28 aprile (sabato)
--> Un sabato tranquillo: domani la grande riffa delle gare-5 di A1; c’è qualche playoffino di A2 ma la maggioranza è anche qui domani; la B è in pausa tra i concentramenti e le finali-promozione, c’è qualcosa per campionato di sviluppo e playout. Ma, nel complesso, diciamo che si tira un attimo il fiato.
E allora parliamo di Geas, che fa notizia in questi giorni sia a bocce ferme che sul campo. Sul campo ovviamente non per la prima squadra, ma per la conquista della tripletta di titoli regionali giovanili Elite: proprio oggi, battendo la “gemellata” Costamasnaga, la squadra U15 di Monica Lanzi s’è laureata campione, grazie agli scontri diretti a favore con la Pro Patria Busto. Gran campionato dal punto di vista della suspence: cambi al vertice, la Comense avrebbe vinto il titolo se avesse battuto la Pro Patria, grazie al 2-0 sul Geas, ma ha perso di 2 e così è finita addirittura quarta, mentre il Geas ha mostrato il middle finger e s’è aggiudicato anche questo alloro dopo quelli U17-U19 già stravinti con le ’94-95-96 dorate.
Da un lato, quindi, le giovanili di Sesto stanno benissimo, dall’altro la società, sul versante prima squadra, langue e soffre. Lo ha detto il presidente Mazzoleni intervenendo giovedì 26 a una kermesse politica locale, e lo ha ribadito in modo più articolato in un’auto-intervista (o simil-intervista) apparsa oggi sul sito societario.
--> La parte iniziale è una valutazione sull’annata del Geas in A1; andiamo rapidi perché, come abbiamo detto due settimane fa, quando vengono 150 spettatori alla partita decisiva dei playoff, discutere se la squadra doveva arrivare sesta piuttosto che ottava è pura accademia.
Poi, a ben vedere, bastavano 2 punti in più ed era sesto posto, cioè quello che a occhio e croce era secondo noi l’esatta collocazione di una squadra proveniente dal 3° posto e indebolita dal mercato ma non troppo (sulla carta). È anche vero che bastava perdere di 1, anziché vincere di 1, con Pozzuoli e si era a parità di punti con Pozzuoli ai playoff per scontri diretti e Geas ai playout...
L’“infamia”, se vogliamo, sta in certe scarse resistenze in trasferta, esattamente all’opposto dell’anno scorso quando la squadra non mollava mai. Il -37 a Como è stato il punto più basso in 4 anni di A1, ma anche in altri casi è sembrato che la squadra cedesse sul piano mentale come e più che su quello tecnico. Dove, è vero, c’era la grossa pecca dell’evanescenza in area: e lì senza dubbio il mercato non è stato impeccabile, perché è vero il budget ridotto, però Halvarsson e Michailova sono quasi la fotocopia l’una dell’altra, cioè due ali grandi, e magari un centrone più grezzo ma più interno della svedese, con la stessa cifra si trovava. Tuttavia non è colpa del mercato se, problema forse più grave, Haynie (al di là dei postumi dell’infortunio) e Summerton sono state le fotocopie sbiadite dello scorso anno. Meno male che le italiane, soprattutto Crippa e Zanoni ma, spesso, anche Zanon e qualche volta Arturi, hanno sopperito.
La “lode”, invece, sta in quella mini-serie di vittorie a inizio ritorno, con gli scalpi di Umbertide (a quei tempi non ancora crollata) e Taranto, che facevano sperare in un cambio di marcia, speranze poi spentesi con la sconfitta a Priolo e altri alti e bassi seguenti. Non dimentichiamo, poi, la rocambolesca vittoria con la Comense all’andata (Zanon allo scadere), che alla luce della gran stagione di Como va considerato un colpaccio. Il fatto che in casa il Geas abbia quasi sempre vinto e in trasferta quasi sempre perso indica in realtà, a mio immodesto parere, che non era inevitabile che la squadra stazionasse costantemente al limite tra playoff e playout. Ovvero, se in casa c’erano i mezzi per battere chiunque, perché non in trasferta? Ecco perché è lecito parlare di pecche mentali.
Chiaro, poi se la squadra non fosse stata reduce dal 3° posto, non ci sarebbero state aspettative particolari e allora questo ottavo posto sarebbe stato preso con soddisfazione anziché storcendo un po’ la bocca. Però è normale che da chi fa bene un anno, ti attendi che si ripeta. Ma, appunto, non rimestiamo troppo sul fronte-risultati perché ci sono questioni più urgenti.
--> Mazzoleni prosegue con una disamina dei problemi del “sistema” (chi è interessato, legga sul sito), dopodiché parla delle prospettive del Geas ed è qui che vogliamo soffermarci. Dice: “Oggettivamente la nostra lettura (intendo mia e del vicepresidente Mauro Giorgi) sulle condizioni del movimento, a cui ho fatto cenno poco sopra, si associa alla consapevolezza della difficoltà incontrata ad uscire dallo stato di solitudine e di abbandono registrato sul nostro territorio. Siamo molto delusi e stanchi dopo quattro anni vissuti in trincea. E’ innegabile, avremmo piacere di passare la mano a qualcuno in grado di ottenere quei risultati e di generare quelle sinergie sul territorio che noi non siamo stati in grado di realizzare. Anche in questo caso abbiamo dovuto prendere mestamente atto del fatto che le nostre speranze e i nostri sogni sono naufragati”.
