venerdì 1 settembre 2017

A tempo scaduto (1)

1.
Avevo appena iniziato a scrivere queste brevi note quando si è saputo della morte di Nicolò Natoli. Lo ricorderò come forumista perché dal vivo l'ho soltanto visto qualche volta senza parlargli. Probabilmente era il maggior personaggio fra quelli che intervenivano qui con regolarità e a viso aperto, cioè senza optare per l'anonimato. Ho sempre apprezzato che qui ci mettesse la faccia con la sua identità reale. Nonostante ci si fosse “scazzottati” verbalmente varie volte (pure sulla politica ai tempi del Berluska; ma ultimamente mi pareva passato coi 5 Stelle), fui contento, e lo scrissi qui, quando venne assolto dall'accusa di aver falsificato la firma di Valentina Fabbri, perché non mi piaceva che uno con i suoi trascorsi finisse nel fango in quella maniera. Purtroppo quell'episodio e la scomparsa di Priolo l'avevano comprensibilmente rattristato nei suoi ultimi anni, come emergeva da certe sue cupe comunicazioni su Facebook. Non sapevo che il quadro fosse aggravato dalla malattia. Un pensiero va anche a Giovanni Introzzi, in arte "Unanotteavversa", l'altro forumista che abbiamo perso negli ultimi mesi.

2.
Le ultime proverbiali frecciate di Nicolò Natoli non hanno risparmiato né il capo supremo Petrucci , né la Lega Basket Femminile e il suo presidente Protani, al quale su Facebook ne aveva cantate parecchie, nel commentare un'intervista a Protani pubblicata sul sito di Basket Magazine. Intervista che faceva seguito a un comunicato, firmato Lega, che il 25 luglio titolava entusiasticamente "Serie A1 da 10 e lode". Nel testo, dopo aver citato in avvio un vero o presunto Seneca ("non è questione di quantità ma di qualità"), s'annuncia "il campionato più atteso dell'ultimo decennio", grazie anche al raggiungimento del numero perfetto di 10 squadre.
Non ho la verve polemica di Nikolo ma qualche pulce al riguardo la debbo fare. È comprensibile che la Lega non possa grondare disperazione nei suoi comunicati ufficiali, specie se diretti all'esterno dell'ambiente, però per chi sta all'interno e sa come sono andate le cose, quel documento sembra una lieve p.p.c., sigla diplomatica che significa “presa per il culuccio”. È risaputo che in realtà si è fatto il possibile per evitare di rimanere in 10; dal comunicato sembra invece “Ah, che bello, si sono levate dai maroni un po’ di società, ora sì che si sta da dio”, con buona pace di chi è dolorosamente scomparso dalla scena. Difficilmente, poi, può essere "il campionato più atteso dell'ultimo decennio”, visto che al di fuori delle piazze coinvolte non si registrano passioni brucianti, e dunque meno squadre uguale meno interesse complessivo, anche se un attesometro per accertarlo non esiste. E infatti si tornerà ad allargarsi, se il cielo vorrà. Lo stesso Protani, in quell'intervista sul sito di Basket Magazine, ha specificato che questo con 10 squadre è solo un anno zero per poi tornare a 12 e quindi a 14. Ma quindi Seneca? Se ne farà una ragione.

3.
Ma questi sono dettagli. Il problema serio non sono certo i comunicati, ma il fatto che troppo spesso salire in A1, o restare in A1, oggi come oggi, è più una condanna che un onore, più un inferno che un paradiso. Certo, non è che tutti gli anni le neopromosse rinuncino; c’è chi in poco tempo arrivando dal basso riesce a entrare nella nobiltà della massima serie: vedi Ragusa, ma anche San Martino. Ma lo scenario medio è che ti iscrivi sì, ma con pochi mezzi; ti arrangi a rintracciare qualche straniera a prezzo relativamente di saldo; hai poco più pubblico che in A2; e se non trovi sponsor consistenti, l’aggravio delle spese ti lascia un bucaccio nel bilancio che diventa una zavorra per il futuro.
E non si vede come possa cambiare a breve la situazione. Quali cambiamenti nelle regole, quali tagli nei costi o aumenti nei ricavi saranno introdotti? Altrimenti c'è solo da sperare che il vento economico generale inverta la direzione, o che per grazia d'Iddio spuntino 3 squadre nel 2018 e altre 3 nel 2019 (il numero di promozioni previsto per tornare a 14) che si possano permettere il salto, senza che nel frattempo nessuno segua le orme dei lemming Faenza, Parma, Orvieto, Umbertide, cioè i pezzi di A1 che ci siamo persi nelle ultime estati, precipitati nel burrone come quei graziosi animaletti.

