venerdì 1 settembre 2017

A tempo scaduto (2)

10.
A luglio s’è celebrato il classico rituale dei gironi di A2, col suo scoppiettante contorno, giacché non può mai essere una banale pubblicazione di due liste: la formula incerta, le voci che si rincorrono, i "gialli" (La Spezia iscritta fuori tempo massimo, Campobasso che dal nulla viene ventilata in arrivo in A1, poi s’assesta in A2), il cambio in corsa, le minacce di abbandonare il campionato, “cretini”, “imbecilli”, l'aggiustamento in corsa, l’acquietamento finale. Ci si allarga dunque a 32 squadre (com’era circa un decennio fa), diventate poi immediatamente 31 perché a sorpresa la Libertas Bologna, per apparenti motivi di principio e non di danaro (non ha gradito che il Progresso sia stato reintegrato in A2, ha dichiarato il patron Landi; ma in un comunicato di Lega si è poi parlato di un dietrofront di sponsor), ha salutato la compagnia, azzerando così il senso di un'altra bella finale che avevamo appena seguito, quella di B contro il BFM Milano di Gottardi e Contestabile.
C’è qualche somiglianza con l’atletica: guardi oggi una gara e pensi che magari tra 9 anni l’ordine d’arrivo sarà stravolto da squalifiche per doping (quest’estate hanno riassegnato alcune medaglie di Pechino 2008…); da noi invece segui una finale, vedi gente festeggiare ma il tarlo dell’inquietudine ti rode: “e se tra due settimane rinunciano?”.

11.
A svilire ulteriormente il valore dei risultati, ecco ripescaggi e promozioni a tavolino in massiccia quantità; di nuovo ammessa Alghero, la quale ha vinto 2 partite sulle ultime 52 disputate in A2, con uno scarto medio di 20 punti a sfavore (non è un’esagerazione a scopo ironico, sono i dati reali). Chiaro che qualcuno di coloro che l'A2 se la sudano sul campo abbia masticato amaro, come uno studente che dopo essersi fatto il paiolo per guadagnarsi la sufficienza, vede un compagno salvare l'anno nonostante abbia 3 in tutte le materie...
La Lega, in un comunicato del 27 luglio, ha spiegato le nobili motivazioni di questi posti regalati in A2: “Una scelta ponderata in ogni minimo dettaglio che consentirà al nostro movimento da un lato di conservare la storia, che rischiava di essere cancellata per un piccolo contrattempo temporale (La Spezia, ndr), e dall’altro di mettere il segnaposto in alcune zone d’Italia dove la passione si manifesta con un importante lavoro nei settori giovanili e con il desiderio di confrontarsi in ambito nazionale (Alghero, Forlì, Savona, ndr)”. Mettere il segnaposto è dunque la parola d’ordine.
Pochi giorni dopo, Paolo Ganguzza, direttore sportivo di Carugate ed ex coach di lungo corso, ha prodotto in un comunicato societario una sintesi di segno opposto: "Siamo ai minimi storici per la Lega Basket Femminile, solo 10 team in A1 ed al contrario un allargamento inconcepibile in A2 a 32 squadre, con 3 neopromosse, e ben 8 squadre a cui è stata regalata l’ammissione in A2, fra l’altro sia neopromosse che pescate e ripescate, tutte nel girone sud. Il diritto sportivo, la meritocrazia, ovvero vinci il campionato e sali o perdi il campionato e retrocedi, non esiste più. Si vive solo alla giornata, per sfangare la prossima stagione, ma non c’è un progetto, non ci sono obbiettivi, si pensa solo all’oggi e domani … sarà quel che sarà".

12.
Quale di queste fotografie opposte ma entrambe assolutistiche (cioè una tutto bianco, l'altra tutto nero) è più vicina alla realtà? Un sondaggio incoronerebbe probabilmente quella di Ganguzza. Tuttavia si può anche ipotizzare di turarsi il naso e accettare la logica del “mettere il segnaposto”, rassegnandosi che più del merito sportivo conti farcire il campionato con una squadra o l’altra, a seconda dell’opportunità del momento. Se la promozione è di questi tempi una sciagura, allora accettiamo che le iscrizioni nelle maggiori categorie siano libere, fino a esaurimento dei posti previsti (con possibilità di allargarsi o restringersi di qualche unità rispetto al pianificato), e in caso di eccesso di domande, la precedenza va a chi si è piazzato meglio. Chi vince l'A2 vince non il posto in A1 ma semplicemente il campionato, con tanto di trofeo e festa senza patemi, così come succede con la Coppa Italia, che quest'anno ci siamo goduti di più, con 3 giorni belli intensi nel clima mite di marzo e poi la festa di Costamasnaga, rispetto al mese e mezzo di playoff con lo spareggio nella sauna e le vincenti che rinunciano.

