- Premetto che considero Paolo Seletti un Archimede Pitagorico del basket femminile: uno capace di inventare al di fuori degli schemi, con quell’aria da geniaccio in perenne ricerca di un’idea migliore della precedente. Talmente fuori dagli schemi che ogni tanto rischia di deragliare. E’ questo il caso?
Well, ha messo talmente carne al fuoco che sarebbe limitante dire “sì, ha ragione al 100%”, oppure “no, ha pisciato fuori dal vaso”. Ho tentato quindi di assemblare una breve analisi del suo discorso, che giocoforza comporta analizzare una serie di questioni sul nostro campionato. Poi sono deragliato peggio di lui ed è venuta lunga.- Dal punto di vista dell’efficacia della comunicazione, che significa colpire l'attenzione, far parlare nel bene o nel male del proprio messaggio (perché l’unico nemico è l’indifferenza), senza dubbio Seletti ha spaccato: tra chi lo applaude e chi lo critica, nessuno che l'abbia udito è rimasto indifferente.
Certo, è un’abilità che rasenta il masochismo. Non solo sua, s’intende. A farci propaganda all’incontrario siamo tradizionalmente bravissimi. Si pensi alla buriana Masciadri-Crespi di qualche anno fa, o più recentemente allo sfogo di Camilla Valerio, qualche settimana fa, quando rappresentò l’A2 femminile come un inferno dove le ragazze sono sottopagate e maltrattate.
Ora abbiamo un coach di A1 che definisce “povero e brutto” il campionato, che considera “soldi buttati dalla finestra” gli investimenti nel medesimo e che se il presidente di Faenza gli chiede se vale la pena continuare, lui gli risponde “assolutamente no”.
Se io sono un tifoso di Faenza e sento il mio allenatore dire che il campionato fa schifo, che noi non siamo in grado di competere, che è meglio se il nostro presidente chiude bottega... cosa devo pensare? Perché dovrei continuare a seguirti? E se sono un esterno che per caso sente questo ennesimo grido di dolore dal settore-donne, cosa penso? "Ecco, il solito femminile che cade a pezzi". Propaganda all'incontrario, appunto.
- Altre critiche a Seletti fanno notare l’inopportunità di un allenatore che esce dal seminato del suo ruolo (cioè l’aspetto tecnico) e sconfina in quello manageriale-dirigenziale, sembrando decidere lui se al suo patròn convenga ancora investire o meno (qualcuno s'immagina Cestaro che lascia dire a Dikaioulakos se è il caso di continuare a spendere per Schio, ad esempio?).
Nel suo allargarsi esce pure dall’orto di Faenza dato che dice, in sostanza: “a parte quelle quattro che si divertono perché hanno tanti soldi, le altre cosa ci stanno a fare?”, ovvero: Battipaglia conviene che chiuda, San Martino idem, eccetera.
- C'è pure chi gli rinfaccia anche di essersi fatto influenzare dal momento di depressione per la sconfitta brutale, e per il pasticciaccio di Reichert rapita dai tedeschi: "ma quando a inizio campionato vincevi, non dicevi che fa tutto schifo", gli si obietta.
Più letterariamente possiamo dire che Seletti, emulo di Leopardi, traveste da pessimismo cosmico ("tutto fa schifo") quello che sarebbe un legittimo ma limitato pessimismo individuale ("la mia vita fa schifo"). Cioè, se stai male tu, Sele', perché pretendi di definire che tutti quanti stiano male?
- A me, personalmente, è spiaciuto il suo liquidare il campionato come "povero e brutto". Etichetta che Seletti poteva risparmiarsi. Irrispettosa nei confronti delle protagoniste (e dei coaches), nei confronti di chi spende soldi ed energie per sostenerlo da dirigenti o da semplici seguitori. Nei confronti insomma di chi non lo trova né così povero né così brutto, 'sto campionataccio.
Ok, sono lontane le antiche epoche in cui eravamo la lega-top d'Europa, tuttavia se guardi i roster trovi ancora gente di livello internazionale da tutte le parti (ovviamente in quantità molto variabile tra una squadra e l'altra, ma qualcosa di buono c'è in tutte); ne è la prova la stessa Faenza che pur in economia sparata ha pescato 3 ottime straniere di cui un oro olimpico 3x3; c'è poi la penultima della classe, Brescia, che ha appena preso una Shante Evans.
E' pur sempre un'annata in cui 5 club nostri si sono iscritti alle coppe europee, anzi 6 perché Battipaglia ha fatto i preliminari. Ok, siamo reduci da una "due giorni" di mazzate, non vinceremo trofei neanche quest'anno, ma è scontato che 6 su 11, cioè più della metà dei clubs, abbia provato l'Europa?
