Ormai mancano pochi giorni agli Europei di Chieti. L’attesa che si vive nell’ambiente, da parecchi mesi, è tanta, il che di per sé è positivo, perché da anni e anni non c’era un interesse così forte per un evento femminile, dalle nostre parti. Poi, ultimamente, s’è pure saputo che le partite dell’Italia saranno trasmesse dalla Rai in chiaro, roba che non succedeva da millenni. E quando ricapita un’occasione del genere?
Forse si sono create aspettative persino eccessive, come se bastasse un Europeo ben giocato per cambiare le sorti del basket femminile in Italia, come se fosse l’ultima e imperdibile occasione per risalire dalla palude. Utopia, come diremo anche dopo; ma dal punto di vista agonistico è di certo un appuntamento epocale, visto che dopo il 1999 non riuscivamo nemmeno a qualificarci, e quindi è la prima volta che l’attuale generazione delle nostre giocatrici disputa una competizione seria. Nel ranking mondiale siamo precipitati al 46° posto, al livello del Congo. Il tutto mentre le "rivali" del volley sono diventate campionesse del mondo e vice-campionesse d'Europa.
Scurdammoce o’ passato e guardiamo al futuro, okay, certo che fa arrossire la constatazione che per partecipare all’Europeo abbiamo dovuto organizzarlo, se no capaci che stavamo fuori per altri anni. Bisogna riconoscere che il pur discusso Di Marco è riuscito in due imprese (far giocare l’Italia agli Europei e far vedere basket femminile sulla tv in chiaro) che non riusciva a nessuno da tempo immemore.
Ora, è appena successo che la Nazionale maschile è stata sbattuta fuori dai suoi Europei in maniera alquanto squallida, con codazzo di delusioni, polemiche e processi. Bene perché perlomeno c’erano aspettative e interesse, ciò non toglie che la delusione è ancora nell’aria e non ha certo diffuso buonumore nel cosiddetto “movimento”. I cestofili d’Italia si devono ancora riprendere da quel “roitus ininterruptus” che è stata la partita con la Germania: siamo stati eliminati da una squadra bollita, che ha perso di 30 la partita prima e di 28 quella dopo, siamo riusciti a perdere nonostante il miglior giocatore della squadra avversaria (Nowitzki) abbia fatto 5/19 al tiro: hanno scritto che è stato merito della difesa di Gigli, ma a noi è sembrato che si sia preso i tiri che di solito mette a occhi chiusi, solo che ci andava di puro culazzo che non gliene entrava uno, tant’è vero che pure contro la zona spadellava; i suoi compagni, poi, sbagliavano tutto da 3 come da un metro; e ciò nonostante sembravamo senza attributi, si sono visti errori ignobili, sicché ci sono toccati i commenti di quelli che seguono il basket solo ogni tanto, e sentenziano robe tipo: “Ah, ma se Bargnani gioca nella Nba, ci gioco anch’io”, “Eh, ma questo basket, andiamo proprio male, eh?”, provocando un’usura irrimediabile alla bile del qui scrivente e di altri, già prostrati da differite a notte fonda, inseguimenti a tv straniere sul satellite, internet che si blocca sul più bello, videoregistratori che non partono, dibattiti a non finire.
Ma perché perdere tempo a parlare di maschi? Intanto perché, se le nostre azzurre hanno visto quella partita con la Germania, basterà che facciano esattamente l’opposto, sia a livello tecnico che di attributi (a volte basta solo uno di queste due componenti: chi ha visto la rimonta della Grecia sulla Slovenia da –7 nell’ultimo minuto se n’è reso conto), e andranno come minimo in semifinale. A quanto pare, quello che teme di più Lambruschi è proprio di vedere una squadra spaurita e senza palle. Poi c’è il dettaglio non da poco che, con gli uomini fuori dalle Olimpiadi, le donne sono rimaste la nostra unica speranza di vedere un po’ di basket da Pechino, il prossimo anno. Sarà pura illusione, ma perché non porsi anche questo pazzo obiettivo? In fondo nel ’96 andò così: gli uomini fuori dai Giochi e le ragazze dentro (pure nel ’92, ma là fu un ripescaggio per noi). Dando per puro miracolo una qualificazione diretta (bisogna vincere l’oro a Chieti), per tener vivo il sogno, ovvero qualificarsi per il Preolimpico, bisogna arrivare tra le prime 5. Non è così impossibile. Il terzo motivo del riferimento agli uomini è che ci sono alcuni elementi confrontabili, tra l’una e l’altra rappresentativa.
