- Las Segas. Godono di nuovo, nella Città del Peccato, per il secondo titolo consecutivo delle Aces nell'Associazione nazionale di pallacanestro donne, meglio nota come WNBA. Nessuna squadra riusciva a ripetersi dal 2002, quando Los Angeles di Lisa Leslie si confermò sul trono. Da allora, anche le franchigie capaci di arraffare molteplici titoli (Detroit, Phoenix, Minnesota, Seattle) non l'avevano mai fatto in anni consecutivi.
- E' finita dunque con un "airball" (o un cross, come si diceva un tempo) la 27^ stagione della Lega, la più lunga della storia, sempre con 12 squadre ma con 40 partite a capoccia di sola "regular". La prima senza mostri sacri come Bird e Fowles, ritirate; ancora però con l'immensa Diana Taurasi, che alla tenera età di 41 anni ha ancora il cannone ben oliato (16 punti a partita; raggiunti i 10.000 in carriera, prima nella storia), ma ha giocato solo 26 gare e né lei né la rediviva (dalle carceri russe) Brittney Griner, la quale non è sembrata troppo scalfita, come rendimento, dalla prigionia (considerando anche che ormai ha 34 anni), sono riuscite a evitare a Phoenix l'ultimo posto. Peraltro, di fronte a quello che ha passato, il flop sul campo le sarà pesato davvero poco.
A stagione in corso avevamo già segnalato la performance leggendaria di Sabbri Ionescu nella gara di tiro da 3 punti, segnando 25 canestri su 27.
Semifinaliste-playoff sono state Dallas di Arike Ogunbowale e della tedesca Satou Sabally (eletta nel primo quintetto stagionale, una delle poche europee a riuscirci finora nella storia: appena la terza dopo Nemcova e Penicheiro, ma parliamo dei primissimi anni della Lega), e Connecticut di Alyssa Thomas.
- Esaurito il discorso sulle vicende del campo, c'è come di consueto da valutare la battaglia dell'interesse, che la WNBA combatte annualmente per guadagnare centimetri di terreno, o almeno non perderli. Lasciamo perdere la patafiacca di dati esibiti dalla Lega sui records d'interesse fatti registrare quest'anno sui social (saranno anche veri, ma viene il mal di testa nel vorticare di cifre, peraltro curiosamente simile agli entusiastici comunicati delle leghe nostrane...) e ci limitiamo a dire che gli spettatori in sala sono aumentati, o meglio risaliti, a circa 6.600 di media da 5.700 dello scorso anno (il picco storico rimane quello delle prime stagioni, anche oltre i 10.000), con apprezzabilissimi pienoni da 10.000 a Las Vegas e da 17.000 a Brooklyn nelle 4 gare di finale; e che l'audience tv risulta cresciuta di circa il 20%, registrando - sia in stagione regolare che in finale - le maggiori medie da 20 anni a questa parte.
Chiaramente non si tratta di numeri da sport di massa (728.000 di media per la finale; 889.000 per gara-4); e in generale definirei questi dati un moderato successo, non di più. La lega calcistica femminile statunitense, tanto per fare paragoni, ha toccato quest'anno quota 10.000 spettatori di media sugli spalti (ammesso che abbia senso confrontare uno sport da stadio con uno da palazzetto). Però, come dice il saggio, meglio un moderato successo che un moderato fiasco.
La domanda è se ormai, dopo 27 anni, la WNBA abbia raggiunto il suo potenziale massimo (con oscillazioni positive o negative che non cambiano la sostanza, cioè che la Lega interessa solo gli appassionati di settore, per quanto non pochissimi, trattandosi degli USA) o se la sommatoria tra crescita costante dell'interesse per lo sport femminile e l'arrivo, magari, di qualche nuovo grosso personaggio (ovviamente tutti pensano a Caitlin Clark), possa portare la Lega in un'altra dimensione nel prossimo futuro, che vorrebbe dire farsi guardare anche dal grosso pubblico generico.
Per intanto, va sottolineato in chiosa, un'importante espansione si registra con l'arrivo, dal 2025, di una franchigia nuova, che fa capo a un brand classicissimo dell'NBA quale Golden State. E siccome in America non amano buttare soldi per mecenatismo puro o per fare un favore a qualcuno, evidentemente hanno valutato che il gioco valga la candela.
PS: aggiungo un'altra chiosa. Sapete quante sono le allenatrici donne in WNBA? 9 su 12, se non ho contato male. In A1 italiana? 1 su 13, sempre se non ho contato male. Non facciamone un'ottusa questione di genere, perché debbono contare le capacità, però saranno fessi loro o siamo indietro noi, nell'evoluzione dei ruoli?
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