Uno dei momenti più attesi del dopopartita erano le dichiarazioni ai microfoni Rai di Sandro Orlando, coach neo-trionfatore (secondo scudetto in carriera). Dopo le scintille delle scorse partite, c'era curiosità di vedere se la vittoria l'avrebbe placato, inducendolo a un "volemose bene" pacificatorio. In effetti non è stato particolarmente aspro ma qualche frecciatina l'ha tirata: all'arbitraggio di gara-4 (non per essersi sentito danneggiato, ma per il metro che ha inibito lo spettacolo); a certe giocatrici che in apparenza sono tutte sorrisi ma dietro le spalle ti fanno le scarpe (con chi ce l'avrà?)
; infine a chi la mena troppo con l'idea che per vincere bisogna essere dei gruppi di amicone: la Comense, ha detto, aveva gente che fuori dal campo si scannava, ma vinceva lo stesso. Quest'ultima considerazione è condivisibile, nel senso che per vincere lo scudetto devi essere prima di tutto forte, essere pappa e ciccia con le altre è secondario. Diciamo che eventuali frizioni è meglio contenerle entro certi limiti... Ma si va troppo sul filosofico. Ormai quel che conta è che Schio ha vinto campionato e Coppa Italia (come non era riuscito a Taranto negli ultimi 2 anni), e arrivederci al 2011/12. Al massimo, tanto per occupare un paio di neuroni durante le vacanze, ci si potrà domandare cosa sia realmente successo tra Orlando e Cohen, che forse paga la "maledizione" che coglie parecchie registe a Schio da quando c'è Betta Moro, considerata il prototipo del Perfetto Play (elogiata anche ieri da Orlando). Chi deraglia un po' dal modello, vedi Nuria Martinez, piace poco.
--> Dubravka Dacic è il rovescio della medaglia. Si può dire che Taranto ha perso la finale per colpa sua? In un certo senso sì: la scommessa della stagione del Cras era di rimpiazzare Smith e David con lei e Young. Quest'ultima, dopo molti triboli, ha giocato una finale talmente buona che nessuno, penso, può sostenere che Smith avrebbe fatto meglio. Però Young è una finta lunga, Godin stava male, così i conti potevano tornare solo se il bruco Dacic diventava farfalla. E' rimasto bruco. C'è stata un'occasione che avrebbe potuto renderla eroe per un giorno: il tiro allo scadere di gara-2. Se entrava, Taranto era quasi campione. Ma voglio spezzare non dico una lancia, ma almeno un bastoncino nei suoi confronti. Non tanto sul rendimento: quello è stato insufficiente, poco da dire, salvo qualche lampo isolato. Però, aspettarsi che facesse mirabilie dopo 3 stagioni all'estero senza gloria, era indubbiamente sbagliato. E poi c'è un equivoco, mi vo convincendo, nei suoi confronti. Si batte sempre il chiodo della mancanza di grinta, di voglia, eccetera (l'ha detto anche M. Fanelli in telecronaca, ieri). Con quell'altezza e quelle mani, si dice, se solo avesse voglia spaccherebbe tutto. Ma in realtà non si considera che tra le doti naturali di un atleta c'è anche la reattività. Assolutamente fondamentale. Reattività vuol dire la velocità neuro-motoria con cui reagisci alla situazione che ti si presenta. Se sei reattivo, appena una palla capita dalle tue parti, te la mangi. Dacic ci mette il doppio del tempo: vede la palla, decide di andarle incontro, quando ci arriva gliel'han già soffiata. O se ce l'ha, gliela strappano. Ecco, forse, perché sta alla larga dalle mischie d'area. Perchè certe belve assatanate, una McCarville o una Yacoubou, se la mangiano. Dacic, che mi risulta abbia praticato lancio del peso da ragazza, è senza dubbio una che se, da ferma, ti tira un ceffone, ti manda al creatore.
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