Gli infortuni, tanto per cominciare. Il pur glorioso (fino a 3 anni fa, poi no) Recalcati, non molto propenso all’autocritica, sebbene a detta di tutti il gioco dell’Italia sia stato pessimo, ha avuto buon gioco a scaricare parte del fallimento sulla sfiga. Ora, è vero che perdere Gallinari, Rocca e Galanda durante la preparazione è una brutta tegola. Ma aggrapparsi all’assenza di un 19enne per giustificare la nostra miseria a rimbalzo, fa ridere i pollastri. E poi mica gli si chiedeva di vincere la medaglia d’oro, si chiedeva di entrare nei quarti di finale battendo quella Germaniaccia che abbiamo descritto sopra. E vieni a dire che non ce l’abbiamo fatta perchè si è infortunato Gallinari? Cioè, un paese da 58 milioni di abitanti e con la tradizione cestistica dell’Italia, se si fa male un 19enne non riesce più a imbastire una Nazionale decente? Ma per cortesia.
Il discorso vale anche per la selezione femminile: se dovesse fare fiasco (e per fiasco, siamo generosi, intendiamo solo il mancato superamento del 1° turno, vale a dire perderle tutte e 3: ma si potrebbe anche essere più ambiziosi e pretendere almeno l’accesso ai quarti), non vorremmo che ci si aggrappasse agli infortuni di Ballardini e Cirone, alle cattive condizioni di Dacic, eccetera. Eh, no. È vero, sono tutte giocatrici importanti, ma siamo in casa, siamo l’Italia, mica l’Albania o il Montenegro, bisogna riscattarci da anni di pesci in faccia: come minimo, il primo turno va superato (nonostante il girone, com’è noto, sia il peggiore che potesse capitarci, con Russia, Francia e Grecia), non è possibile che se mancano 2 giocatrici si va a ramengo. Poi, come dice giustamente Superbasket oggi, le assenze degli uomini sono capitate tra capo e collo nel bel mezzo della preparazione, queste invece sono già risapute da tempo. E infine, non è che le altre nazionali siano sempre belle al completo e in forma.
Notiamo poi che, a differenza dei maschi, le azzurre hanno un organico molto meno sbilanciato tra vecchi bolliti e giovani non ancora maturi. Perché mentre il settore maschile, prima dei Belinelli e i Bargnani, ha avuto un clamoroso buco nella produzione di giocatori, tanto che nelle annate tra il ’78 e ’82, ossia quelle di mezzo, quelle attualmente dominanti in Europa, siamo riusciti a tirar fuori solo Di Bella e Mordente per questa Nazionale (ovvero due comprimari), tra le ragazze abbiamo invece una Macchi del ’79 e una Masciadri dell’80: ovvero le nostre due leader designate sono nella loro piena maturità, a differenza della squadra maschile, le cui due punte hanno 21 anni. E quanto al resto dell’organico, è vero che mancano due da quintetto, ma facendo ancora il confronto con gli “hombres”, siamo più completi nei vari ruoli.
E poi approfondiamo il discorso-motivazioni: questa generazione di giocatrici finora ha ottenuto, in campo internazionale, risultati da andare a nascondersi. Insomma, dovrà pur venir fuori un minimo di amor proprio, di voglia di rivincita, di dimostrare che non si è delle fallite totali, buone solo a svettare nella mediocrità del campionato italiano o a fare le panchinare in Wnba. Altrimenti questa generazione di giocatrici (intendo quelle che sono in Nazionale da almeno 4-5 anni) rischia di avere un bilancio finale di soli fallimenti totali, e non è accettabile, perché non si capisce quale handicap congenito abbia impedito all’Italia, in questi anni, di ottenere, non diciamo una medaglia (troppa grazia), non l’accesso ai Mondiali e alle Olimpiadi, ma una banalissima qualificazione ai Campionati europei, evitando di farsi umiliare dalla Curlandia o dal Bamburgo di turno. Per non parlare delle coppe europee, beninteso.
È chiaro che c’è il rovescio della medaglia: tutto potrebbe trasformarsi in una pressione insostenibile. Già si è tirata in ballo la “pressione” per giustificare molti fiaschi del passato, figuriamoci ora che c’è un Europeo in casa. Ci si è messa poi, come da italica abitudine, una preparazione interminabile, due mesi di lavoro con 250 amichevoli, roba da far venire la nausea alle giocatrici, spomparle e acciaccarle anziché portarle all’evento nelle migliori condizioni (altro elemento in comune con gli uomini, che si sono messi sotto a inizio luglio, erano in forma ai primi d’agosto e sono arrivati rotti e scoppiati agli Europei). Ovviamente ci tocchiamo e ci auguriamo che non sia così, anche perché, ahò, se uno è in Nazionale vuol dire (o almeno dovrebbe) che ha anche doti mentali e fisiche non comuni per resistere.
