Solitamente, se una squadra non ha gioco interno, ripiega sull’uso massiccio del tiro da 3; per l'Italia maschile s’è visto fin dalla preparazione all’Europeo che sarà così. Nulla di tutto ciò invece nella spedizione di Capobianco. Una curiosità statistica, infatti, è che siamo risultati secondi nell'Europeo per percentuale da 3 (dietro la Spagna) ma ultimi per numero di tentativi a partita (meno di 14). Ma in effetti, non abbiamo vere specialiste delle triple, tranne Masciadri che però non è più quella di una volta. La buona percentuale dai 6,75 non serve a molto se nasconde il fatto che, per mancanza appunto di tiratrici sistematiche, prendiamo molti tiri "né carne né pesce" dalla media distanza con poco esito. Verrebbe da concludere: con poco in area e poco da dietro l’arco, se siamo arrivati a un millimetro dai Mondiali è merito dell'applicazione di tutte e dei guizzi individuali di Zanda & Giorgia.
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A proposito di Sottana. La Zanda-mania, la burrasca di Lettonia-Italia e pure il k.o. drammatico di Macchi hanno messo un po' in ombra le prestazioni della protagonista azzurra numero due. Ha steccato con la Turchia e il primo tempo con il Belgio, ma per il resto ha offerto un rendimento elevato, con i limiti e i pregi che già ben conoscevamo. Non ha i mezzi per affascinare "urbi et orbi" quanto Zanda ma anche lei, dal punto di vista di uno spettatore, coinvolge, trasmette sensazioni, si fa seguire in quel perenne oscillare tra momenti d'ispirazione divina, come quando ci ha riportati in partita con il Belgio, e frangenti in cui è preda dei nervi, tiene comizi con compagne, coach e arbitri, sgrana occhi e contorce bocca.
Psicodrammatico il suo finale con l'Ungheria, il 20 giugno, quando sul +1 ha sbagliato la tripla-partita, Crippa ha preso un rimbalzo d'oro, le ha ridato palla, lei ha subito fallo, ha fatto 0/2 ai liberi, poi le magiare hanno perso palla, lei se n'è impadronita per poi sciogliersi in pianto alla sirena: un misto di sollievo per il pericolo scampato e rabbia per aver rischiato di sciupare tutto.
La sua "lettera aperta" all'arbitro spagnolo è stata un po’ eccessiva, frutto di adrenalina e delusione, ma va rispettata come sfogo di una grande atleta ferita; dal punto di vista comunicativo, nell'era dei social l'emotività conta più della razionalità, l’estremo piace più del ponderato, e quindi ha fatto breccia. Ora perdiamo Giorgia per Montpellier: non è una bella notizia anche se da un po' di tempo sembrava palesare un certo desiderio di cambiare aria, e quindi l’avevamo in parte messo in conto.
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Altro aspetto oscurato dal fenomeno-Zanda e dal “complotto”: gli obiettivi di risultato sono stati falliti ancora una volta. Certo, della sfiga teniamo conto eccome: Macchi ko, i fischi strampalati (da ricordare pure il fallo a Ress nella mischia con Hollingsworth da cui è scaturito il libero decisivo; e l'antisportivo a Dotto per flopping nel finale con l'Ungheria), due volate perse di un punto. Però, a guardare tutto, ce la siamo anche cavata con un certo fondoschiena contro l'Ungheria negli ottavi: pure lì è finita di un punto ma a nostro favore, e più grazie alle papere altrui che a meriti nostri: 49-48 sfruttando dopo il nostro blackout nel 3° quarto il loro contro-blackout nell’ultimo (con Vandersloot nelle vesti di sabotatrice del paese che le ha donato il passaporto...).
Le nostre prestazioni migliori sono state con Bielorussia, Slovacchia e, pur perdendo, con la Lettonia, ma il Belgio, salvo una nostra pregevole fiammata in avvio di ripresa, ci ha surclassati, e non è né Francia né Spagna; gli sono bastate 3 giocatrici a piallarci... Ok, sfiorata la vittoria con la Turchia, top team da anni: però che ha fatto questa Turchia per il resto? Ha battuto senza incantare Bielorussia e Slovacchia per poi farsi massacrare dalla Grecia.
