Finalmente, crisbio. Sono due settimane che ho in canna il riassuntone del Mundobasket di Sydney,
e ogni giorno dicevo: "Oggi lo scrivo", salvo rimandare. Credo che
l'umanità sia sopravvissuta lo stesso alla mancanza, ma debbo comunque
porre rimedio.
- USA campioni,
come ogni volta. Tutto normale, tutto logico ma il problema è come
hanno (stra)vinto le americane: +46 di scarto medio nelle 5 partite di
girone; +31 nelle 3 partite di fase finale. E' come se in una gara di
corsa il vincitore doppiasse tutti gli altri: sì, lo applaudi, grande
ammirazione ma toglie interesse al nocciolo della competizione, che
sarebbe quello di scoprire chi vince perché è il più bravo nella
circostanza, senza che sia già determinato prima per eccesso di
superiorità. Guardando ad altri sports, gli USA donne sono campioni del
mondo in carica nel calcio e campioni olimpici nella pallavolo; ma hanno
dovuto sudarsi quei titoli; erano tra le favorite ma potevano vincere
loro come altre.
Pensare che, tornando al basket, era un'edizione di
ricambio generazionale per le americane, senza più - rispetto a Tokyo
2021 - mostri sacri come Bird, Taurasi, Fowles, Charles e ovviamente la
detenuta Griner. Le più anziane erano le '92 Gray e Thomas, poi tutte
degli anni '90 tranne la 2000 Austin. E vari elementi arrivavano
direttamente dai playoff Wnba; altro che preparazione specifica. Niente
da fare: dominio con la pipa in bocca. Ancora un po', arriveranno in
sandali mezz'ora prima dell'inizio di un Mondiale od Olimpiade e
vinceranno lo stesso di 50 ogni partita. Il fatto è che sono veramente
brave, non solo sul piano del talento (il che è scontato) ma su quello
dell'applicazione, dell'intensità costante senza concedersi pause, del
gioco di squadra che non consente personalismi e sfrutta di volta in
volta chi è più ispirato. E conoscono alla perfezione il basket Fiba,
visto che ci giocano per la maggior parte dell'anno. Del resto sono
donne di ferro che giocano 12 mesi senza dire "ba", altro che le vacanze
lunghe dei colleghi uomini. E quando gli USA fanno le cose seriamente, è
inevitabile che non ce ne sia per nessuno. Ma è preoccupante appunto
che il fossato sia in aumento.
- Nonostante la mancanza di pathos sul vincitore, il Mondiale è stato un successo di pubblico.
145mila spettatori totali, record "all time" nonostante la diminuzione
da 16 a 12 squadre (chissà perché, tra parentesi, mentre gli altri
sports tendono ad aumentare); una media di 3.800 a partita che è
notevole se si pensa che il mastodontico Mundovolley, in contemporanea,
ne ha avuti circa 2.300 a gara (dato aggiornato dopo le finali di oggi);
e se si pensa che solitamente gli eventi Fiba femminili non brillano
per capacità di popolare gli spalti... Lo spettacolo dei 15.900 della
finale 1° posto (facciamo 16.000 con gli imbucati) è stato
straordinario; eppure mancava la squadra di casa. Ma tantissimi erano i
cinesi, con ogni probabilità appartenenti alle abbondanti comunità
locali. Indice comunque di popolarità del basket sia in terra di canguri
che in quella della soia. Australia-Cina in semifinale ha avuto 12.000
spettatori, ma anche partite della prima fase hanno registrato affluenze
imponenti. Da quel punto di vista, dieci e lode.
- Nella prima fase,
le vicende più interessanti sono state quelle del girone B, dove
c'erano 5 squadre sulla carta dello stesso livello. Poi si è visto che
il Giappone finalista olimpico stavolta era un gradino sotto, vincendo
solo col materasso Mali; ma le altre 4 si sono scannate a vicenda. Alla
fine l'ha spuntata l'Australia grazie alla vittoria di 3 sul Canadà, il
quale aveva messo in riga sia Serbia che Francia; le transalpine hanno
infilzato le ospitanti in esordio ma poi hanno perso anche con la Serbia
all'ultima giornata. Il grottesco, o quantomeno incoerente rispetto
agli esiti del campo, è stato che la nuova formula con sorteggio dei
quarti ha reso inutile il 3° posto della Serbia, spedendola contro gli
USA nei quarti, mentre la Francia beccava la Cina, da cui poi ha perso,
ma almeno aveva qualche chance.
