E' la zona del Sanga e infatti è Franz Pinotti a fare gli onori di casa, a questa kermesse che sta per iniziare.
"Dai, scendi!", m'ordina una voce perentoria, scorgendomi in tribuna.
E' Annalisa Censini, l'ex capitana e bandiera del Geas, che chiamavo "Generale" e a quanto pare ne ha ancora il piglio. Obbedisco all'istante.
Ora, sul parquet, se fossi più giovane ed entusiasta, anziché ormai maturo e compassato, rischierei la sindrome di Stendhal: tutt'intorno stanno fior di giocatrici, tra le migliori degli ultimi 20 anni di basket lombardo e non soltanto. Non nomino tutte ma, giusto per dire: Manuela Zanon, Susanna Stabile, Michela Frantini, Alessandra Calastri (ovvero un poker del Grande Sanga finalista 2013 in A2); Francesca Jemmi; Laura Fumagalli; Veronica Schieppati; giovani del Sanga attuale, o di qualche anno or sono, e del Bfm Milano. Cioè le ultime due squadre della protagonista (a sua insaputa) della kermesse.
Chi stiamo aspettando? Silvia Gottardi. L'evento si chiama "Got Day" ed è la partita d'addio in suo onore; insieme a Pinotti l'ha organizzata Censini, che oltre al suo bimbo s'è anche portata l'arbitro, che è il marito. Ricambia il regalo che le fece Gottardi 8 anni fa, quandò organizzò la sua partita d'addio al PalaNat di Sesto.
Pinotti s'è incaricato di attirare Silvia in palestra, con un pretesto, tipo parlare di qualche progetto, e ora annuncia che la festeggiata è in arrivo.
Ci si nasconde tutti in una delle scale interne all’impianto. Qualche minuto e poi, al segnale si irrompe in massa in palestra, dove Gottardi nel frattempo è giunta: scoppiano risate, baci e abbracci, commozione.
Per la verità non sono convinto che Silvia si consideri ritirata. Al termine della famosa finale 2013 aveva già celebrato una sorta di saluto al basket; un altro l'ha annunciato nella primavera 2018 dopo aver dovuto saltare pressoché tutta la stagione di B per infortunio; ma all’inizio di questa stagione è tornata in campo, ancora in B col Bfm, per alcune partite, salvo poi uscire di scena.
Dopo qualche mese è riapparsa in Uisp maschile Over 45 (ebbene sì, pur non essendo né maschio né over 45), insomma una roba solo semi-agonistica, ma credo che si senta ancora una giocatrice, e magari tornerà ad esserlo, se mai la caviglia scassata la lascerà in pace.
Insomma, può darsi che siamo qui per un addio più presunto che reale. Ma poco importa: la gente è contenta di esserci per omaggiare una grande. Anch'io sono contento d'iniziare così, simbolicamente, la stagione estiva. Tra le grandi giocatrici lombarde che ho seguito nell'ultimo quindicennio, Gottardi è la più vicina a me per età: meno di 20 giorni di differenza:
Le tipe sono una ventina abbondante. Si dividono, grossomodo, per età: squadra azzurra con le veterane, squadra rosa con le giovani. A fare da coach provvedono il venerabile Andrea Petitpierre, Pinotti e Chiara Mariani, storica vice al Bfm. Gottardi giocherà un tempo per parte.
Salgo in cima alle tribune per godermi il giuoco. Le veterane vincono piuttosto nettamente, ma non è il caso di giudicare una partita priva di scopi agonistici, tanto più quando ogni giocatrice ha un livello diverso di forma. C'è da dire però che le "olds", pure quelle che han smesso da parecchio, fanno la loro figura, eccome.
Mi colpisce soprattutto - e forse non lo coglievo abbastanza, ai tempi - come sappiano passarsi la palla, con tagli, riaperture, scarichi, tempi perfetti. Le giovani sembrano più propense allo stile "un passaggio e tripla" (sovente sul ferro). Potrei malignare che le veteranissime abbiano più voglia di passarsela adesso, rispetto a quando erano giovani e affamate di gloria personale... Chi lo sa. In ogni caso è un bel vedere. L'assist più spettacolare è proprio della festeggiata: dietro la schiena per Calastri.
Chi segna più punti è Frantini, che del resto, oltre ad aver sempre avuto il canestro nel sèngue (pronuncia alla Lino Banfi), è ancora in attività: campionato Uisp a Sedriano. Sono andato a vederla in marzo quando è venuta a giocare contro Binzago e ha fatto 29 punti con 10/25 dal campo, cioè in pratica tirava a ogni azione: sembrava che volesse ancora dimostrare qualcosa, a costo di sembrare maramalda fra avversarie di livello troppo diverso. Quasi la stessa cannibale ferocia di quando, proprio qui sulla tribune del PalaGiordani, quei fracassoni dei "Viking" di Broni le diedero della sovrappeso e lei li zavorrò con 34 punti in 25 minuti, impallinando l'allora 16enne Zandalasini. Era l'inizio di novembre 2012.
