Domenica scorsa, 9 giugno, ho assistito alla finale scudetto Under 18 tra le compagini di Venezia e Costa Masnaga.
M’ero già recato al mattino (nonché una delle sere precedenti) nella sontuosa cornice del grattacielo della Regione Lombardia, inusitata sede dell’evento tricolore. Ma se per la finale regionale U13 si era stati, diciamo, abbastanza larghi in tribuna, ora invece, arrivando pochi minuti prima delle 16, si riscontrava un ambiente assai più popolato, per non dire traboccante, mentre stava ancora terminando la finale 3° posto degli uomini, con impegnata Cantù, la quale per vicinanza geografica era abbondantemente seguita.
Si constatava quindi che la finale femminile sarebbe iniziata con almeno 20 minuti di ritardo, poi divenuti quasi 30. Pazienza. Problema maggiore era che le tribune mobili presentavano ben poche vie d’accesso, il che significava, per chi s’era insediato rapidamente appena terminata la roba maschile, tra cui me, doversi alzare almeno una quindicina di volte per far passare i sopraggiungenti.
Sulla peculiare “lochèscion”, simbolo estremo dell’epoca di splendore di Formigoni, attualmente detenuto nelle patrie galere dopo aver regnato sulla Lombardia per un quindicennio, si è già commentato parecchio in Rete: straordinaria per la scenografia, tutto sommato meglio che star chiusi in un palazzetto senz’aria condizionata, ma era come giocare all’aperto, per via delle correnti d’aria; e i canestri mobili non sono la stessa cosa di quelli stabili per quanto concerne l’impatto della palla; inoltre, come ben insegna chi è tiratore di vaglia, quando mancano i riferimenti visivi consueti dietro i canestri, si fa più fatica a prendere la mira.
Final Eight falsate, dunque? La teoria è suggestiva ma i fatti la smentiscono, perché non c’è stato neanche un risultato a sorpresa, e l’unico che s’è sfiorato (Geas con Mirabello), peraltro non così improbabile, è avvenuto nei quarti di finale al PalaGiordani, ovvero al chiuso.
“Lochèscion” dunque assolta dall'accusa di aver alterato i valori tecnici, sebbene Costa possa essere legittimamente convinta che al chiuso avrebbe segnato più triple, avrebbe corso meglio in velocità (pare che il parquet allestito là sotto il grattacielo fosse più lento della norma) e avrebbe snidato meglio l’arrocco di Venezia. Per la verità poi la finale maschile ha offerto una santabarbara di triple realizzate, quasi a smentire handicaps legati al campo. Si sa però che la dotazione fisica degli omaccioni li mette più al riparo dalle variazioni ambiental-strutturali.
Bisogna dire che le partite delle F8 femminile sono andate tutte come si poteva pronosticare, anche negli scarti (salvo la quasi-vittoria del Geas su Mirabello e i 28 punti di divario nella finalissima, in realtà però maturati tutti negli ultimi 15 minuti, per crollo psicofisico di Costa). Probabilmente, se si rigiocassero 10 volte queste finali, si riavrebbe gli stessi risultati.
C'è da chiedersi perché le Final Eight di Coppa Italia di A2, invece, facciano sempre fioccare le sorprese (e quest'anno anche quelle di A1, almeno per il Geas finalista): la risposta più immediata è che i valori, nel giovanile-donne, sono molto più distanti fra una squadra e l'altra. Negli uomini invece no, e infatti la kermesse maschile è stata ben più equilibrata e scoppiettante.
Onestamente non ci ha giovato il confronto diretto: a parte il trattamento da fratelli poveri, con la delocalizzazione dei quarti al PalaGiordani e l'orario boja delle semifinali (ore 13 e ore 15 al semi-aperto in un 8 di giugno), la finale maschile è stata di un altro pianeta per spettacolarità ed emozioni.
Sulla prima c'è poco da fare; le seconde ci si aspettava che non mancassero, alla nostra finale, ma non è stato così. O meglio, lo è stato per 25 minuti circa, poi tutto si è repentinamente afflosciato a vantaggio di Venezia. Che non c'è dubbio si sia dimostrata migliore.