Nel girone A invece classifica
lineare (cioè 10-8-6-4-2-0) con quella che poi è stata anche la finale,
Usa-Cina, vinta dalle yankee di 14 (era solo +9 dopo 3 quarti, massima
"difficoltà" per le americane in tutto il torneo); tirata la vittoria
del Belgio su Portorico, per il resto scarti abbondanti, compreso il +19
di Portorico sulla Corea del Sud nella sfida decisiva per passare il
turno; addirittura 3 partite con oltre 60 di fossato: due degli USA ma
anche Cina-Corea.
- Quarti di finale a senso unico: USA
+33 sulla Serbia; Canada +19 su Portorico confezionato in meno di 20';
Australia +17 sul Belgio orbo di Meesseman; un po' d'incertezza solo in
Cina-Francia, col +14 finale per le asiatiche che nasconde qualche
riavvicinamento francese, anche se mai mettendo la freccia dal 2° quarto
in avanti.
- In semifinale imbarazzante supremazia degli
USA nel derby col Canadà: 15-0 dopo 3'45", 67-29 dopo 3 quarti, 83-43
alla fine, giusto perché hanno avuto pietà.
Seguiva la partita-top
dell'edizione, Australia-Cina. Questa sì da ricordare. Pubblico cinese
numerosissimo e quasi più rumoroso di quello casalingo; partono davanti
le marsupiali ma il 2° quarto è dominato dalle discepole di Mao (le
quali, va notato, avevano perso dopo i quarti la top-scorer Li Meng);
sempre avanti la Cina di poco, sinché a 4' dalla fine arriva il
sorpasso. Testa-a-testa thrilling in cui si segna poco; l'Australia
sogna sul 59-57 all'inizio dell'ultimo minuto e palla in mano, ma arriva
la svolta cruciale con una rubata di Wang Siyu che porta a un
contropiede arzigogolato ma concluso con successo dalle comuniste per il
pareggio. L'Australia sbaglia; sull'attacco cinese, che stagnava ancora
lontano dal canestro, malaugurato fallo di Whitcomb sul palleggio di
Wang Siyu che segna i 2 liberi del 59-61. Timeout, ultima chance delle
australi, Magbegor si scaglia in entrata ma il suo appoggio a tabellone è
un po' troppo forte. E dunque tripudio Cina, che torna in finale dopo
28 anni.
- Della finale 3° posto, dominata dall'Australia
sulle foglie d'acero ma meno di quanto dica il +31 conclusivo (a metà 3°
quarto era solo +7), rimarrà nella memoria il canto del cigno,
inaspettato e abbagliante, di Lauren Jackson, la quale totalizza
30 punti, e non perché si siano messe d'accordo per regalarle una
passerella. Il totem sciorina una serie di magistrali giro-e-tiro dal
post basso e segna in ogni altra occasione. Alla standing ovation che
accompagna l'uscita, piangeva metà del palazzo e dell'utenza mondiale
collegata, me compreso che a stento piango quando defungono parenti.
- Sulla finalissima non
si può dire che sia stata priva d'interesse, però si è capito dopo 5
minuti che il miracolo cinese non aveva margine per materializzarsi. La
Cina annaspava per restare aggrappata, e il meno 10 dell'intervallo
(43-33 con tripla asiatica sulla sirena) era un risultato lodevole, ma a
inizio ripresa gli USA hanno girato non una ma dieci viti in difesa, al
punto che la Cina non solo non riusciva a segnare, ma nemmeno a tirare
perché si faceva intercettare i passaggi o scadevano i 24". Appena gli
USA hanno ripreso ritmo al tiro da fuori, è calata la notte: 68-47 al
30' e oro in tasca. La Cina con dignità ha portato a casa uno scarto
accettabile lottando sino in fondo (bene il torrione Xu Han e la
razzente guardia Wu Tongtong), ma l'83-61 fotografa una finale impari.
- A'ja Wilson
corona il suo 2022 da paura (già in tasca l'mvp di stagione regolare
Wnba + titolo) prendendosi l'mvp (17,2 punti col 66% da 2); per una
volta Stewart è "solo" quintetto ideale. Poi il pinnacolo Xu Han per la
Cina, l'efficace anche se non stellare Talbot per l'Australia e l'aletta
Carleton per il Canadà. Onestamente se ci fossero state 4 americane tra
le top-5 c'era poco da obiettare, ma il collettivo era tale che c'è
l'imbarazzo della scelta; però Kelsey Plum, seconda marcatrice di
squadra e sempre elettrica, meritava.
- In un bilancio per continenti, dettano legge l'America e l'Asia/Oceania.