E poi ‘sta storia della pressione, sarebbe anche ora di smontarla. Intanto perchè non si capisce il motivo per cui i nostri/le nostre dovrebbero sentirla più di tutti gli altri. È vero che uno può sentire pressione anche per una partita al campetto o del Csi, perché spesso è un meccanismo più interno che esterno; però, oggettivamente, la pressione vera è altra cosa, ad esempio quella che sintetizzò efficacemente Mirsad Turkcan dopo aver avuto due tiri liberi allo scadere, sul –1, nei quarti di finale degli Europei 2001, quando la sua Turchia giocava in casa: «Se avessi fatto 0/2, sessanta milioni di turchi mi avrebbero pisciato addosso». La pressione vera è quella che ha paralizzato la Spagna negli ultimi minuti della finale di quest’anno contro la Russia, quando sapevano che non potevano perdere in casa, che c’era già il pullman pronto per la parata celebrativa per le strade di Madrid. Qui da noi, che la Nazionale femminile di basket vada bene o male, al 99% del Paese non gliene frega niente.
Qui da noi il principale quotidiano sportivo, quello color rosa per intenderci, che pure annovera tra i suoi illustri vicedirettori il padre di una nota giocatrice del Geas, il giorno dopo la vittoria dell’Italia sulla Turchia (decisiva per restare in corsa, anche se solo temporaneamente), le ha dato lo stesso spazio, in prima pagina, dell’imperdibile notizia che il rugbista azzurro Parisse è fidanzato con Miss Europa. E nella prima pagina di domenica scorsa, ovviamente nessun accenno alla stupenda semifinale Spagna-Grecia dell’Eurobasket (figuriamoci), mentre in compenso aveva un bel rilievo, con tanto di foto, il seguente avvenimento: al termine della partita di Coppa del Mondo di rugby tra Nuova Zelanda e Portogallo, i neozelandesi hanno tirato fuori un pallone da calcio e hanno giocato con gli avversari una partitella, cioè due tiri alla cacchio, tanto per sfogarsi un po’ dopo essersi mazzolati con la palla ovale. Ebbene, di questa pseudo-partitella di calcio la Gazzetta ha dato ogni particolare, compresi i marcatori e giudizi tecnici sugli improvvisati pedatori, mentre del match di rugby, valido per la Coppa del Mondo, quasi nulla.
Beninteso, siamo abituati a sottometterci al Diocalcio-Calcioddio, che senza di lui la Gazzetta sarebbe già in malora, sicché ci siamo fatti una ragione che una coscia dolorante di Ronaldo valga immensamente più di una finale europea di basket; e sappiamo che l’attuale direttore della Gazzetta viene da Vanity Fair: ma questi due esempi rivelano un modo di fare che è una cazzata, un vomito, un annacquamento del senso dello sport. Poi fanno finta di indignarsi perché la Rai bistratta il basket: ma se per il principale quotidiano sportivo un Europeo vale così poco, perché mai i papaveri della tv di stato dovrebbero averne più rispetto, specie se non arriva la telefonata indignata del Veltroni di turno? Si perdoni dunque lo stressato baskettomane descritto sopra, quello prostrato da notti insonni alla ricerca di partite da vedere, se gli viene voglia di imitare Sgarbi quando si scagliò contro il leghista Boso in una memorabile litigata televisiva, ripetendo all’infinito: “Vergognati, vergognati, vergognati!” a chi combina ‘ste cose. Ma poi il poveruomo si rende conto che, in fondo, la Gazzetta è meglio del resto che c’è in giro, e si rassegna, prima di addormentarsi sfinito sul divano dopo la differita della finalissima alle 2 di notte.
In Italia stan così le cose. Che la nostra Nazionale femminile vinca gli Europei o vada fuori al primo turno, non cambierà una virgola, mettiamoci il cuore in pace. Che poi si debba giocare per vincere, per noi stessi, per rifarsi delle umiliazioni, verissimo; ma bando alle illusioni che le “sorti del movimento” dipendano dal risultato di Chieti. Ragazze, tranquille, perché se quelli del calcio hanno messo dentro 5 rigori su 5 nella finale dei Mondiali dell’anno scorso, con tutta l’Italia a pendere dai loro tiri, perché voi del basket dovreste farvela addosso? Sarebbe umano, forse, ma allora vuol dire che non valete davvero. E invece voi siete il meglio che possa offrire il nostro grande Paese, che vanta millenni di storia e migliaia di chilometri di coste.
PS: a quelli che, come avvoltoi, aspettano che l’Italia faccia fiasco per poter sparare a zero su Lambruschi o imbastire i soliti processi e fare i soloni sapientoni stracciamaroni: fottetevi.
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