Il divario fisico fra le due compagini era squillante. Venezia non solo col tonnellaggio di Madera e Meldere (del tutto fuori portata per Costa, che ha statura con Spinelli e stazza con Colognesi, ma non le due doti combinate come per le torri lagunari d'importazione) ma anche nelle altre, con Gregori, Leonardi, Camporeale tutte con fisiconi in rapporto al ruolo di 2/3/4, e nemmeno il play Recanati è minuto. Di là, per contro, Balossi è... balossa (cioè scaltra, vivace) ma non colossa; le gemelle Villa, sommate, danno forse il peso di Meldere; e anche le altre esterne sono non dico scriccioli, ma con fisici normali.
Tuttavia la stazza non è tutto. Il topo può sconfiggere l’elefante. Dalla sua parte, Costa aveva altre armi, potenzialmente altrettanto valide: dinamismo, meno rigidità nei ruoli, gioco più fluido rispetto a una Reyer che, inevitabilmente, s’impernia sui centroni da alimentare in certe posizioni e con certi tempi fissi, risultando a volte legnosa.
E infatti, nei primi due quarti e rotti, ognuna delle duellanti – pur con esiti alterni, non sembrando nessuna delle due in giornata di grazia – ha sfruttato i propri vantaggi sull'altra: Costa con tagli in area ben serviti, o sorprendendo le lunghe veneziane con la scaltrezza a rimbalzo offensivo (soprattutto Colognesi, giocatrice di poca appariscenza ma di grande sostanza, e Spinelli, reduce da una semifinale mostruosa, 27 punti con 42 di valutazione); la Reyer attaccando il ferro con una potenza che né le lunghe né le esterne avversarie potevano arginare con facilità.
Dopo l’iniziale 12-7 per Costa, si andava all’intervallo con un vantaggio di 5 punti per le lagunari (anche +7 poco prima), grazie, a mio parere, a tre fattori: 1) aver limitato le palle perse e dunque le ripartenze avversarie; 2) aver azzerato il tiro da 3 (nessuna tripla subita nei primi 20'); 3) il cambio di metro arbitrale che dopo aver elargito raffiche di tiri liberi a entrambe nel primo, diventava avarissima nel secondo, tollerando evidenti sgrugnoni subiti in fase di tiro, e quindi la squadra con più stazza e muscoli aveva più possibilità di resistere. Fra questi 3 elementi considero il numero 1 il più importante di tutti, perché è quello su cui Venezia poteva pagare più dazio e che invece, annullandolo, ha vinto una buona fetta di partita.
Dopo l’intervallo Costa prova una mossa: dentro ambo le gemelle Villa, prodigi di precocità di cui abbiamo già narrato su questi schermi (sono di fine 2004, da 3 anni giocano circa 80 partite a stagione, ne hanno vinte circa il 90%), due fili di ferro d’inesauribile dinamismo, tuttavia ovviamente usignoli contro aquile, dal punto di vista della taglia, in questa partita. Con dentro anche Balossi, Costa gioca quindi con 3 portatrici di palla e il massimo della velocità. Obiettivo mettere sabbia negli ingranaggi del macchinone venexiano. Dopo che Gregori forza un paio di triple senza prendere il ferro, riscattandosi parzialmente quando intuisce che, marcata da Balossi, conviene ricevere spalle a canestro e segnare con agio, cosa che fa per il +6, arriva un 5-0 di Costa, con Balossi e M. Villa, e c’è poi la palla del sorpasso, ma E. Villa sbaglia. Si è sul 31-32 Venezia al 24’ circa e nulla fa pensare che la partita stia per spaccarsi.
