- Sogno o son pesto? Me lo chiedevo, nell'assolata e tardo-estiva domenica 15 ottobre, perché ero in Liguria, ma soprattutto perché stavo assistendo a un fatto inatteso e sconvolgente. Ero laggiù per una visita a una famiglia di conoscenti e costoro mi spiegavano che la figlia maggiore, di 11 anni, si è improvvisamente appassionata al basket e s'è iscritta a una società locale. Dico: "Brava, immagino che sia l'unica femmina in mezzo ai maschi". Risposta: "No, è una squadra solo femminile e sono pure in tante".
Quindi, riassumendo: una ragazzina qualunque di 11 anni, in Liguria (regione di marinai, di focacce, di sano risparmio ma non certo di basket), che pratica con passione il nostro umile ma dignitoso sport e non sembra nemmeno l'unica nel suo circondario. Ero talmente sorpreso che mi sono dimenticato di commuovermi.
Episodio piccolo, eccezione alla regola, rondine che non fa primavera, specchio di nulla? Può darsi; ma a me è parso invece un chiaro segnale che tirasse aria di miracoli, quella domenica 15. Infatti, poche ore dopo, su scala ben più grande, nelle beate lande d'America, 18.000 spettatori riempivano il Barclay's Center di Brooklyn per gara-3 delle finali Wnba tra New York e Las Vegas, ma soprattutto una folla immensa, biblica, epocale, riempiva lo stadio di football dell'Università dell'Iowa, per quella che con mirabile capacità di pensare in grande è stata trasformata da banale amichevole pre-stagionale di college, contro DePaul, in un evento storico. Giacché i 55.646 spettatori, contati precisi sino all'ultima unità, frantumavano il precedente record per il basket femminile, almeno quello ufficiale, attestato a 29.629 per la finale Ncaa del 2002.
Nonostante le condizioni particolari di giuoco, la diva Caitlin Clark è parsa aver mantenuto lo smalto del torneo Ncaa della scorsa primavera, che la lanciò come nuova eroina d'America: 34 punti, 10 rimbalzi, 11 assist.
Non so se si pagasse il biglietto o meno, ma nel secondo caso, fossimo stati in Italia, il commento più gettonato sarebbe stato probabilmente "Eh, ma c'era l'ingresso gratuito", come quando abbiamo umilmente stabilito il nostro primatuccio di 5.337 per la scorsa finale scudetto a Bologna.
Avevamo già notato come la novità degli ultimi tempi, grazie al cambio di regole che ha allentato l'ossessione dilettantistica dell'Ncaa, sia che ormai le stelle universitarie fanno dei bei soldi grazie ai diritti d'immagine. E' notizia di questi stessi giorni che Angel Reese, stelluccia di Louisiana State e grande rivale di Clark, che ha battuto nella finale 2023, ha firmato un contratto con la Reebok. Il tutto con molta meno fatica, sul piano agonistico, delle colleghe "senior" che sgomitano per farsi largo in Wnba, guadagnando bene ma non benissimo. Consideriamo che Reese ha giocato, quest'estate, gli Americani senior con la nazionale Usa, ma non è che abbia dominato. Questo per dire che attualmente è brava ma non bravissima. La stessa Clark, che fa miracoli contro le universitarie, farebbe più fatica a riprodurli contro le ben più fisicate cristone del campionato "pro". Si crea quindi un circolo virtuoso (a differenza dell'Ncaa maschile) per cui le migliori restano più a lungo possibile al college; l'interesse intorno ai loro personaggi sale; la gente è contenta; fioccano danari.
- Probabilmente schiatteremo prima di aver visto tutto ciò accadere anche dalle nostre parti; tuttavia possiamo dire di aver campato abbastanza per assistere all'annuncio del ritorno dell'A1 femminile nostrana sulla Rai. E' infatti ormai sicuro, se non ancora ufficiale in queste ore, che RaiSport trasmetterà un certo numero di partite, non ogni settimana ma insomma sputaci sopra, dopo anni di MS Channel o addirittura nulla... (e prima, Sportitalia non era male ma la Rai è la Rai). Durante la trasmissione "Passo e tiro" è stato anticipato che la prima trasmissione sarà Campobasso-Ragusa del weekend in arrivo. E' proprio un periodo di miracoli.
Nelle foto: due momenti dello storico evento dell'Iowa.
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