Non solo: le debacles della Serbia detentrice (evidentemente svuotata dopo due anni ruggenti, oltre ad aver perso la guru Maljkovic), e della Russia ancora troppo giovane nei suoi nuovi fenomeni, nonché il declino della stessa Turchia rispetto ai recenti anni d'oro, lasciavano aperta una bella porta, dove infatti si sono infilate Belgio e Grecia (brave ma non eccelse) fino a giocarsi il bronzo, e la Lettonia per pigliarsi il biglietto iridato pur con una squadra modesta.
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Delle nostre, tirando le somme, ha giocato divinamente Zanda, bene Sottana, utilmente Ress e Crippa, non da bocciare le "deb" Penna e De Pretto, non giudicabile com'è ovvio Macchi, ma le altre 5 francamente le abbiamo viste meglio in altre circostanze. Ci sono mancate, credo, soprattutto Dotto e Cinili. L'ormai ex-lucchese fu la sorpresa 4 anni fa e un caposaldo 2 anni fa; stavolta è parsa pagare le fatiche fisiche e mentali della magica cavalcata-scudetto. Tentava ma non riusciva, al contrario delle radiose giornate di maggio. La Sabbri nazionale ci ha regalato tante belle facce ed esultanze dalla panchina, ma avremmo preferito vederla contribuire sul campo col suo versatile talento, come sapeva fare non dieci ma due anni or sono, ai tempi in cui nella finale Schio-Ragusa sembrava sul punto di soppiantare Macchi prima che la vera Macchi le frantumasse i sogni col celebre miracolo in rovesciata per lo scudetto. L'anno dopo fu in quintetto per le turche di Kayseri, in Eurolega, ma in Rep. Ceca era pallida, senza iniziativa, persino più esile del solito, con l'aria di chi dice "ah, devo giocare anch'io?". E quando è venuta meno Macchi, non ci potevamo più permettere questa controfigura di Cinili.
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Eppure siamo usciti fra gli applausi di tutti, critiche pochissime, quasi nulle. La valutazione lusinghiera nella percezione comune è stata ben sintetizzata da Ettore Messina, c.t. dell'Italia omaccioni, quando ha citato la Nazionale femminile come esempio di squadra che ha perso sul campo ma ha conquistato i cuori di tutti per l'atteggiamento. Secondo me, oltre ai prodigi di Zanda e ai furori agonistici di Giorgia, adrenalinici entrambi, si deve alla tempesta di sentimenti che ha trasmesso questa Nazionale, complici le sfighe e i duelli all’ultimo tiro. Non s’era mai vista, io credo, una spedizione azzurra a tasso emotivo così alto, anche perché una volta non era così naturale esibire stati d’animo estremi in diretta tv e sui social. Il dramma di Macchi e la sua maglia mostrata dalle compagne durante l'inno nelle partite dopo. Lacrime dopo la vittoria con l'Ungheria e ovviamente dopo il fattaccio con la Lettonia. Esultanze sfrenate. Video-interviste e stati di Facebook ad alto tasso di sentimenti. E a chi guarda lo sport piace sempre vedere persone che attraversano stati d'animo intensi, che danno l'idea di vivere e morire per quello che stanno facendo.
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Insomma siamo contenti del consenso e dell'affetto suscitato dalle nostre, però quando ogni eco si sarà spenta, rimarrà che siamo fuori dal sesto Mondiale di fila (dopo aver mancato due anni fa la quinta Olimpiade di seguito) e senza vetrina per un altro biennio. E avremo i mezzi per una rivincita? Da anni ci consoliamo di queste vacche magre della Nazionale maggiore con la speranza che gli allori giovanili di cui ci siamo pasciuti nell'ultima decade si traducano "fisiologicamente" in risultati senior.