4.
Nonostante ciò, sono convinto che Progresso Bologna e Geas abbiano fatto di tutto per salire, nello spareggio dei playoff scorsi. Anche perché, con la prassi attuale, male che vada torni alla casella precedente, non è che devi ripartire dal fondo come succedeva una volta. Quindi val la pena di tentare il gran salto. Durante quei giorni di inizio giugno sembravano pronte a spiccarlo entrambe. Di Bologna si diceva che avesse già raccolto il budget per l'A1, comunque fosse andato lo spareggio; di Sesto si affermava che avrebbe chiesto anch'essa il ripescaggio in caso di sconfitta. E credo che se fosse salito sul campo, il neo-presidente Penati, interessante arrivo dal mondo della politica, non si sarebbe tirato indietro, anche se la transizione societaria appena avvenuta non semplificava di certo le cose.

5.
Sul piano dell'intensità, della drammaticità, il ritorno dello spareggio di A2 è stato uno dei due episodi più notevoli della stagione insieme a gara-3 fra Lucca e Schio. La partita del 10 giugno in terra di tortellini è stata lo specchio inverso di quella di una settimana prima: blackout della squadra in trasferta nel 3° quarto, punteggio finale quasi identico, 51-36 per Bologna contro il 51-40 per il Geas a Sesto. Ovviamente i 4 punticini di differenza valevano tutta una stagione (cioè, sembrava che valessero, ma restiamo all'esito del campo).
Il momento chiave della serie, col senno di poi, è stato già all'andata, quando a 5 minuti dalla fine Bologna era sulle ginocchia, aveva segnato 7 punti in 15' dopo l'intervallo, in paralisi totale. Emblema della situazione, Schieppati che stoppava Meroni due volte in modo umiliante, tant'è che poco dopo l'ex Costa, intimidita, moriva col pallone in mano sino a far scadere i 24". Pur senza fare meraviglie in attacco, il Geas era salito a +14 con l'aria di poter dilagare a +20 o dintorni... Ma ecco lì due triple di fila di Tava, dopo una prestazione del tutto opaca da parte dell'ex alunna di D'Antoni al San Raffaele (con cui battè il Geas già in finale-scudetto Juniores nel 2008). Grazie a quei suoi 6 punti Bologna è uscita suonata ma viva da Sesto; e se ne totalizzi 40 ma perdi solo di 11 in trasferta, tutto sommato è un'iniezione di speranza.

6.
Infatti poi ecco il ribaltone. Bologna grande difesa, sì, grande carattere, sì, però non ti aspetti che il Geas, nel momento della verità, faccia 2 punti nel terzo quarto e 36 in tutto, dopo aver vinto in doppia cifra le 7 precedenti gare di quel playoff... E' il modo che ha sorpreso, più che l'esito, che poteva benissimo verificarsi, tenendo conto del roster bolognese ben farcito, il fattore-campo inviolato e quel +11 di scarto all'andata che, forse, è fra i più ingannevoli che esistano, perché ti può illudere di avere un margine gestibile che in realtà non è tale: in campo avverso, con quella pressione addosso, 11 punti li perdi in un amen, se le cose girano storte.
E storte lo sono girate. La sorte non avrà aiutato, accogliendo certe “preghiere” al tiro di Bologna, ma la sostanza è che hanno giocato male le migliori del Geas, praticamente tutte salvo in parte Galbiati; e se hai un organico così corto, lo paghi di più che se ne hai uno lungo come Bologna. Da notare che in quell'atroce terzo quarto, l'unica che ha segnato per le sestesi è stata Panzera: encomiabile per come lei ha giocato, a 15 anni, uno spareggio per salire, però non era una buona notizia per la squadra.

