Tutto è finito, finito è tutto. Il Mondiale U19 (ormai da 5 giorni) e anche la dimezzata estate delle nostre giovanili, visto che - come sanno i sassi - abbiamo rinunciato ai Challengers U16 e U18.
Siamo tornati dunque con l'11° posto dalla kermesse di Debrecen, dopo aver battuto (nella fase 9°-16°) il Brasile, preso una paga memorabile dal Giappone e sconfitto l'Egitto (rima), stavolta con meno patemi rispetto alla prima fase. Per un tentativo di bilancio nostro, vedi in fondo.
L'Ungheria ha fatto contenti organizzatori e pubblico cingendosi il bronzo al collo. Ha legittimato, diciamo così, il famoso "corridoio favorevole" che abbiamo già sottolineato (beccare la Rep. Ceca nei quarti). Per quanto s'era visto finora, il Mali pareva meglio e non di poco; ma è finita con +21 per l'Ungheria nonostante gli sforzi di Sika Kone, 25 punti e 16 rimbalzi, venendo inclusa nel quintetto ideale; ma 25 ne ha messi anche Boros, pure lei nel quintettone.
Nella finalissima, classico Usa-Australia e altrettanto classica vittoria yankee. A differenza della prima fase, l'Australia è riuscita a imbragare le ragazze dello Zio Sam per un quarto e mezzo; si era infatti sul 24-26 per le cangure al 14'.
Succedeva però che gli Usa passassero a zona, chiudendo totalmente l'area e lasciando che l'Australia si affidasse totalmente alle spingardate da 3; e in attacco le americane, pur tirando maluccio, avevano tante opzioni cui affidarsi di volta in volta, che fossero le palle dentro l'area per le torri Betts (2 metri del 2004, minorenne dunque...) e Ware, o le incursioni della tascabile Johnson, la quale s'è distinta anche per un triplone da 9 metri sulla sirena del 1° quarto; oppure le triple della tiratrice Citron (origini venete o francesi, giacché "citron" vuol dire limone? Il dubbio non c'impedirà di dormire), inserita nel quintetto ideale. Mentre l'mvp del torneo, Clark, guardia bianca dal viso acqua & sapone, di buona fisicità e fondamentali (insomma tutto perfettino, anche se per ora non sembra avere le stimmate del genio) stavolta non ha incantato, anche se le doti si vedevano comunque (velocità d'esecuzione, personalità).
Facendola breve, il parziale tra metà 2° quarto e metà terzo è stato di 23-2 (47-28 al 25'): partita uccisa.
Ultimo quarto senza sussulti né singulti. Finale 70-52 e, come quasi sempre, gli Usa sono d'oro. La solfa è la solita: loro perdono solo se fanno le cose male, raffazzonando selezione e preparazione. Siccome nel femminile fanno tutto per bene, non ci sono santi a cui votarsi, per le avversarie.
Per un cenno finale sulle individualità emerse nell'evento, va ricordato che il quintetto ideale, oltre alle quattro già menzionate, ha incluso la guardia australiana Melbourne; in particolare evidenza fra le altre il funambolico play canadese Wilson (2003, genio e sregolatezza) e, rullo di tamburelli, addirittura un paio di 2005 (mani nostre che si mordono), ovvero l'aletta ceca Paurova e la fisicata ala russa d'origine esotica Kosu; entrambe hanno giostrato intorno ai 16 punti a partita. E' del 2002 invece la possente ala grande canadese Ejim.
Potremmo aggiungere anche un paio di francesi, Astier e Bussière, ma le suddite di Macron hanno fatto registrare una caduta fragorosa negli ottavi.
In generale, non è parsa un'edizione per superlunghe, a parte il torrione americano Betts, classe 2004.
Chiudiamo con un tentativo di bilancio sull'Italia, a bocce ormai ferme.
E' assodato che c'è poco da esaltarsi, sia per l'11° posto sia per quanto mostrato sul campo: a parte Spinelli, che però ora si ritrova col ginocchio rotto e la prospettiva di mesi d'assenza, obiettivamente nessuna, compresa chi si merita la sufficienza, ha fatto registrare prestazioni incoraggianti per un futuro al massimo livello (ok, apprezzabile Bovenzi rispetto al suo potenziale, ma non è un elemento di primissimo piano).
Però, come squadra, alla fine, abbiamo fatto così male a 'sti Mondiali? A ben guardare, abbiamo perso contro l'oro, l'argento e il bronzo (andando non lontano dal vincere contro il bronzo, cioè l'Ungheria in casa sua), più la scoppola col Giappone che comunque è una forza emergente a tutti i livelli; il tutto dopo aver perso, per scelta o per sfiga, elementi fondamentali; in una competizione in cui, come ha fatto notare l'utente Silvia Zanetti, abbiamo una tradizione negativa.
E' lecito criticare la nostra prestazione complessiva nell'evento, ma non si può ritenerla lo specchio del nostro valore, avendo giocato senza Gilli, senza Matilde Villa (miglior marcatrice italiana dell'ultima A1 e miglior assist-woman in assoluto, giova ricordarlo), senza Spinelli nella partita decisiva, senza Ronchi, al limite anche senza Blasigh e/o Zanardi, altri possibili inserimenti dalle sotto-età.
Se pensiamo che il nostro standard naturale siano i primi posti, solo perché prima del Covid queste annate vincevano, temo che andiamo fuori strada. C'è stato un terremoto le cui macerie dobbiamo ancora rimuovere del tutto. La vittoria nel Challenger U20 ha dimostrato che se ci sono le condizioni giuste non abbiamo smarrito la ricetta per fare risultato.
Legittima però l'inquietudine per un futuro in vista del quale non abbiamo seminato nulla, data l'inattività forzosa delle minorenni per due estati di fila.