché gl'italiani sono dei retrogradi maschilisti, amanti dei culi in evidenza, e dunque ammaliati pruriginosamente dal volley. Per la verità non mi ha mai convinto questo mantra (o non del tutto), per quanto propugnato anche da forumisti di gran sapienza e pedigree. Ma in effetti se fingevi di crederci ti sentivi meglio.
L'altra teoria consolatoria era che le mamme italiche non vogliono far praticare sport di contatto e troppo mascolini alle proprie figlie. Anche questa, chissà se è vera. Ma ti sentivi meno peggio, credendoci.

E adesso, però, se sfonda pure il calcio donne, dove ci si mena e ci s'infanga più che nel basket, quale filosofia, quale dottrina può inventarsi una spiegazione che lenisca l'immenso dolore del nostro didietro ripetutamente sfondato?
L'unica che mi viene in mente è che gl'italiani sono drogati di calcio dalla nascita, per cui se in qualche modo gli viene fatto digerire che la versione muliebre della loro droga non è così mal tagliata da provocare un collasso (l'opinione più diffusa sino a non più d'un anno fa), essi volentieri se ne praticheranno delle iniezioni, a mo' di palliativo quando la droga migliore scarseggia, come d'estate o nei rari weekend di sosta del campionato maschile.
In fondo è la stessa idea per cui in America hanno creato la Wnba. Ma il calcio è peggio, il calcio è totalitario, il calcio vuole prendersi ogni fetta di torta e lasciare meno delle briciole: atomi, forse.

Che Iddio ce la mandi buona, ma finora non c'ha voluto bene. Almeno non negli ultimi 25 anni.
Già uno deve passare la vita mandando giù che i borborigmi d'un calciatore qualsiasi ("Eh, il Zassuolo è 'n'avverzario importande, è una partita diffijile, dobbiamo fare come dije 'r mister") abbia mille volte più rilievo che se Gallinari fa 50 punti in Nba. Ma veder trionfare quello spettacolo deprimente del calcio femminile (anche se adesso per sembrare progressisti bisogna dire che è fighissimo; se penso che c'è gente che critica l'Nba...) è la mazzata finale. Piuttosto, meglio la pallavolo.
O meglio ancora il suicidio.

giovedì 6 giugno 2019

Finale regionale U14: Costa campione

Per quanto riguarda il pezzo di partita che ho seguito oggi, bisogna dire che le condizioni "atmosferiche" non erano adatte per vedere del buon basket sul piano tecnico. Dico proprio atmosferiche perché, con forti correnti d'aria che penetravano nel piazzale dall'esterno (dal tardo pomeriggio s'era levato un vento notevole), era virtualmente come giocare all'aperto, e si sa che quando c'è vento non è il massimo. In ogni caso su quel campo, anche quando c'è bonaccia e afa, ci vuole un po' per prendere le misure, specie se si ha 14 anni.
Detto questo, Costa 2005 (e '06) è diversa da quella dello scorso anno targata gemelle Villa. Le due avevano distrutto la finale contro Milano Stars in meno di un quarto, distrutto nel senso che per 5 o 6 minuti si era giocato in una sola metà campo, con Costa che rubava palla e quei due satanassi che imbucavano un canestro via l'altro. Questa squadra è più umana, forse più profonda e bilanciata. Non c'è l'individualità clamorosa.
Anche Ororosa buon collettivo senza la punta-top. Ha fatto l'impresa eliminando il Geas che forse era la favorita numero uno. Sarebbe stata la quarta finale U14 in 5 anni fra Costa e Geas. Ma un po' di novità non fa male.

sabato 1 giugno 2019

[B lomb.] - Resoconto Bfm Milano-Milano B. Stars (semif. G2)

Lombardia: il Quartiere S.Ambrogio Milano, allenato dalla grande ex azzurra Susy P., al secolo Susanna Padovani, è promosso in serie B.

Domenica 2 giugno gara-1 di finale di B fra Milano Basket Stars e S. Giorgio Mantova. Nomi più noti da ambo le parti: per le milanesi De Gianni, Ruisi, Baiardo, Cagner (c'è anche una macedone, Lazareska); per le basso-padane Monica, Romagnoli, Antonelli.

Venerdì 24 maggio, ne riferisco un po' in differita, ho assistito a gara-2 di semifinale fra Basket Femm. Milano e Milano Stars. Derby cittadino e infatti il PalaIseo (dove in questi giorni sta lottando per salire in A2 anche l'Urania maschile) era ricolmo di pubblico, con gente in piedi: 400 spettatori, potrei azzardare. Anche per questa cagione, giunto in ritardo, girovagavo per almeno 15 minuti nei dintorni prima di trovare parcheggio in una viuzza a fondo cieco.
Giungevo nel palazzetto mentr'era in corso l'ultimo minuto del 2° quarto e si stava producendo l'allungo delle Stars dopo un quarto e mezzo d'equilibrio (m'ero perso, così mi s'informava, un canestro da metà campo della classe 2000 Cestari, cognome perfetto per una giocatrice, sulla sirena del 1° periodo).
Un canestro di rapina di Cagner su rimbalzo mal controllato dal Bfm su tiro libero fissava il punteggio sul 29-39 all'intervallo.
A inizio ripresa la compagine allenata dal veterano Dodo Colombo (figura nota soprattutto nel maschile varesino) produceva un 5-0 per tornare in partita, sembrando irretire l'attacco ospite con la zona, com'era riuscita a fare in stagione regolare per una clamorosa vittoria in rimonta.
Ma un appropriato timeout di Stefano Fassina rischiarava le idee alle Stars. Seguivano circa 3 minuti di grande scambio di canestri, soprattutto fra Rossini per il Bfm e Ruisi per le Stars, ma dal 45-52 iniziava una spaventosa gragnuola di colpi da parte delle ospiti. Difesa intensa con palle rubate in serie e bombardamento a tappeto da 3 punti. Ruisi e Baiardo indemoniate, arrivando a 15 punti l'una e 11 l'altra nel solo 3° quarto. Il possente centro Contu, arma fondamentale delle cosiddette "Poiane" (cioè il Bfm), veniva isolato dal giuoco, tirando appena una volta in tutto il secondo tempo.
Si produceva insomma un bestiale 0-17 negli ultimi 3 minuti del terzo periodo. Davvero una sequenza impressionante, chiusa da un assist sulla linea di fondo da Ruisi alla tagliante Baiardo che depositava sulla sirena: 45-69 e babbo morto.
Si arrivava anche a 45-73 in avvio di 4° periodo, poi le Stars staccavano il piede dall'acceleratore, mentre Bfm, tenendo dentro buona parte delle titolari contro le giovini altrui, leniva il passivo con un 22-4 negli ultimi 7 minuti. Sicché il risultato finale era 67-77, ma si è trattato di dominio Stars. Baiardo chiudeva a 25 punti, Ruisi 20; Rossini di là 22. Contu solo 6, ancor meno De Gianni, senza punti, ma mentre le "stellate" hanno la profondità per non dipendere da nessuna, le concittadine non potevano fare a meno della piena produttività delle titolarissime.