Per il Nuovo Continente, a parte gli USA che sono fuori categoria, in
attesa che il Sudamerica torni a dare segnali di vita, il Canada a parte le due debacles finali ha mostrato ottime cose, e ha la freccia in su ormai da un quinquennio; e Portorico ha
sorpreso. Ripescata grazie al bando della Russia, la compagine isolana
si è giovata della classica possibilità di attingere al serbatoio USA,
inserendo (rispetto a Tokyo '21) due assi giovani come Mya Hollingshed
('99) e Ariella Guirantes ('97, quest'ultima top scorer del Mundial con
18,2 di media), che hanno fatto pentole, coperchi e l'intera cucina a
gas, portando la squadra al massimo possibile (quarto di finale).
Quanto al settore orientale del pianeta, cioè le asiatiche più l'Australia,
il doppio podio fa bilancio grasso. Le cangure, non solo col rispolvero
di Jackson (che nel grosso delle partite è stata una componente
marginale), ma con una buona organizzazione di squadra, hanno sopperito
all'ormai cronica defezione del moloch Cambage. La Cina ha avuto
una crescita impressionante negli ultimi anni, che andrebbe analizzata;
di fatto si ritrova con una squadra giovane (la coppia di lunghe
dominanti, Xu Han e Li Yueru, è del '99) ed entusiasmante per come
gioca. E' come se in Asia ci fosse stata un'evoluzione tecnico-tattica
improvvisa (cioè, è parsa tale a noi osservatori, ma evidentemente è il
frutto di un lavoro nel tempo), per cui se prima vedevi buone
individualità, anche fisiche, che però pagavano dazio sul piano della
reattività, del sapere cosa fare in campo al di fuori di standard
meccanizzati e un po' robotici (cioè sapevano fare bene 2-3 cose,
eseguire 2-3 giochi, ma appena la partita andava fuori copione si
perdevano), adesso invece sembrano sveglissime e ultra-sgamate. Valeva
lo stesso discorso per il Giappone di Tokyo '21, che qui non s'è visto,
forse per l'assenza del funambolo Machida, ma immaginiamo sia solo un
passaggio a vuoto. Anche l'asiatica più debole, la Corea, ha fatto
vedere cose interessanti, specie quando ha strapazzato la Bosnia con 37
punti della fromboliera Kang.
- Liquidando l'Africa, ahilei, in una riga (Mali capitato lì per caso, dopo il forfait della Nigeria), resta la nota dolente dell'Europa.
Neanche un posto fra le prime 4 è una debacle storica. E non è stato
per episodi sfavorevoli nell'eliminazione diretta, ma perché fin
dall'inizio è apparso che le "nostrane" non ne avevano per fare strada
lunga. Gli alibi non mancano: la Francia era all'anno uno di un ricambio generazionale (finalizzato a Parigi '24); la Serbia idem; il Belgio ha perso Meesseman in corso d'opera; la Bosnia non
ha proposto quasi nulla di decoroso intorno a Jonquel Jones (e nemmeno
lei alla fine ha potuto far molto), inanellando una serie di batoste. E
se la Spagna è stata vittima del taglio delle squadre, la Russia è incappata nelle sanzioni ben note, proprio quando avrebbe avuto il duo Vadeeva-Musina ormai maturo per riportarla in alto.
Però,
però... la sensazione è che l'Europa sia in fase di stagnazione: poche
stelle nuove, poca innovazione sul piano del gioco, si ricorre alle
naturalizzate (Gabby Williams, Anderson, Jones...) per mettere pezze, ma
non basta. Servirà aspettare 2 anni per capire se è solo una sentenza
occasionale o se è un ciclo sfavorevole, come a volte succede.
Il
dubbio spiacevole è che l'Europa abbia perso la capacità di sviluppare
talenti. E il pensiero va al Mondiale U17 del 2016: nel quintetto ideale
ci furono Magbegor, oggi elemento importante dell'Australia (anche se
forse leggermente sotto le attese), Xu Han, miglior centro di questo
Mondiale 2022, e... Sara Madera, la quale aveva un anno meno di
loro ma era sullo stesso livello, oggi decisamente no; temo neanche
domani. Ma anche nelle annate che precedono di poco le '99-00 si fatica a
vedere superstars europee come sono state le varie Gruda, Torrens,
Petrovic (ora Vasic) nate a fine anni '80, o Meesseman ('93): pure la
nostra Zandalasini è chiamata in causa. Tante buone giocatrici, per
carità (Johannès, classe '95, assente a Sydney, possiamo considerarla
anche super; ci sarebbe la belga Linskens, '96, ma non vale Meesseman),
ma poche eccellenze assolute.
Nella foto: un tiro di Breanna Stewart in finale sullo sfondo dei 16.000 di Sydney.
