martedì 17 maggio 2016

Commento sulla polemica Bocchetti-Napoli

Per via dei ritardi accumulati peggio di un ufficio ministeriale o di un treno delle FS dei bei tempi, rivanghiamo casi quando ormai sono spenti.
Due settimane or sono ha fatto cagnara un botta-e-risposta tra Sara Bocchetti e la Dike Napoli, club di cui la 23enne è stata capitana sino al mese scorso. In sostanza la giocatrice ha scritto sul suo profilo Facebook: "Dopo 12 anni a Napoli mi hanno scaricata con un sms", ottenendo un successo straordinario: 1723 “like” e 169 commenti, più altri nei successivi messaggi, con varie contumelie di utenti verso i cattivacci della società. La quale, spiazzata dalla valanga, è dovuta correre ai ripari "al fine di tutelare la propria immagine", sostenendo in un comunicato che l'sms era solo un anticipo, di cortesia, della comunicazione ufficiale dell'interruzione del contratto che sarebbe arrivata all’atleta tramite raccomandata entro il previsto 30/5; inoltre che gli anni in cui Bocchetti è stata capitana sono solo 4 e non 12, perché gli otto precedenti erano col Vomero e non con la Dike; che la società ha legittimamente deciso di rivoluzionare l’organico dopo una stagione fallimentare; e che casomai dovrebbe essere lei a ringraziare per l'opportunità ricevuta.

Ammoniva giustamente il grande Phil Collins: "Dobbiamo sempre sentire entrambi i lati della storia"; -_- ma non specificò che quando li hai sentiti entrambi diventa arduo stabilire chi ha ragione. L’apparente vincitore però è chiaro: non c'è dubbio che la giovane, genuina e fotogenica Bocchetti, col suo scritto ad alto tasso emotivo (culminante nella frase “Oggi qualcun altro ha voluto tutto questo, ha voluto strapparmi la mia vita”), abbia colto nel segno ben più della stizzita replica della Dike, dietro la quale uno s'immagina panzuti e calvi dirigenti di mezz'età. Per quanto mi concerne, do parti di ragione a entrambi:

- alla società perché i mezzi tecnologici sono ormai una prassi normale per qualunque tipo di comunicazione (tant'è che la giocatrice stessa usa Facebook per sputt... ehm, per esprimere i suoi legittimi sentimenti nei confronti della Dike anziché a quattr'occhi coi diretti interessati), perché è vero che gli anni sono stati 4 e non 12; perché sarebbe giusto lagnarsi di un'eventuale violazione quale un mancato pagamento o una rescissione indebita, ma che diritto si ha, nell'ambito di un rapporto professionale (va sottolineato), di attaccare il datore di lavoro sulla modalità di comunicazione di una notizia? E infine perché, mi spiace se suona cinico, ma sia nello sport che nella vita normale è ben raro che vengano stesi tappeti rossi in uscita (casomai in entrata); generalmente quando uno non ha più bisogno di un altro, tac, gli dà il foglio di via ed è finita lì;

- ma do anche ragione a Bocchetti perché, a ben guardare, lei non dice di esser stata capitana della Dike per 12 anni, ma di aver giocato a Napoli per 12 anni; perché, come ha anche sottolineato in seguito, il suo era uno sfogo di sentimenti personali e non un attacco diretto (anche se ovviamente poi finiva per esserlo); e perché la sua capacità comunicativa si dimostra migliore di quella della società, proponendo un messaggio efficace, con l’utilizzo di termini di sicuro impatto come “gioia”, “sudore”, “coraggio”, “cuore”, “pelle”, laddove il comunicato della Dike, oltre che a tratti grammaticalmente farraginoso, utilizza frasi lente, di minore appeal, esponendosi poi a fischi sicuri quando consiglia alla giocatrice, ricordandole di essere sotto contratto, una “sana autocritica” e una “silenziosa riconoscenza” (dire a una donna di star zitta è un autogol pazzesco).

Quindi, uscendo dal caso particolare e cercando di trarne qualche insegnamento su come funziona la comunicazione oggigiorno:

1) le giocatrici, grazie ai social, sono divenute esse stesse organi di comunicazione autonomi e possenti. Sara Bocchetti ha oltre 2800 “amici” su Facebook, il che significa che 2800 persone (più dei lettori di molti articoli sul femminile che escono sui molti “media” tradizionali…) possono ricevere notizie direttamente da lei, con molto più impatto rispetto alle comunicazioni “mediate” da altri;

2) più della realtà conta l’impatto di quello che comunichi e il numero di “like” che arraffi (o di visualizzazioni di un tuo video, eccetera). Una notizia circolata di recente è che Diana Taurasi, pare, ha qualche problema con gli sponsor che le chiedono: “Ma tu quanti followers hai sui social?”, e lei dice: “Veramente i social li uso poco o nulla”, e quelli storcono il naso e lei obietta: “Ma come? Ho vinto 3 ori olimpici e 2500 altri trofei, e a voi frega solo se ho i followers sui social?”. Ebbene sì. Una Sara Bocchetti può contare come e più di Diana Taurasi (dal punto di vista dell’appeal comunicativo, s’intende; poi è chiaro che nessuno pagherebbe Bocchetti 1 milione e mezzo di dollari per giocare, come ha fatto Ekaterinburg con Taurasi…) se sui social è più attiva e connessa di lei. Col venir meno della centralità (o quanto meno dell’unicità) dei mass media canonici, la gerarchia tra le notizie si stravolge: lo starnuto di un gatto può diventare “virale”, un problema d’importanza mondiale passare inosservato;

3) è un periodo in cui le giocatrici sembrano aver parecchia voglia di esternare. Non solo sensazioni allo stato brado come Bocchetti, o prese di posizione in favore della propria società come abbiamo visto nei casi "Cinili contro Sanga" e "Fabris contro Sanga", ma anche articolati ragionamenti, come nella discussione che di recente ha visto Alice Richter disquisire della necessità del professionismo con una controparte giornalistica formata dagli utenti Daniele9 e Dafighter di questo forum (ma il palcoscenico è stato ancora una volta Facebook);

4) alla luce di quanto detto sinora, le società devono stare attentissime al potenziale ricattatorio delle proprie atlete. Fiutare l’aria, capire con chi si può fare i duri (ad esempio, con chi ha quattro gatti di “amici” su Facebook e non scrive mai, o comunque non ha i maroni per piantare casini) e con chi invece conviene usare cautele perché ha stuoli di followers e spiccate doti di comunicazione, e quindi può fartela pagare se non la tratti coi guanti. Chiaro, la società può punire, multare, minacciare in virtù del contratto (infatti la Dike ricorda a Bocchetti il rapporto in essere), tuttavia quando ormai il danno d’immagine è fatto, non è una gran consolazione rivalersi su chi te l’ha causato.

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