venerdì 6 gennaio 2012

Diario (64)

 3 gennaio (martedì)

Tornato Superbasket dopo la pausa natalizia. A parte due “boxettini” su Coppa Italia di A1 e di B, l’unico articolo è una rapida disamina di Roberto Lurisi sugli stenti delle italiane in Eurolega: tra le motivazioni, budget non stellari che hanno portato alla rinuncia a play di spessore internazionale; attacchi sterili; difficoltà del campionato italiano che spreme più energie di quasi tutti gli altri.
Sempre limpido, Big Roberto, però istintivamente verrebbe da dire (non a Lurisi ma alla rivista) che dopo 2 settimane di pausa si sperava in qualche articolo in più. <_< Foss’anche soltanto un consuntivo del 2011, come abbiamo provato a fare su questi umili schermi. Solo che poi leggi, in un’altra pagina, un comunicato redazionale in cui si parla di stipendi che l’editore di SB e le altre riviste del gruppo non sta pagando da settembre. :cry: E allora, oltre all’immediata solidarietà per i dipendenti, si fa presto a immaginare che se non ci sono soldi per loro, figuriamoci per i collaboratori. E quindi si può solo dire grazie a chi, come Lurisi e meno spesso Germano Foglieni, continua a dedicare tempo a tenere alta la bandiera del basket su carta stampata. Delle cui sorti (incerte come quelle di Faenza e compagnia, cioè di quei club i cui ritardi nei pagamenti possono essere indizio di un crollo non lontano) probabilmente importa poco ai fessi che si credono furbi perché loro sanno già tutto e quindi risparmiano i 3 euro settimanali della rivista. :sick: Poi magari gli stessi geniacci del risparmio vanno a spendere 4 euro per un panino rancido in pausa pranzo, o anche 20-30-50 per comprarsi una cagata inutile.
Il basket su carta stampata, oggigiorno, sembra quasi un’offesa proporlo. Ma forse non solo il basket, visto che la Gazzetta dello Sport, il quotidiano più importante d’Italia, per far quadrare i conti abbina il giornale alla collezione di Lupin III (il cartone animato sul ladro-showman) o dei film di Alberto Sordi... :woot: Tutto bello, per carità, ma vuol dire che lo sport da solo non si regge.
Finirà che ci ritroveremo senza un’informazione seria e oggettiva – perché rimarranno solo i comunicati societari, i giornali locali e i siti internet dove il primo che passa può mettersi a scrivere qualsiasi cosa gli passa per il cervello – ma i geniacci saranno contenti perché risparmiano, udite udite, 3 euro alla settimana.