Già un anno dopo, peraltro, i rapporti di forza si sarebbero rovesciati, con Zanda a guidare con 27 punti (compreso un volo d'angelo su alley oop lanciato da Arturi, che ancora ho negli occhi) un dominante Geas delle giovani contro le veterane del Sanga, rimaste senza Zanon. Ma non si era qui al PalaGiordani, bensì al PalaNat, tempio sestese. Un altro posto dove non riesco a tornare senza essere assalito dai ricordi.
Me ne vado, solitario nella lunga e torrida sera del solstizio d'estate, mentre la kermesse per Gottardi si sta concludendo con una gara di tiro da 3 a squadre.
L'amabile compagnia andrà poi a far serata in un locale all'Ortica, periferia est. Potevo aggregarmi ma ho incombenze da sbrogliare sino a notte fonda: oltre al torneo di Binzago alle porte, in cui debbo fare la mia parte organizzativa, ho da lavorare proprio per lei, Silvia, nel suo ruolo di direttora del magazine Pink Basket. Stiamo finendo l'ultimo numero della stagione, dedicato soprattutto alla Nazionale che sta per disputare gli Europei. A me toccano le finali scudetto giovanili delle scorse settimane: quella U18 a Milano, sotto il grattacielo di Regione Lombardia, con Venezia che ha spazzolato Costa alla distanza, e quella U16, che sta per finire in questi giorni, con Costa netta favorita per il bis dello scorso anno.
Un bel modo d'iniziare l'estate, penso mentre inizio la camminata di ritorno verso la metropolitana, nel lungo tramonto del solstizio.
Anche se... una partita di addio, per quanto festosa, lascia un retrogusto di malinconia. E' un rito di passaggio, una sorta d'estrema unzione di una giocatrice. Uno di quei momenti in cui ti accorgi con più veemenza che il tempo è passato, cosa che di solito è limitata a un'inquietudine di fondo.
"Only the memories remain”, restano solo i ricordi, disse il grande Bill Bradley nel suo discorso di addio al basket. A volte hai la spiacevole sensazione di perdere pure quelli. O forse pretendi troppo: che ti rimangano i contorni precisi, vorresti ricordare ogni particolare, chi c’era in ogni partita, quanti punti ha segnato. In realtà, e forse è giusto così, restano soprattutto le emozioni.
Di Gottardi mi resteranno, oltre a quella finale 2013, persa ma da lei lottata con strenuo onore, la vittoria in gara-3 di finale di B1 del 2009 (sono passati 10 anni esatti, mannaggia), davanti a un sacco di gente nel vecchio Palalido; e l'eleganza regale del suo palleggio-arresto-tiro, sempre dalla media perché lei aveva poco tiro da 3. Andava in serpentina, destra-sinistra o viceversa, e poi scoccava.
"Il giovane sorge quando il vecchio tramonta", lessi tanti anni fa nel Re Lear di Shakespeare; ma la frase suona bene solo se sei dalla parte del giovane. Altrimenti la devi incassare a tuo danno. Però è verissima. Nella stagione che è appena terminata, il mese scorso, ho seguito dappresso i playoff di Costa Masnaga, finiti con la promozione in A1, e nei minuti decisivi della finale contro Alpo c'era in regia una 2002, Balossi; il canestro della vittoria l'ha segnato una 2001, Frustaci, poi sull'altro fronte, per chiudere in modo determinante sulla penetrazione disperata di Galbiati ha messo il corpo un'altra 2002, Spinelli.
Ragazze che non erano ancora nate quando Gottardi vinse il famoso scudetto del 2000 con Priolo; che stavano finendo le elementari ai tempi della finale 2013 del Sanga. E adesso il mondo è loro. Il femminile viaggia più veloce del maschile, nell'alternare le sue generazioni.
Quella delle giocatrici della mia età e dintorni (all'incirca le nate fra il ’75 e l’85) è ormai tramontata, salvo rarissime irriducibili. C’è chi ha lasciato all’improvviso ancora giovane, sui 25, chi in età matura, verso i 35 e oltre; e fra queste c'è chi ha smesso di botto, cioè dall'A1/A2 al nulla, e chi invece tira avanti il più possibile, scendendo di categoria in categoria finché ne ha.
Non c'è un modo più degno e uno meno degno per uscire di scena; d'istinto preferirei chi a un certo punto sa dire basta, quando capisce di non poter aggiungere più nulla di significativo a ciò che ha già fatto. Umanamente, però, comprendo chi non riesce a smettere e chi lascia e ci ripensa: perché dopo che hai smesso ti rendi conto di aver perso la parte migliore della tua vita.
* (non pubblicato originariamente; doveva essere un capitolo del riassunto lungo dell'estate)

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