- "Caitlin Clark? Qui è Dio. Tutti la conoscono, tutti la seguono" (Eleonora Villa a "Passo e tiro" dell'utente Garbo)
- "Ha condiviso con noi la sua luce e la sua grandezza" (Sydney Affolter, compagna di Clark ad Iowa, in lacrime dopo la finale, l'ultima partita giocata insieme)- Il rischio di esagerare c'è sempre, quando si è presi dall'entusiasmo per il fenomeno del momento. Ma stavolta qualcosa di mai visto prima è oggettivamente successo, in ciò che è stata la "Clark Madness" conclusa domenica 7 aprile, nel tardo pomeriggio americano, con una sconfitta sul campo della protagonista principale ma con una vittoria enorme di tutto il basket femminile.
Non solo per i numeri su cui ci siamo già fatti ampiamente le seghe (seppur non venga in tasca nulla a noi qui in Italia, ma per amore della causa),
- E ci sono parole come quelle riportate all'inizio, di due ragazze che hanno vissuto da vicino il fenomeno Clark e sembra che abbiano visto il Messia.
- Clark lo è, un idolo "made in Usa", anzi è il perfetto prodotto dell'America profonda (pur con origini italiane da parte di madre) ed è bianca, cosa che indubbiamente non guasta nel richiamare al basket quella che, volenti o nolenti, rimane la maggioranza etnica di un Paese in cui la questione razziale è decisamente sentita. E poi Clark è "etero". A parte che sarebbero fatti suoi, sembra assurdo che uno scelga di seguire o non seguire una giocatrice se questa preferisce gli uomini o le donne, ma sembra che sia effettivamente così per qualcuno, forse molti, almeno laggiù negli Usa. Ma non mi soffermo su questo perché per non parlarne superficialmente ci vorrebbero ettometri di post.
- La sostanza è che grazie a Caitlin Clark non siamo più increduli ma credenti. Su cosa? Non sul valore oggettivo del basket femminile (altrimenti non ci staremmo tutti quanti a spender tempo, chi in un modo chi nell'altro, da parecchi anni), ma sulla sua possibilità di diventare, almeno nelle occasioni speciali, un fenomeno di massa. Dalle nostre parti passeranno secoli prima che si veda qualcosa di simile; forse non avverrà mai; ma intanto è consolante sapere che altrove è avvenuto.
- Ma la favola non ha tempo di durare ancora. Si volta immediatamente pagina; "Reality is coming". E chi lo dice? Una che a sua volta avrebbe ben diritto al titolo di Messia del basket femminile: Diana Taurasi. A proposito dell'impatto che Clark e gli altri attesissimi talenti della sua generazione potranno avere in Wnba, l'ormai 42enne pluridecorata ha detto: un conto è fare i fenomeni contro le 18enni, un conto è farlo contro le adulte.
Parole che potrebbero essere vere, seppure crude. Anche perché Clark non ha un fisico spaziale, tipo Candace Parker che arrivò e fu subito dominante. Qui parliamo di una ragazza abbastanza atletica ma non troppo, con le spalle strette, che ha nel bagaglio triple siderali, visione di gioco impeccabile e doti agonistiche da guerriera, ma giocando sempre a casa sua e in una squadra in cui poteva fare quello che voleva nell'ambiente più protettivo possibile. In Wnba mancheranno queste condizioni.
Ma al momento Taurasi ha fatto la figura della bastiana contraria, della nota stonata nell'entusiasmo generale; è stata presa a insulti sui social come il povero Pietrangeli (l'anziano tennista) quando sembrava che sminuisse Sinner; o come Agostini (la leggenda delle moto) quando metteva puntini sulle "i" a Valentino Rossi quando era all'apice. Quando la folla eleva qualcuno a Messia, non sopporta chi lo sminuisce in qualsiasi modo.
- Profetiche o meno, le parole di Taurasi sono il chiaro segnale che in Wnba aspettano Clark a braccia aperte quelli del "business" (si parla già di un tutto esaurito a ogni partita delle Indiana Fever, che la sceglieranno; dirette tv nazionali eccetera), ma non certo le colleghe, o buona parte di esse. Altro che stendere il tappeto rosso per la venuta della Messia...
Si può comprenderlo: mettiamoci nei panni di Taurasi, 5 ori olimpici, titoli Wnba, capocannoniera di sempre, 20 anni di carriera immensa, ma non ha mai nemmeno lontanamente avuto i picchi di popolarità di "questa pischella" (per non parlare dei soldi già racimolati da Clark grazie alle nuove regole sullo sfruttamento dell'immagine per gli atleti Ncaa). Che ci sia invidia, o quantomeno un senso d'ingiustizia, è del tutto umano. Non entro nel merito dell'ipotetico "clan lesbo" che ostracizzerebbe Clark per il suo essere dell'altra sponda. Penso che sia soprattutto una questione appunto di vedere osannata molto più di lei una che nel complesso della carriera ha fatto molto meno di lei.
- Il fatto è che nello sport spesso la popolarità assoluta non è in esatta proporzione ai meriti sportivi. Alberto Tomba era molto più amato di rivali che hanno vinto di più. Valentino Rossi era più amato di Marquez che ha vinto quasi quanto lui. Pantani (prima del tragico finale) esaltava la gente molto più di collezionava più vittorie. Gli esempi sono mille. E' quello che si chiama carisma, un fascino magnetico che certi sportivi sia pur eccellenti non hanno, e altri sì. Per stare al basket, Jordan lo aveva, LeBron James secondo me molto meno. Caitlin Clark lo ha. Probabilmente Taurasi meno. O magari è solo nata con 20 anni d'anticipo rispetto a un'epoca più favorevole: ai suoi tempi non facevi mezzo euro (se non di nascosto) mentre eri al college, e non avevi i social per alimentare la tua popolarità.
In ogni caso se "reality is coming" lo sapremo prestissimo, perché tra appena un mese la Wnba è già in campo. E allora si vedrà se la nuova Messia durerà solo il tempo di una carriera universitaria o se scriverà nuove pagine di leggenda.
A mo' di chiusura, prima di tornare alle più plebee vicende di casa nostra, le considerazioni/dubbi finali:
- allora ci si sbaglia quando si evocano schiacciate, stoppate siderali e balzi ad alta quota come elementi mancanti per rendere appetibile il basket femminile per un grande pubblico? Clark ha stregato l'America senza nulla di tutto ciò;
- se è vero che il basket femminile ha un potenziale così grande, siamo incapaci noi di svilupparlo, pur avendone la materia prima? Non credo. Gli Usa stessi, con tutto il po' po' di terreno fertile che hanno per il basket, con tutto il po' po' di giocatrici che hanno sempre avuto in casa (solo nell'epoca recente: Taurasi, Parker, Delle Donne, Griner, Maya Moore, Stewart, ma ne potremmo elencare altri 20, di fenomeni), con tutto l'apparato che hanno per il marketing, non erano mai riusciti a realizzare qualcosa di paragonabile, anzi l'interesse non andava mai oltre il discreto. La lezione qui è che il Messia ti può capitare all'improvviso e non è programmabile (come un Valentino per le moto, un Sinner per il tennis); devi "solo" riuscire a cavalcarlo, alimentando la fede nei suoi confronti, anziché confinarlo nell'anonimato o peggio crocifiggerlo.

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