4 gennaio (mercoledì)
Alcuni punti tanto per concludere (momentaneamente) il dibattito volley/basket e dintorni, prima che riprendano le ostilità agonistiche.
1) La questione estetica. Non vorrei sopravvalutarlo, ‘sto fattore estetico, perché si tratta pur sempre di eventi sportivi e, se lo spettacolo è insufficiente (vedi sotto, al riguardo), non bastano le gnocche per attirare le folle. Giocatrici giudicate carine ce n’è anche nel basket (Halvarsson del Geas, Bagnara, per dirne due che mi vengono in mente), ma non risulta che ci sia gente che pensa: “vado a vedere il Geas perché c’è quella gnocca di Halvarsson”. :blink:
Tuttavia sembra essere vero, in qualche modo, che altri sport, tra cui il volley, sono più associati alla femminilità rispetto al basket. È evidente che ciò influisce sulla popolarità della versione femminile di ogni sport, la quale popolarità può essere molto diversa da quella della versione maschile. Esempio lampante: in Italia il calcio è di gran lunga lo sport nazionale, ma il nostro calcio donne ha un seguito pari alle bocce o poco più. Evidentemente le donne che giocano a calcio (altrove molto apprezzate) piacciono poco agli italiani.
Questione anche di abbigliamento? Forse, ma quando qualcuno nel basket provò il body non credo che ottenne risultati straordinari dal punto di vista dell’interesse. Quindi dev’essere proprio una questione di fisicità delle atlete più o meno gradita, e di movenze tipiche della disciplina, che risultano più o meno “femminili” nel gusto del pubblico. Innegabilmente le movenze del volley lo sembrano di più: salti e saltelli, schiaffetti, tutte quelle moine che si scambiano dopo ogni punto. Mentre nel basket si menano, ruzzolano, poche manfrine e pochi ammiccamenti. :huh:
C’è una rieducazione estetica che bisognerebbe portare avanti presso la plebe. Alla quale purtroppo (sia agli uomini che alle donne, ovviamente gli uni per attrazione, le altre per emulazione) piace di più la femminilità longilinea di una Helena Havelkova (pallavolista di Busto Arsizio dal fisico sottile, cercare su Google per visualizzare) piuttosto che quella un po’ orsesca e volumetrica di una Dubravka Dacic, per dirne una. :( Ok, Dacic è un estremo: non è che tutte le cestiste siano 2 metri per un quintale abbondante. Però mediamente sono grosse una volta e mezzo le pallavoliste, e questo non riscontra apprezzamenti.
Un noto allenatore lombardo c’ha recentemente scritto che alcuni infortuni nel femminile nascono anche dal fatto che molte giocatrici si rifiutano di fare un lavoro massiccio di potenziamento muscolare, per evitare di diventare troppo grosse e antiestetiche.
Ciò è molto triste, che una ragazza sia costretta a porsi dei paletti, nuocendo a se stessa, perché teme di sentirsi sprezzata se diventa troppo forte e muscolarmente sviluppata.
Purtroppo c’è il retaggio medievale, da noi, della donnina fragile, minuta e maneggevole. Con ciò non si vuol dire che “grosso = bello”, giacché l’esagerazione nuoce all’armonia e l’estetica è anche armonia; però dà fastidio una certa cultura sessista, forse in parte inconsapevole, che tende a porre dei limiti alla donna. La quale non deve essere troppo alta (tant’è che ci sono ragazze sopra l’1,80 che se ne vergognano), non dev’essere troppo forte fisicamente, non deve guadagnare più dell’uomo, è meglio se fa finta di non essere troppo intelligente, eccetera. Non è che tutti ragionino così, ma l’italiano medio probabilmente sì. Ammettiamolo.

2) La qualità dello spettacolo. Ogni sostenitore di una disciplina è convinto che la propria sia la migliore, la più emozionante, la più spettacolare, quindi è inutile proclamare che il basket è divertente e il volley è noioso. Quelli del volley pensano l’opposto e nessuno dei due può dire di aver ragione. C’è però un parametro più misurabile: quando si guarda una performance sportiva, si assiste a una certa quantità di gesti ben riusciti e a una certa quantità di errori. Se la quantità di errori è troppo elevata, è inevitabile che lo spettacolo sia sgradevole. È inevitabile che alcuni sport siano basati sull’avvicinamento alla perfezione (vedi la ginnastica, i tuffi, il pattinaggio) oppure sul libero confronto tra velocità (vedi l’atletica o il nuoto), mentre negli sport di squadra ci si contrasta a vicenda e quindi il tasso di errori aumenta.
Tuttavia, una cosa di cui mi vo convincendo è che nel basket femminile la percentuale di errori è troppo elevata. Prendiamo una recente partita di A1, Cagliari-Alcamo: abbiamo un totale di 37 canestri dal campo su 114 tentativi, e 52 palle perse. Aggiungiamo, a mo’ di bilanciamento, il 19/23 complessivo dalla lunetta, dividendo per due perché i tiri liberi sono in gran parte a coppie e quindi possiamo considerarli un’azione sola: fa 10/12 (approssimato per eccesso). Totale? Su 178 azioni d’attacco ne abbiamo 47 riuscite, pari al 26%. Chi ha visto quella partita, quindi, ha visto fallire 3 azioni su 4. Si è divertito, al di là del piacere per chi ha vinto? Difficile.
Vero che quella è stata una partita a punteggio molto basso, ma se uno avesse tempo di fare questo conto per tutte le partite, si rischia di non arrivare comunque al 40%. Trovo che ci sia da riflettere su questo. Il canestro ribassato può essere sì una buona idea, ma non per vedere schiacciate o stoppate siderali, quelle sono specchietti per allodole. Nel maschile non è che vedi schiacciate ogni due azioni: però vedi la metà degli erroracci da sotto e la metà delle palle perse. Guardiamo il "tessuto del gioco", non l'occasionalità del volo sopra il ferro. Se il canestro basso facesse salire le percentuali, allora sì che sarebbe utile. Resterebbe però il problema delle troppe palle perse e lì forse aveva ragione Roberto Galli quando diceva che i 24 secondi hanno fatto male al femminile.

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