Invece succede. Nella “scatola nera” del crollo di Costa, che da lì beccherà un parziale di 11-40, affondando a -30 (42-72) prima di segnare l’ultimo canestro della partita, potremmo trovarci tanto e magari non abbastanza da spiegarlo fino in fondo. Le triple - a parte una di tabella di E. Villa - che continuano a non entrare (1/20 alla fine); Venezia che inizia a macinare gioco con martellante efficacia (palla dentro alle due torri o penetrazioni sistematiche delle esterne); il passaggio a zona da parte delle longobarde che si rivela coperta corta e bucata; anche un po’ di sfiga perché Balossi viene sotterrata da Madera in uno scontro fortuito su palla vagante ed è costretta a uscire per qualche minuto. Ma potremmo anche soprassedere all’analisi e limitarci a una sintesi: nessuna di Costa ha giocato realmente bene, e infatti nessuna ha chiuso in doppia cifra. Colognesi e Spinelli si sono spente dopo il buon inizio; Balossi e Frustaci maluccio per tutta la partita; Discacciati, l’ala piccola del quintetto, 0 punti con 0/4 da 3; le giovanissime ovviamente non potevano essere loro a spostare l’ago.
Di là invece Madera e Meldere hanno assommato numeri imponenti e quasi uguali (19 punti+13 rimba la toscana, 18+13 la lèttone), un po’ più alterne ma comunque funzionali le varie Recanati, Grattini, Leonardi, Gregori, Camporeale; una menzione la meritano Costantini e Bianchi, due della panchina di Venezia che, in mezzo a compagne dal fisico bionico, sono le uniche di taglia normale (un po’ piccolette, anzi), ma contro un’avversaria a sua volta piccola e dinamica come Costa hanno contribuito a equilibrare il bilancio perse-recuperi che, come detto, era una chiave.
Finisce quindi, dopo un lungo e un po’ penoso “garbage time”, la disfida con un 72-44 per Venezia che vince, va notato, il suo primo scudetto con il 2000-01 come annate portanti (in precedenza c’erano stati due scudi di Marghera e, lo scorso anno, appunto quello di Costa). Finora c’era sempre stato bisogno delle magggiche ’98-99 per far vincere Madera e coetanee.
Dubbio del poi: rispetto all'anno scorso mancava Meriem Nasraoui, grande rivelazione sulla scena giovanile di 12 mesi or sono; è questo ad aver azzoppato Costa? Ovviamente non si potrà avere la controprova. Certo, parliamo di una che ha dimostrato, oltre alla potenza abbinata alla mano morbida, di non aver paura manco del demonio (ho già narrato tempo fa di quando a 14 anni affrontò una gang di teppistelli che infestava l’oratorio di Binzago), :D quindi avrebbe anche potuto impedire alle compagne di cadere in quello stato depressivo che le ha attanagliate quando le cose si sono messe male; ma non credo che sarebbe bastato in quest'occasione, cioè con questo livello di prestazioni delle due squadre. Nasraoui fu importante lo scorso anno ma nell'ambito di una partita in cui Costa giocò meglio di stavolta e Venezia peggio. Certamente il modo in cui è finita quest'anno dà ancora più valore all'impresa masnaghese del 2018.
Considerazioni finali per Sara Madera. Quarto scudetto giovanile per lei (la Coppa U20 non vale nel conteggio); si ferma due sotto Zandalasini che però ha iniziato prima a vincerli. Ha avuto, come detto, un inizio difficile in questa finale, poi è salita in cattedra, entrando meritatamente nel suo ennesimo quintetto ideale della manifestazione. Tuttavia è inevitabile analizzare le sue prestazioni non per quanto produce sul momento ma in prospettiva del suo futuro ad alto livello. E non sono sicuro di aver visto i segnali che avrei voluto vedere. La maggior parte dei suoi punti sono stati realizzati sfruttando la supremazia fisico-tecnica sulle pari-età (o meglio, sulle 2002 di Costa), il che è difficilmente riproducibile in A1. Da fuori ha fatto 0/5. Nella parte iniziale mi pareva lenta nelle partenze in palleggio, anche se nel secondo tempo ne ha mostrate alcune buone. Sto parlando di una giocatrice che vorrei sinceramente veder emergere, ma non mi ha del tutto rassicurato al riguardo. Chiaro che il prossimo anno sarà cruciale per la sua carriera: o sfonda o resterà nel limbo dei grandi talenti giovanili che per qualche motivo non si sono realizzati fino in fondo.
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