13.
A giugno-luglio l'apocalisse sembra sempre vicina. Ma arriva agosto, si parte per le ferie, poi ecco settembre con la sua aria frizzantina e una voglia di ricominciare che si diffonde contagiosa, fra foto di gente che suda in palestra e articoli che promettono una grande stagione. Quel momento inebriante in cui tutto sembra poter succedere nei mesi a venire, e tutti possono sognare senza frustrarsi col fallimento che presto marchierà dolorosamente l'annata di molti.
E' una fortuna che esista questo meccanismo di rigenerazione mentale. Quando la palla rotola, i problemi si ridimensionano da sé e l'essenziale - cioè il basket giocato, la passione di chi lo pratica o lo segue a qualunque titolo - c'è ancora. E' sufficiente rimpiazzare chi è definitivamente deluso, bollito, disossato nel fisico e nel portafogli, con qualcun altro che speri di trovare qui la felicità, combinare grandi cose per se stesso e il prossimo, o semplicemente sentirsi meglio che a guardar la tv, darsi all'aeromodellismo o allenarsi per il World Tour di freccette.

14.
Intanto però il break estivo induceva classiche riflessioni sullo stato delle cose. Ad esempio. L'A2 è il vero grande campionato italiano, dicono molti; ora che l'A1 si è asciugata e lei si è allargata, lo sarà ancor di più. Ma se ha ragione il Seneca in salsa LBF, cioè meno si è meglio è, in A2 la quantità farà rima con scarsa qualità? L'ultima stagione è stata interessante, incerta, imprevedibile, a differenza dell'anno precedente, in cui in ambo i gironi era troppa la superiorità delle prime due sulle altre (e di Broni a sua volta sulle altre top). Stavolta invece tante carte mescolate, dubbi, gerarchie che si rimodellavano ora in un modo ora nell'altro.
Onestamente però non ho visto molte partite belle; almeno, non quanto le potenzialità degli organici mi facessero sperare. Emozionanti sì, vivaci sì, ma non di quelle in cui entrambe le squadre strappano applausi per la qualità della prestazione. Spezzo una lancia in tal senso per Costa-Orvieto, gara-2 del primo turno di playoff. Per il resto non saprei citarne molte. Il Geas ha giocato meglio di tutte, di certo con più continuità, ma le sue partite in casa (non per colpa sua) erano quasi sempre scontate, con l'avversaria che si fermava sotto i 50 punti e cedeva al primo strappo. Nel già citato spareggio Geas-Bologna, certo condizionato dal caldo, dalla pressione, dai 3 turni precedenti a bollire menti e fisici, abbiamo avuto una media di 45 punti per squadra che cozzava col desiderio di vedere, da parte delle due migliori squadre della categoria, un’abbondanza di contenuti tecnici oltre che emozionali. Un’accoppiata che nella mitica finale del 2008 fra Geas e Crema, il cui ricordo ancor mi strugge, si realizzò mirabilmente. C’è stato anche, mesi prima, un Sanga-Crema 35-45, che leggendo i nomi in campo ti dicevi: “ma come fa tutto quel po’ po’ di giocatrici a totalizzare la miseria di 80 punti?”

15.
La classica litania sul “livello calato" mi fa venire l'orticaria; lungi da me scambiare i punti segnati per indice unico della qualità. Ma quando in una partita la percentuale di azioni fallite (sommando tiri sbagliati e palle perse) tocca quote del 75-80%, lo spettacolo si svilisce. E che siano calati i punteggi, cioè le azioni andate a buon fine, lo dicono le cifre. Nel 2008 (la più vecchia fra le stagioni consultabili nell’archivio statistico di Lega) in A2 Nord c'erano 5 squadre (su 16) sopra i 70 punti di media e 5 sotto i 60, di cui due solo per pochi decimi; mentre nel 2017 ne abbiamo avuta solo 1 sopra i 70 (Costa) e ben 7 (su 14, cioè la metà) sotto i 60.

