domenica 30 giugno 2019

Europei - considerazioni dopo le prime 2 partite

(Pubblico in ritardo queste note, scritte sabato 29, cioè prima della partita vinta oggi con la Slovenia, che nella sostanza cambia poco).

Oggi l'Italcalcio donne è stata eliminata nei quarti di finale dall'Olanda.
Nulla di inatteso: la melma stava montando da tempo. In Italia sembra che il calcio femminile sia nato adesso, ma il Mondiale femminile è un fenomeno da una quindicina d'anni almeno. Questa edizione in Francia fa sui 20.000 spettatori a partita, ma ce ne sono state altre da 25.000 e dintorni. La pestilenza è nata fra Nord Europa (all’incirca Germania, Olanda, paesi scandinavi) e Nord America (Usa, Canada), poi si è espansa nel Centro Europa: già 4 anni fa, per l'edizione 2015 del Mondialdonne, notavamo come in Francia e Spagna ci fosse un preoccupante botto d'interesse. I paesi balcanici (dall’ex Jugoslavia a Grecia e Turchia) per ora sembrano meno toccati, ma in compenso da loro c’è il volley che va bene.
Si è sdoganata pressoché ovunque la perniciosa idea che il calcio donne è calcio a tutti gli effetti. E il calcio è l'unica vera religione di una considerevole fetta di pianeta.
L'Italia sembrava sana, immune dal contagio, con pregiudizi da osteria ben incarnati dal vecchio Tavecchio, il pittoresco presidente Figc. Il calcio sembrava l'ultimo baluardo d'un maschilismo indubbiamente retrogrado, indegno, ma salvifico dalla nostra ottica di poveri cestofili.

Ma poi le cose sono cambiate. Sono entrati i club maschili grossi, dando una nuova dimensione al business prima miserando. Han guardato intorno e han visto che si può generare interesse intorno alla donne, anzi si può catturare una fetta di pubblico che è satura del calcio maschile e delle sue esasperazioni. Propagandare una presunta "versione sana" dello sport pedestre a chi continuamente ciancia d'etica, stigmatizza i miliardi dei calciatori, le storture dello show-business, eccetera.
Con il piatto ben apparecchiato per il botto mediatico delle calciatrici, l'unico antidoto per sgonfiare la bolla era un flop immediato sul campo. "Ma sì, vedrai che non combinano niente, in un girone con Australia e Brasile", mi diceva un conoscente tempo fa.
Si sperava che andasse così, ma preghiere e scongiuri non sono serviti. L’Italia ha battuto l’Australia, una delle favorite, e pure in modo epico, tipo un rigore al 95° minuto dopo aver rimontato da 0-1. Roba da far appassionare chiunque.
Era il 9 giugno, lo stesso giorno in cui, al grattacielo di Regione Lombardia, mi sono gustato la finale regionale U13 al mattino e quella nazionale U18 al pomeriggio. Ma durante la seconda già sentivo che la bella giornata era guasta.
Da allora sono state 3 settimane di tribolo e sofferenza.
Il 5-0 sulla Giamaica è stato celebrato in prima pagina pure dal Corriere della Sera. Roba che un Danilo Gallinari non ha mai avuto in una carriera.
Le grandi penne del giornalismo progressista, tipo Gramellini e Lilli Gruber, hanno celebrato questo calcio femminile come l'ultima Thule dell'umanità, il simbolo dell'emancipazione della donna, l'avvento di una civiltà nuova. Una rivoluzione copernicana in cui, pensate, le donne giocano e gli uomini assistono.
Come se non fossero decenni che nel mondo si celebrano e si seguono straordinarie campionesse. Anzi, persino nella retrograda e patriarcale Italia: Pellegrini, Compagnoni, Simeoni, Belmondo, Pennetta, Schiavone, Goggia, Kostner, Cagnotto, e perché no, Mabel Bocchi, giusto per dire i primi nomi che mi vengono in mente. E nel calcio stesso c'era Carolina Morace, che tutti conoscevano. Dappertutto, già da un pezzo, queste e altre donne, comprese le cestiste di A, B e C, danno spettacolo e molti uomini le guardano beati dalle tribune.
Niente, sembra che solo ora sia nata la donna sportiva italica.
Con la stessa ottusità con cui finora il calcio femminile era misconosciuto, ora lo esaltano saltando sul carro della moda del momento. Viene persino celebrato come un valore aggiunto il fatto che molte delle “starlettes” pedestri siano lesbiche. Quando toccava a noi, si menava scandalo se una giocatrice era fuggita con un’altra e roba simile.

Ho la bile malconcia, ma ancora più soffro nel vedere amici del basket che, lieti e garruli, s'eccitano per le prodezze delle tipe del piede. "E perché no?", dicono. Be', perché quando hai il pollaio già devastato da un tornado, non festeggi se arriva la faina a predarti le ultime galline rimaste. Il tornado ovviamente è stata la pallavolo, che ci ha lasciati con un torsolo di tesserate; la faina è il calcio, che rischia di portarci via pure il resto.
La profezia di Bicio Ranieri m’ossessiona da quando fu vergata su Basketcafè, un paio d’anni or sono. Il patron di Costa, quindi uno che ha il polso concreto della situazione, quando si parlava di sport concorrenti e dell'emergere del calcio, di cui s'intravedevano i primi segnali in Italia, scrisse che in prospettiva era più temibile la pallalpiede che la pallaschiaffa, perché può catturare le tipe che amano il contatto fisico, il dinamismo, la sana ruvidità, ciò che la pallavolo non offre.