Che dire? Innanzitutto, dispiacere per chi mette grande impegno (e a mio parere anche competenza) ma rimane deluso. C’è da chiedersi, però: potevano, le cose, andare diversamente? Ricordiamo che il fu Natalino Carzaniga, uno che la sapeva lunga, evitava l’A1 come la peste: troppi costi, niente palazzetto a Sesto, niente pubblico, niente sostegni locali (né istituzioni né imprenditoria). E non doveva essere una sua fregola personale.
Mazzoleni, inizialmente, riuscì a dimostrare che Carzaniga, forse, aveva torto, trovando i mezzi per l’A1 (e la sponsorizzazione Bracco grazie ad Arturi padre: parola di Diana Bracco sul “Giorno”, giusto per dare a Cesare quel che è di Cesare)
È questo che m’impedisce di dire, semplicemente, che non c’è possibilità di avere pubblico per un Geas di A1, o che spostarsi a Cinisello è stato un errore. Anche se verrebbe da dirlo. Verrebbe, soprattutto (e in particolare sul versante-sostegni locali), da dire che il supporto del territorio a Sesto non c’è perché non c’è un territorio! Cos’è Sesto San Giovanni? Un enorme sobborgo di Milano, che ha sì una sua piccola identità, ma non è né Milano né una realtà di provincia come Schio, Lucca, Faenza, Taranto, Como eccetera; e soprattutto, non è un posto dove la gente si riconosca in una realtà sportiva locale. Lo sport che interessa a Sesto sono le milanesi del calcio di serie A. Vabbè, c’è la Pro Sesto, ma chi va a vederla? Il Geas, a Sesto, sanno tutti cos’è, ma viene percepita (credo) soprattutto come una realtà sociale dove puoi iscrivere le tue figlie, non come un’entità di vertice, alle cui vicende ti appassioni perché fa da bandiera sportiva del territorio. Quindi né le aziende, né le istituzioni si sentono tenute, o invogliate, a dar sostegno.
Il pres. Mazzoleni fa notare che quando vanno in trasferta, vedono la banca locale, l’azienda del territorio, la Regione eccetera, che fanno da sponsor. E be’, ma non stupisce: se Lucca va in semifinale, il territorio lucchese si sente coinvolto: “toh, finalmente combiniamo qualcosa di buono nello sport” (con rispetto parlando). Se il Geas va in semifinale, com’è andato, a parte che se ne accorge solo una minoranza, ma poi chi è che, a Sesto, si sente fiero perché il suo territorio s’è fatto onore? È una battaglia contro il vento a mulini.
--> Non c’è, insomma, una “piazza”. Cos’è una piazza? Il connubio tra territorio e squadra. Un ambiente locale adatto al radicarsi di una realtà sportiva. Per fare una piazza ci vuole un territorio interessato, ci vogliono “maggiorenti” locali (cioè politici e altra gente in vista) coinvolti almeno in parte, ci vogliono possibilmente giornali che sostengano la causa. Ad esempio, la Comense ha anch’essa i suoi guai societari, e non è che di solito abbia le folle alle partite; ma rispetto al Geas ha una piazza. Lo si vide bene l’anno scorso quando ci fu la nota diatriba su Wabara: giornali che si schierarono a difesa, lettori che scrivevano per dire la loro, un territorio insomma che partecipava, anche se magari di solito sembrava sonnecchiare. Come a dire: toccateci la Comense e vi facciamo vedere noi. Lo si è visto anche quest’anno, stavolta in positivo: giovedì scorso, al PalaSampietro, la sensazione era quella di un territorio che converge sul palazzetto per sostenere la propria squadra, ed è felice se vince e triste se perde. Col Geas non ho mai avuto questa sensazione.
--> Quando Mazzoleni ipotizza di passare la mano a “qualcuno in grado di ottenere quei risultati e di generare quelle sinergie sul territorio che noi non siamo stati in grado di realizzare”, forse intende qualcuno che, più immanicato con politica e imprenditoria di Sesto (come qualche suo predecessore), riesca in qualche modo a cavar sangue dalle rape, cioè ottenere danari di riffa o di raffa e realizzare quel radicamento che la sua gestione ha inseguito invano. Forse il suo problema è di venire da fuori e di non essere intrallazzatore o non esserlo oltre un certo punto. O, forse, è solo quello di essere un professore e non un magnate. Perché, probabilmente, anche altrove c’è il vuoto intorno al basket femminile; però se il patron ha i danari di tasca sua, ne può gettare un po’ nel suo giocattolo preferito e fregarsene. Mazzoleni, a quanto pare, non può più.
--> Cosa si può rimproverare, di concreto, alla gestione Mazzoleni? Ha fatto 4 playoff in 4 anni; ha messo insieme ottime straniere con italiane di casa; ha mantenuto la promessa di creare il miglior settore giovanile d’Italia. C’è però una macchia: la rottura troppo brusca con Roberto Galli. Perché, posto che Galli ebbe, evidentemente, le sue colpe, se tu archivi di botto, in una brumosa serata di dicembre, colui che un anno e due mesi prima definivi il cardine assoluto e totale del progetto, un danno alla credibilità del progetto medesimo inevitabilmente lo dai. Anche se questo probabilmente c’entra poco o nulla nel rapporto tra Geas e territorio.
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