16.
Penso che sia cambiato il modo di giocare, non tanto il livello, perché la gente buona c'è. Ho cercato nelle statistiche offensive una spiegazione tecnica a questa stitichezza serpeggiante. Pensavo di individuarla nel proliferare del tiro da 3: mi aveva impressionato, ad esempio, nella serie playoff tra Geas e Albino, l’evoluzione di Selene Marulli rispetto ai tempi di Sesto, quando tirava solitamente dai 5-6 metri, mentre ora gli stessi tiri li scocca un paio di metri più indietro (peraltro con buone percentuali lo scorso anno, ma non nella partita che mi ha indotto questa riflessione). Ma nell’A2 nel suo complesso, rispetto al 2008, i tentativi sono aumentati di poco (da 16,0 a 17,3 per squadra a partita) e le percentuali sono scese solo dal 28,5% al 27,5%. Quindi il maggior sparacchiamento a salve c’è, incide, ma non radicalmente. Anche le palle perse non forniscono dati eclatanti (ammesso che siano attendibili i rilevamenti al riguardo, e non sempre lo sono).
Debbo quindi affidarmi a qualche teoria basata sull’impressione più che sui numeri. A un aumentato atletismo delle difese rispetto a 10 anni fa credo poco; a volte si vedono svolte tattiche consistenti nel chiudere l’area con la zona e lasciare che le avversarie spadellino da fuori; d’atletico c’è poco in questo.
E allora? Ipotizzo che sia peggiorata la qualità media dei tiri che si prendono. Non ero un fanatico del gioco rimasticato con mille schemi, che imperava un tempo; però quello della costruzione collettiva del tiro a maggior percentuale possibile mi pare tuttora il principio-base da seguire. Puntare ad avvicinarsi a canestro e non ad allontanarsi, per la banale constatazione che da vicino tiro meglio e da lontano peggio; pazientare quindi sinché l’occasione ravvicinata si presenta.
Mi pare invece che la tendenza più moderna sia di puntare sulla quantità dei possessi, mettendo in conto che una buona parte d’essi produca esiti di scarsa qualità; non è più quindi grave prendersi un paio di tiri che un tempo sarebbero stati considerati assurdi, a patto che il terzo vada dentro, preferibilmente da 3. Lo si nota ancor più nel maschile, Nba in testa, però là hai fenomeni come i Golden State Warriors, che in una partita segnano 20 triple da 9 metri con l’avversario in faccia, e quindi arrivi a 120 punti con agio anche senza percentuali grandiose. Nel femminile invece è più probabile fracassare i ferri, per carenza di fisico e di tecnica. Da noi oltretutto pesa la penuria di giocatrici interne forti, per cui dar la palla alla lunga è spesso improduttivo, con un doppio effetto: diminuiscono le soluzioni ravvicinate ad alta percentuale e la difesa avversaria può tranquillamente uscire sul perimetro, rendendo vieppiù difficile la vita alle tiratrici.

17.
Altra tipica riflessione d’agosto. Un paradosso è che il movimento è magro di soldi, di società d'alto livello e di giocatrici proprio nel momento in cui le potenzialità comunicative, grazie alla tecnologia, sono più forti che mai. Ci si lamenta che il basket femminile ha poca "visibbilità" , e d'accordo, riguardo ai mass media canonici è senza dubbio vero (e quelli restano indispensabili per raggiungere una certa fascia di pubblico). Ma siamo in un'epoca in cui la diffusione capillare dei social network consente di comunicare con una frequenza e una penetrazione diverse da quella dei canali tradizionali ma talvolta persino più efficace. Perché non è detto che chi ti segue compri il giornale dove è uscito l'articolo su di te, non è detto che sia sintonizzato su Sportitalia o sulla tv locale quando ti guadagni qualche minuto in onda, ma lo smartphone ce l'hanno tutti acceso sempre e dovunque. E se un tuo follower condivide il tuo post sulla sua bacheca, lo vedono anche i suoi amici, magari totalmente digiuni di basket; quindi non è nemmeno vero che il pubblico sia confinato alla tua nicchia. La quale comunque è già qualcosa: una società che raccolga 2000 adesioni alla sua pagina Facebook (una cifra ampiamente alla portata) ha una platea niente male, che può pascolare quotidianamente senza costi d'alcun tipo, salvo un eventuale rimborso all'addetto stampa. Un tempo, avresti avuto solo i lettori del giornale cartaceo locale, o del ciclostilato faticosamente prodotto in proprio e appeso alla bacheca della palestra.
Anche la più banale delle pubblicazioni può collezionare consensi gratificanti: scrivi “Pum! Pam! Zumpazum!” con una bella foto della giocatrice del momento e ottieni più “mi piace” di un articolo ponderoso, cesellato parola per parola in ore di lavoro nell’illusione che sia la volta buona per il Pulitzer.
E anche dal punto di vista delle giocatrici ci sono opportunità clamorose rispetto anche solo a 10 anni fa. Oggi anche chi pratica ai livelli più bassi può venire immortalata in rassegne fotografiche di ogni partita, far sapere di sé a tutti quanti, molto più di chi stava al vertice una volta, che magari doveva accontentarsi del suo nome sui tabellini di Superbasket e se andava bene un paio di foto all'anno.
Sì, ci sono rovesci negativi della medaglia, in questa comunicazione social: la frammentarietà, la superficialità, l'abbondanza che rischia di diventare melassa indistinta in cui non si capisce cosa conta e cosa no; si polemizza, ci s'insulta, s'inventano complotti, si macinano bufale; però si tratta di qualcosa di talmente impressionante nelle sue dimensioni che non può non rappresentare il futuro dell'informazione sportiva. A volte pensi, però: se avessimo oggi il campionato di A1 che vantavamo negli anni '80, con Cynthia Cooper, Lataunya Pollard, Cata Pollini, Valerie Still..., coppe europee vinte a raffica, insomma se avessimo quel po' po' di contenuto, che botti faremmo con un po' po' di contenitore come i social?

Nella foto: il comunicato "10 e lode" della Lega e il rachitico punteggio di Geas-Bologna

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