Concludo la lunga premessa connettendomi all'argomento del titolo, cioè la Nazionale nostra. Mettendo da parte odii e terrori, bisogna essere obiettivi: le calciatrici si sono guadagnate la grande vetrina (i Mondiali) e l'hanno sfruttata andando oltre le loro possibilità. Hanno fatto imprese.
E' quello che a noi manca. Non da oggi, ma da una ventina d'anni. Siamo ancora in tempo ma non ce n'è molto.
Agli Europei finora abbiamo battuto la Turchia e perso con l'Ungheria. Due partite in volata, una c'è andata bene, l'altra no.
Domani c'è l'ultima della prima fase con la Slovenia, chi vince è secondo, chi perde è terzo. Ma nella sostanza cambia poco: avremo un accoppiamento complicato nel "barrage", alias ottavi, alias spareggio. Tipo la Russia o il Belgio o la Serbia, meno probabile la Bielorussia (che però ha battuto il Belgio: la sottovalutavo), insomma una del gruppo di ferro, dove la terza vale come e più della prima del nostro. E se passiamo c'è la Spagna, a meno che non si suicidi con la Lettonia domani, cosa improbabile.
Mentre se avessimo battuto l'Ungheria, non era ancora primato sicuro ma molto vicino. E da come si sta mettendo il tabellone, era lì il corridoio d'oro che tutti sperano d'infilare: accesso diretto ai quarti contro la vincente di Gran Bretagna-Montenegro, al momento. Un lusso, ma ormai se l'è preso l'Ungheria.
Non è finita ma la sensazione di occasione gettata è forte. Il girone era abbordabilissimo. L'unico dove non c'era nessuno squadrone. Con le discendenti di Attila abbiamo perso 51-59, con un blackout nel 3° quarto che abbiamo recuperato spegnendoci però di nuovo nel finale. Ci han fatto il paiolo le loro due torri d'area, cioè la pennellona di 2.08 Hatar (molto migliorata, bisogna dire) e la possente 1.95 Horti. Poi nel finale anche la loro americana naturalizzata Turner. Ma niente di che. Siamo noi che abbiamo tirato da cani, 17 su 68 dal campo (Zandalasini 3/17), e l'impressione è che sia stata una di quelle partite in cui basterebbe appena un pizzico di più per vincere, e invece ti sfugge via.
Anche con la Turchia non abbiamo giocato bene. L'abbiamo sfangata perché le turche sono declinanti e perché Sottana s'è accesa al momento buono, elevandosi sopra il livello mediocre della partita, e tanto è bastato, con l'aggiunta della solita Crippa tuttofare, roccia in difesa e canestri quando servivano.
Bisogna tener conto che, in un surreale "repeat" di due anni fa, quando le turche ci scassarono Macchi, stavolta è andata k.o. Fra' Dotto. Per fortuna non si è rivelato grave, però rischiavamo di essere zero su due a questo punto.
Non sono rassegnato ma nemmeno ottimista.

Mi pare che anche tra forum e socials l'umore sia tetro. Un po' dipende da Crespi, che non è simpatico al popolo come lo era Capobianco.
Un po' perché due anni fa s'erano tutti esaltati per le magie di Zanda, mentre ora sembra Superman con la kryptonite.
Poi, come al solito, c’è chi evoca le tipe rimaste a casa. Consolini, soprattutto; anche Bestagno. O invoca l’uso di chi non sta venendo utilizzata: De Pretto, ad esempio. Sono sempre scettico su discorsi del genere. Sì, è vero, sono ragazze che magari han fatto vedere, nell’ultima stagione, cose migliori di chi sta trovando minuti abbondanti in questo Europeo. Ma la Nazionale dev’essere una squadra, non la collezione delle più forti del momento.
Carletto Vignati, ai tempi in cui ho lavorato con lui per mettere nero su bianco i suoi ricordi, mi raccontava un concetto di Azeglio Maumary (lo storico patron Geas e magnate dell'edilizia) che mi è sempre parso azzeccato: fare una squadra è come piastrellare un pavimento; dopo che hai scelto i pezzi centrali, il resto lo prendi in modo che s’incastri bene con i primi.
Fuor di metafora: l’ossatura della squadra è fatta dalle 5 o 6 indispensabili; le altre si scelgono in modo che si completino bene con loro. Se Gina è più forte di Pina ma si completa meno bene con Zanda, Sottana, Dotto eccetera, un c.t. chiama Pina e non Gina. "Ma è solo un pretesto che un c.t. usa per fare scelte arbitrarie", è l'obiezione. Ma se anche fosse? Nel nostro caso le varie "Gina" sono giocatrici onestissime, che però non han mai combinato granché a livello internazionale. Che ci siano o non ci siano cambia poco o nulla nel valore complessivo della squadra.
Il problema non sono le assenti. Il problema è che le presenti non ci offrono garanzie. Le nostre giovini lunghe, Cubaj e André, non stanno demeritando, rispetto alle aspettative; ma logicamente non sono pilastri sicuri su cui poggiare. Le Dotto e Sottana alternano lampi di genio a deragliamenti: non sai mai che carta uscirà dal loro mazzo. Zandalasini? Sembra alla ricerca di un'illuminazione divina che non si manifesta più. Penna non trova la mira e fatica a incidere in altro. Cinili incide in tante cose, la mira l'avrebbe anche, ma come sempre sembra pensare che il mestiere di far punti non le competa. Crippa, già detto, encomiabile, però è giocoforza gregaria. Sintesi? In due partite abbiamo continuamente oscillato fra minuti da applausi e lunghe pause.
Ci vorrebbe, insomma, la capacità - o la fortuna - di trovare al momento buono la continuità e le certezze di cui finora siamo stati privi.

(* Non pubblicato originariamente - era previsto come capitolo del lungo riassunto dell'estate)

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