Abbiamo visto la Serbia trionfare agli Europei 2015 e vincere il bronzo a Rio con il gruppo '89-90 che s'impose fra le U18 nel 2007. "Fisiologicamente" il nostro turno dovrebbe allora arrivare nel 2018, dato che noi l'oro U18 lo vincemmo nel 2010. Comincio ad avere "qualche" fondato timore, perché se guardiamo l'organico di quella mitica Italia di Poprad, allenata da Lucchesi, troviamo solo Dotto e Gorini (più Formica che era fuori per infortunio, suggerisce il dotto utente Kaysay) fra le attuali giocatrici di livello internazionale, ma distanti dal top europeo; un'altra è diventata quantomeno da A1 (Carangelo); altre militano in A2; altre hanno addirittura smesso. Insomma ho l’impressione che ci toccherà pazientare vieppiù.
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Parliamo delle altre. Se l'Europeo dell'Italia ha dispensato emozioni a fiumi, tutto il contrario la fase finale: le partite-clou si sono quasi tutte decise ben prima della volata, e sostanzialmente senza sorprese. Nei quarti, il Belgio non si è dovuto dannare per stenderci; la Grecia ha fatto +30 sulla Turchia, una di quelle giornate in cui a te riesce tutto e all'avversaria niente; la Francia e la Spagna erano troppo più forti di Slovacchia e Lettonia. Scarto medio delle quattro sfide: 22 punti abbondanti. In semifinale, stessa solfa per Francia e Spagna su Grecia e Belgio (scarto medio: 19 punti). La finalina? A senso unico per il Belgio perché la Grecia, dopo aver fatto i miracoli con Russia e Turchia, era bollita.
Ti aspettavi almeno una bella finale equilibrata tra le due mega-potenze. Quattro anni fa la stessa sfida si decise di un solo punto per le iberiche che beffarono le transalpine e il loro pubblico. Invece stavolta la Spagna ha preso il controllo abbastanza presto e ha chiuso 71-55 senza patemi. Belle giocate sì, ma a tratti. Alla Francia, senza Gruda e Yacoubou, mancava spessore tecnico. Gran fatica a segnare; il solito atletismo non bastava perché la Spagna, con Sanchona Lyttle, vantava altrettanto fisico ma molta più continuità realizzativa, avendo lei una Torrens e le avversarie no. Terzo argento di fila per le transalpone, ma stavolta con meno rimpianti per l’andamento della finale, casomai per la palese inferiorità.
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Se lo staff tecnico Usa ha osservato quest'Europeo si sarà rassicurato di poter dormire sonni ancor più tranquilli del solito, in vista del Mondiale dell'anno prossimo. La Spagna non può competere con gli Usa perché, sì, ha il fisico ma gli Usa molto di più; ha tecnica e punti nelle mani ma gli Usa molto di più. Le due finali recenti (Mondiale ’14 e Olimpiade ’16) l’hanno mostrato chiaramente; e non le basterà giocare in casa. La Francia è quasi pari agli Usa come fisico ma, come detto, quando si alza il livello segna a stento. Le altre europee sono un paio di gradini sotto. Le più competitive, potenzialmente, sarebbero Serbia e Russia ma al Mondiale non ci saranno. A parte Frà e Spà, manderemo Grecia, Belgio, Turchia e Lettonia, ovvero tre cenerentole che potrebbero tornare zucche se finisce l’incantesimo di quest’anno, e una potenza declinante (le suddite di Erdogan).
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L'Europeo ha insomma evidenziato una carenza di squadre competitive, ma sul piano individuale ha mostrato un ricambio generazionale avviato, quantomeno confortante: Zandalasini è il caso più eclatante, ma nel quintetto ideale c'è anche Meesseman che ha 24 anni; di età media Torrens e Miyem (27-28); vegliarda l’ellenica Maltsi (quasi 39) ma si bilancia con Zanda (21). La top scorer è stata l'ucraina Iagupova che è del '92. La Francia ha dato spazio in regia alla '94 Epoupa e in fase realizzativa all'estrosa '95 Johannès. La Russia, in ricostruzione, ha portato due '96 e due '98, le fenomenali Musina e Vadeeva; non ha raccolto oggi ma ha seminato per il futuro.