7.
In realtà il Geas aveva mostrato, durante la stagione, sporadici segnali di vulnerabilità, cioè non era come l’inavvicinabile Broni dell'anno precedente; e gli era già capitato di avere passaggi a vuoto nell’arco di una partita, proprio perché l'organico corto non consentiva di giocare 40 minuti allo stesso livello. La maggioranza delle volte, però, e in particolare nei playoff, erano bastati 5-10 minuti superlativi per ammazzare una partita, o nel caso peggiore rimetterla in piedi. In quell'occasione a Bologna non è successo.
Si è detto, in telecronaca su Sportitalia, se non erro da parte di coach Fossati in veste di spalla tecnica di "the voice" Gandini (all'andata s'era cimentato Franz Pinotti), che il percorso più accidentato nei turni precedenti ha consentito al Progresso di arrivare più temprato alle difficoltà, mentre il Geas ha accusato il colpo vedendosi improvvisamente messo a nudo nei suoi limiti proprio nel momento in cui tutto era in palio, e facendosi così risucchiare nel gorgo delle ansie, magari complici i fantasmi dell’inopinata e mal digerita sconfitta in Coppa Italia di 3 mesi prima. Strano perché in maglia sestese c'era gente che ha vinto parecchio nelle rispettive carriere. Ma quel giorno sembravano preda d'un'insolita fragilità.

8.
Scorrevano lacrime a fiumi in quel dopopartita. Le geassine preda del dolore, a mani vuote dopo aver dominato l'annata e i playoff ma steccato due partite fatali, una in Coppa e una in campionato, pagando la sfiga di un'annata con la porta stretta, giacché in una stagione normale non hai un solo posto su 27 squadre... Le bolognesi invece folli di gioia, in una memorabile sarabanda di massa sul parquet invaso dalla gente. Veniva poi ben raccontata, nei giorni successivi (se non erro per primo dal sommo Giovanni Lucchesi), la storia di Betta Tassinari, piegata ma non spezzata da mille disgrazie che in confronto il biblico Giobbe era un privilegiato dalla sorte. Si aggiungeva, a lenire il dispiacere per le vinte, il rassicurante pensiero che, entro poche settimane, le due compagini si sarebbero congiunte nel salire all'olimpo, una per diritto e una per ripescaggio. Si sono invece congiunte nel restar giù.

9.
Con gli anni mi sono assuefatto, diciamo parzialmente anestetizzato, alle delusioni procacciate da quel mondo rovesciato che è spesso il basket femminile. Del resto, già il primo anno che lo seguii dappresso, il 2004/05, attraverso la vicenda del Geas che festeggiò la non salita in A1 perdendo con Broni all'ultima giornata (dopo che il fu Natalino Carzaniga aveva reiteratamente dichiarato che la promozione sarebbe stata una pestilenza), capii che a volte qui bisogna ragionare in maniera opposta rispetto al banale schema secondo cui vincere un campionato è bello e perderlo all'ultimo ostacolo è brutto.
Imparai poi, nell'atroce estate 2012, quando la Comense chiuse dopo aver sfiorato la finale-scudetto e il Geas rinunziò all'A1 dodici mesi dopo essere giunto terzo, che tutto può finire, o quantomeno deteriorarsi, da un momento all'altro, anche quando sul campo hai appena raggiunto il top. Lo ha confermato anche il caso-Lucca di questo maggio: chi non si è emozionato per l'epica vittoria di Davide su Golia in gara-3, col già leggendario canestro di Wojta per il supplementare, e la passerella trionfale di gara-4? La gemella Dotto in tribuna che esultava per la gemella Dotto in campo, il mago Diamanti che trovava finalmente la giusta ricompensa dopo “una vita da mediano, anni di fatiche e botte” (per dirla con Ligabue), eccetera... Tempo due settimane, forse nemmeno, e la squadra del miracolo era disfatta. Per carità, lo scudetto non glielo leva nessuno; l'impresa rimarrà negli annali; però anche lì succede che la vetta è l'inizio della fine.
Insomma, nonostante l'abitudine a queste mazzate, non so se ho ancora digerito che dopo un mese e 18 giorni di quell'interminabile maratona che sono stati i playoff di A2 (diluiti all'inverosimile per l'intrecciarsi di finali giovanili e non so che altro)... niente, s'era scherzato. Tutto per un cazzo.

Nella foto: la gioia e il dolore dello spareggio di A2. Sentimenti poi sviliti dalle vicende extra-campo.

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