Consideriamo pure il dettaglio che, dopo aver lamentato per anni (giustamente) l'assenza di spazi tv decenti, siamo tornati su RaiSport per il campionato (seppure a singhiozzo) e con un appuntamento settimanale fisso (o quasi) per l'Eurolega: saremo brutti ma almeno ci vede qualcuno di più degli zero virgola cinque di prima.
- E’ vero che da noi c'è un problema di dislivelli, di campionato a più marce, di pesi massimi e pesi piuma con poche vie di mezzo. Problema che si è acuito rispetto agli scorsi anni (lo certificheremo con numeri, vedi sotto) perché sono venute a mancare, di botto, 3 squadre di zona-playoff, cioè la quarta, la quinta e l'ottava dello scorso anno. Se perdi una grossa parte della fascia medio-alta, ti restano quasi solo gli estremi. Tutto sommato non è sorprendente se aumentano i "tanto a poco". I quali però, da un lato sono sempre esistiti, e anzi abbiamo avuto epoche in cui lo scudetto era già assegnato prima di cominciare (adesso, se non altro, abbiamo due aspiranti alla pari), e poi abbiamo visto negli ultimi due turni Campobasso battere Venezia, Battipaglia battere il Geas, insomma non tutto è scontato; e a mente fredda magari Seletti si ricorderà che la stessa Faenza, di imbarcate ne ha prese un paio, non di più.
- E però, però.
Voglio anche spezzare una lancia a favore di Seletti. Per quanto riguarda i toni, quantomeno. Se hai qualcosa che ti spacca dentro, e devi eruttarlo fuori, e ti senti di avere un messaggio per svegliare tutti quanti, non è che puoi andare lì con mezze misure, "be', va un po' male ma non malissimo". Cioè non puoi fare il moderato, il pacato. Devi essere urticante, radicale, consapevole che dovrai subirne le conseguenze perché c'è gente permalosa in giro. Da questo punto di vista c'è più da apprezzare il coraggio che stigmatizzare la poca diplomazia.
Per cui mettiamo da parte il pessimismo cosmico, l'allargarsi al ruolo di "consulente business" del presidente Fermi e a quello di gran svegliatore di coscienze del movimento, insomma scrostiamo via tutto ciò che è contorno, e valutiamo la sostanza.
- Partiamo dalla questione degli scarti, quella che ha dato la stura all'invettiva selettiana. Nessuno nega, ovviamente, che il "tanto a poco" sia più la norma che l'eccezione, ma è una novità? E' una pecca dell'A1 di basket femminile rispetto ad altri sport?
Sulle discipline altrui ci vorrebbe troppo tempo per scandagliare, ma mi pare che, ad esempio, in A1 di pallavolo c'è Conegliano che vince tutti i trofei da anni e tutte le partite 3-0; ho visto in Champions di calcio donne (ma anche uomini, quest'anno) fioccare punteggi tipo 6-0, 5-1, ecc.
Stando al nostro seminato, tanto per oggettivare, ho fatto questo conteggio: numero di partite con scarti dai 20 ai 29 punti, dai 30 ai 39 e dai 40 in su, confrontando girone d’andata ’24/25 con il ’23/24.
Emerge:
’23/24: su 78 partite, 16 con scarto 20-29; 8 con scarto 30-39; 1 con scarto 40-plus.
’24/25: su 55 partite, 9 con scarto 20-29; 8 con scarto 30-39; 4 con scarto 40-plus.
Risultanza: i “tanto a poco”, cioè dai 20 punti in su, sono aumentati “solo” dal 32% al 38% delle partite. Spiegabile col discorso fatto prima, sul venir meno di una fascia medio-alta di squadre.
Ma attenzione: se consideriamo solo le batoste peggiori, cioè dai 30 di scarto in su, troviamo che la percentuale è salita dal 12% al 22%, cioè è quasi raddoppiata. Quasi una partita su quattro è un massacro; più di una su tre è fortemente sbilanciata.
In sintesi: smussando un po’ gli spigoli, Seletti qualche ragione ce l’ha. Detto questo, però, che facciamo? Mettiamo un handicap al più ricco nel punteggio? Inventiamo la sospensione per manifesta inferiorità come nel baseball? Tagliamo le straniere come invocano gli anziani opinionisti del maschile? Tagliamo il numero di italiane della nazionale che si possono avere in squadra? Tutto improbabile.