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A proposito della grande "matadora" Torrens: cosa manca alla Zanda di questo Europeo per essere al livello della migliore d’Europa? Sul piano del talento puro, direi nulla, anzi stilisticamente la nostra è meglio della poco ortodossa anche se efficacissima iberica. Talento però non è uguale a rendimento e quindi la differenza per ora c’è, com'è normale che sia, visti i 7 anni di esperienza che l'anagrafe dà a vantaggio della spagnola. Torrens è abituata da una vita a essere protagonista al massimo livello e Zanda lo sta imparando ora. La nostra commette qualche fallo di troppo per irruenza; c'è qualche forzatura da limare anche se non è che Torrens non si conceda improvvisazioni fuori dagli schemi. Inoltre Torrens ha quella dote di cui abbiamo spesso notato che Zanda, aquila che vola nell'etere, non è istintivamente provvista, e cioè quella di raccattare punti anche in situazioni “sporche”, lucrare falli o canestri d’astuzia. Non trascurabile poi è anche la differenza fra i contesti di squadra in cui le due operano: Torrens ha un collettivo molto più forte in cui lei può recitare da valore aggiunto, senza doversi spremere per fare il boia e l'impiccato, come invece Zanda ha dovuto fare in maniera talvolta preoccupante.
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Il gioco femminile al massimo livello, come un Europeo, risulta godibile anche come spettacolo televisivo. Concettualmente è spesso più sensato del maschile, nel senso che si pratica un equilibrio ideale tra gioco e interno ed esterno, con la costruzione collettiva del miglior tiro possibile, mentre fra gli uomini la “sparacchite” odierna è acuta e l'individualismo è più marcato. Il limite però è che le giocatrici in grado di dilettare lo spettatore sono un'elite ristretta anche in un grande contesto come l’Europeo, tipo le 4-5 migliori di ogni squadra. Come del resto succede, in proporzione, nei vari campionati nostrani.
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In effetti non è che l'Europeo abbia smosso folle oceaniche. Zandalasini, nel già citato video post-spedizione, ha detto che sogna di giocare davanti a tribune piene, cioè fare più strada la prossima volta anziché disputare le "finaline", ovviamente deserte; ma spesso il vuoto s'estende anche alle partite-clou. Nella ciclopica "O2 Arena" di Praga (17.000 posti) i dati ufficiali hanno parlato di un massimo di 1700 spettatori per i quarti, 2400 per le semifinali e 4500 per la finale 1° posto.
E' andata meglio che nella semideserta edizione di 2 anni fa in Romania & Ungheria, ma si parla di un totale di 61.500 presenze per 40 partite, pari circa a 1500 per volta, ma temo che il dato sia arrotondato per eccesso. E questo in una nazione dove il basket femminile ha una tradizione forte (ricordiamo l'argento al Mondiale 2010, anch'esso ospitato in casa; in precedenza l'oro europeo 2005; senza scordare Praga di recente campione d'Eurolega). Certo, la cacciata precoce delle padrone di casa ha nuociuto; i pur numerosi fans spagnoli e francesi non avevano chances di riempire la cattedrale praghese; miseri i contingenti dalle altre nazioni. E per quanto sia stata encomiabile a Hradec Kralove l'idea di ingaggiare giovani locali affinché tifassero per noi, suscitavano una certa tristezza questi finti tifosi addobbati con un Colosseo di cartone, striscioni in inglese e ammennicoli del genere, che cantavano "Italìa" con l'accento sulla "i"...
Ci siamo goduti le telecronache di Sky con le coppie De Rosa-Gottardi per l'Italia (magari "in loco" sarebbe stato meglio ma ci accontentiamo) e la sorprendente Solaini-Yacoubou per le altre. Straordinario il valore aggiunto di Isabelle, dovuto alla sua conoscenza diretta delle principali protagoniste in campo. Ma Silvia è Silvia. Originale il pianista virtuoso che suonava gli inni nazionali dal vivo.
Infine un giudizio sulla nuova formula: più compressa, ha costretto a 7 partite in 10 giorni, tante; ma quella precedente, con 9 in 18 giorni, era troppo chilometrica, specie nelle fasi centrali. Calava l’attenzione e c’erano troppe partite inutili. Nel confronto meglio la nuova.
Nella foto: un'azione della finale Spagna-Francia.
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