La "crisi del basket femminile" è un po' come lo scioglimento dei ghiacci polari o la deforestazione in Amazzonia: argomento ricorrente, buono per riempire ogni tanto qualche spazietto sui giornali e ottenere facile approvazione sposando la tesi più comune in materia (cioè la catastrofe).
Ieri è uscito un articolo su un quotidiano diffuso nel Nord Italia (non specifico quale, perché qualunque organo mediatico non avrebbe fatto diversamente), che partendo da una corretta constatazione della crisi di risultati dei club senior della provincia di riferimento, virava poi sui consueti ingredienti, snocciolati a mo' di piaghe d'Egitto da un personaggio intervistato, certo autorevole ma che a mio avviso s’è incartato nel pessimismo cosmico: "il livello è in calo", "mancano soldi ma anche capacità organizzative, i dirigenti sono soprattutto genitori delle giocatrici", "se Tizia a 38 anni ha fatto la differenza in C vuol dire che le giovani d'oggi non sono all'altezza".
Su quest'ultimo punto, un tormentone ricorrente anche nel maschile, mi permetto di controbattere che se una ha giocato pure in A1, e sa il fatto suo, è più che normale che sia protagonista in C, ovvero la penultima categoria, anche alle soglie dei 40 (e allora Jabbar che vinse l'mvp delle finali a 38, era la prova che l'Nba degli anni '80 era in calo? E Dino Meneghin?).
Per il resto mi pare che se si deve fare il confronto col mitico "una volta" (in cui tutto era più lieto e i pomodori più saporiti), le uniche certezze sono i danari sfumati e il calo delle tesserate. Non è poco, ma almeno non ci abbandoniamo al disfattismo totale e non ripetiamo in continuazione che casa nostra fa schifo, sembrando un po' dei pirla, visto che ci abitiamo.
Obiezione: "ma noi mettiamo il dito nelle piaghe perché vogliamo dare la sferza, fare il bene del movimento". Può darsi. Ma io credo che ci sia anche del patologico, e cioè che sin dalla notte dei tempi non si riesce a fare un'analisi sul basket femminile senza associarlo a crisi, depressione, calo, morte imminente. Non so, forse è l'effetto del frequentare per troppo tempo ambienti di donne.
Una prova di ciò che vo dicendo? Prendiamo un Superbasket di dicembre 1985. Situazione dell'epoca: tesserate il doppio (o il triplo?) di adesso; club italiani dominanti in Europa; il campionato migliore del mondo (non c'erano leghe "pro" in Usa) con molte delle americane più forti (come se oggi avessimo Taurasi, Parker, Moore, Delle Donne, eccetera) e un pubblico certo non oceanico ma consistente; e il volley che ci faceva a malapena il solletico. Uno s'immagina: chissà quale entusiasmo, quanto orgoglio, che trionfalismi. Ma quando mai, guardare qui sotto per credere: “Passo del gambero”, “rischio di andare a fondo”, si dà dei poveri sciocchi a chi non ammette che la catastrofe è alle porte... Oggigiorno ci si lamenta che non ci sono più le “stars di una volta, che segnavano 50 e anche 80 punti in una partita”; ma quando c’erano, ci si lagnava che li facevano in partite-farsa. Ma andare a cagare, i piagnucoloni di ieri e di oggi, mai?
Ieri è uscito un articolo su un quotidiano diffuso nel Nord Italia (non specifico quale, perché qualunque organo mediatico non avrebbe fatto diversamente), che partendo da una corretta constatazione della crisi di risultati dei club senior della provincia di riferimento, virava poi sui consueti ingredienti, snocciolati a mo' di piaghe d'Egitto da un personaggio intervistato, certo autorevole ma che a mio avviso s’è incartato nel pessimismo cosmico: "il livello è in calo", "mancano soldi ma anche capacità organizzative, i dirigenti sono soprattutto genitori delle giocatrici", "se Tizia a 38 anni ha fatto la differenza in C vuol dire che le giovani d'oggi non sono all'altezza".
Su quest'ultimo punto, un tormentone ricorrente anche nel maschile, mi permetto di controbattere che se una ha giocato pure in A1, e sa il fatto suo, è più che normale che sia protagonista in C, ovvero la penultima categoria, anche alle soglie dei 40 (e allora Jabbar che vinse l'mvp delle finali a 38, era la prova che l'Nba degli anni '80 era in calo? E Dino Meneghin?).
Per il resto mi pare che se si deve fare il confronto col mitico "una volta" (in cui tutto era più lieto e i pomodori più saporiti), le uniche certezze sono i danari sfumati e il calo delle tesserate. Non è poco, ma almeno non ci abbandoniamo al disfattismo totale e non ripetiamo in continuazione che casa nostra fa schifo, sembrando un po' dei pirla, visto che ci abitiamo.
Obiezione: "ma noi mettiamo il dito nelle piaghe perché vogliamo dare la sferza, fare il bene del movimento". Può darsi. Ma io credo che ci sia anche del patologico, e cioè che sin dalla notte dei tempi non si riesce a fare un'analisi sul basket femminile senza associarlo a crisi, depressione, calo, morte imminente. Non so, forse è l'effetto del frequentare per troppo tempo ambienti di donne.
Una prova di ciò che vo dicendo? Prendiamo un Superbasket di dicembre 1985. Situazione dell'epoca: tesserate il doppio (o il triplo?) di adesso; club italiani dominanti in Europa; il campionato migliore del mondo (non c'erano leghe "pro" in Usa) con molte delle americane più forti (come se oggi avessimo Taurasi, Parker, Moore, Delle Donne, eccetera) e un pubblico certo non oceanico ma consistente; e il volley che ci faceva a malapena il solletico. Uno s'immagina: chissà quale entusiasmo, quanto orgoglio, che trionfalismi. Ma quando mai, guardare qui sotto per credere: “Passo del gambero”, “rischio di andare a fondo”, si dà dei poveri sciocchi a chi non ammette che la catastrofe è alle porte... Oggigiorno ci si lamenta che non ci sono più le “stars di una volta, che segnavano 50 e anche 80 punti in una partita”; ma quando c’erano, ci si lagnava che li facevano in partite-farsa. Ma andare a cagare, i piagnucoloni di ieri e di oggi, mai?


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