- Ma andiamo al climax del discorso selettico. Come dargli torto se denuncia il problema grave di sostenibilità dei costi, nell'A1 attuale? A meno che 6 squadre perse in due anni siano casualità senza un filo conduttore.
La chiave in negativo, che ha fatto svoltare verso il basso (e sarà dura invertire la freccia) l'umore generale, è stata la defezione della Virtus Bologna. E’ stato un punto di svolta evidente: il suo ingresso aveva portato un ottimismo che prima non si respirava (perché un marchio importante del basket italiano credeva nel femminile), oltre ad aver tangibilmente immesso danari in circolo e creato un nuovo polo di vertice, portato un bacino di pubblico di dimensione superiore alla nostra nicchia abituale (poi concretizzato nelle affluenze massicce delle due finali, a prescindere dal gratuito o meno); allo stesso modo la sua uscita è stata il segnale che la bolla si sgonfiava, l’arrosto si rivelava fumo, la nostra fragilità endemica faceva ruzzolare persino un gigante come la Virtus.
Se si riguardano gli echi intorno al nostro femminile, sia da parte degli addetti ai lavori sia dall’esterno (cioè chi si occupa del maschile e marginalmente ogni tanto cita le donne), c’è un “prima” e un “dopo”, rispetto alla defezione della Virtus. Prima, seppur timidamente, si leggeva che "il femminile è in ripresa" o "in crescita"; adesso è tutto un "femminile in crisi", "femminile allo sfascio", ecc.
- In realtà però può essere considerato un caso a parte, quello bolognese, cioè una realtà “sui generis” che, complici problemi aziendali, si è concentrata sul “core business” (la sezione maschile), chiudendo la filiale femminile. Non è esattamente un caso di impossibilità a sostenere i costi.
Anche Ragusa possiamo considerarla una situazione per cui un club che ha investito tanto per un decennio abbondante decide di fare un passo indietro, temporaneo o meno, anche se non è con la gola sott’acqua.
Per cui nell’ottica del discorso di Seletti sono più significative le defezioni delle società di medio-bassa fascia, che realmente non riescono a reggere i costi. Se non si risolve questo problema, i necrologi nelle prossime estati continueranno a fioccare. Certo, il cimitero delle società femminili è sempre stato aperto, non certo da ieri (nel senso che pure in passato si spariva spesso e volentieri), però gli ultimi due anni sono stati un’ecatombe, complici nuove norme (stabilite al di fuori del mondo del basket) che complicano la vita a chi prima magari ce la faceva dignitosamente ma senza un margine di sicurezza; e adesso non ce la fa più, come nella vita reale quelle famiglie che arrivavano a fine mese, poi cambia qualcosa (prezzi più alti, tasse aumentate, ecc.) e finiscono sotto la soglia della sopravvivenza. E' lì che un governo deve agire. Se i ricchi, per capricci o magagne loro, si stufano di investire nel femminile, amen, ma la classe media, volenterosa, bisogna salvarla.
- Ma è un problema specifico del basket femminile?
Che quasi tutto lo sport italiano sia in perdita credo sia indiscutibile. Nel calcio (maschile) altro che “buttare un milione dalla finestra”, per dirla alla Seletti: ne buttano decine. Però hanno dei ricavi (tv, compravendita di giocatori, merchandising, insomma tutto quello che sappiamo), hanno dei ritorni d’immagine per cui i proprietari diventano i reucci del loro territorio, e magari monetizzano in altri ambiti. Succede anche nel basket maschile, seppure su scala ridotta.
Nel femminile cos’ha in cambio, uno che investe? Sul piano delle soddisfazioni morali e sportive può avere anche molto; si arriva in alto più facilmente che nel maschile (ovvio), ma sul piano prettamente economico?
Quindi: è logico che società come Faenza saranno sempre sull’orlo della defezione; resisteranno finché possono ma poi dovranno cedere. Al momento non si vede una risposta convincente da parte di chi governa, ammesso che sia possibile fare qualcosa nell’immediato (chi auspica riforme strutturali è il primo a sapere che, se per miracolo si riuscisse ad attuarle, gli effetti si sentirebbero a lungo termine, ma intanto a quanti altri funerali societari dovremmo assistere?).
Sintesi finale: se Seletti si limitava a questo messaggio centrale, senza aggiungere troppo pepe che fa starnutire il discorso più che insaporirlo, sarebbe stato forse criticabile nella forma (per i toni, per lo sconfinamento di ruolo ecc.), ma non nella sostanza. Siccome non si è limitato, c’è il rischio che il nòcciolo del discorso si sia un po’ annacquato. Di sicuro però lui avrà le scarpe più leggere perché s’è tolto parecchi sassolini.
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