venerdì 29 novembre 2013

Taccuino illustrato (59)

Martedì 26 è uscito sulla Gazzetta (edizione Milano/Lombardia) un notevole paginone celebrativo del primato del Geas a fine andata. Forse un po’ enfatico rispetto al traguardo in sé (in fondo si tratta di 6 partite vinte), però importante per i contenuti annessi. In poche parole sarebbe stata una storia meritevole a prescindere da questo primatuccio d’autunno.
Articolo di Bibi Velluzzi, che quando scrive sa sempre metterci del pepe. -_- Nella fattispecie, è la frecciatina "in un ambiente meno sordo e cieco sarebbe un ottimo presidente di Lega", intendendo Mario Mazzoleni, patron del Geas, al quale attribuisce il virgolettato “se capissimo che dobbiamo essere coerenti e stare al livello che ci consente il prodotto, in un paio d'anni il basket femminile tornerebbe a splendere”.
Detto così, mi lascia qualche perplessità sia la bacchettata ai rei della mancata elezione di Mazzoleni, sia la convinzione di sanar le piaghe in 2 anni solo abbassandosi al “livello che consente il prodotto”. Tuttavia la mia intenzione di riaprire discussioni già ampiamente rimasticate su questi schermi è pari a zero, e dunque mi limito ad auspicare che prima o poi si possa vedere all'opera Mazzoleni in quel ruolo: così se Velluzzi ci vede giusto, saremo a cavallo.

Una domanda è importante è se il modello Geas sia riproducibile: sì, forse lo è in qualche realtà, ma può succedere solo in aree ad alta concentrazione abitativa, all'interno della quale una singola società riesca a raccogliere i maggiori talenti di 3-4 annate senza doverle ospitare e nutrire in foresteria (se no, altro che 60-70 mila euro di budget come si dice del Geas nell'articolo). Venezia nel suo territorio l'ha fatto in modo simile, forse meno radicale in A2 (aveva 3 elementi esterni di peso) e ne ha colto i frutti. Ma in Lombardia, ad esempio, chi altro potrebbe farlo, se le migliori sono quasi tutte al Geas? Quel che si potrebbe ottenere è un'A3 valida, un'A2 di medio-basso cabotaggio, ma non una squadra da salire in A1. Perché purtroppo, se non c'è il talento, è come sperare che cresca un baobab dal seme di una pianticella: anche il miglior giardiniere non ci riesce.
Ieri, tuttavia, leggendo su un quotidiano locale l'intervista a uno dei responsabili del vivaio di Vedano Olona, Mattia Botti (tra i primi plasmatori di Gambarini), ho trovato significativo che lui dica: "Se il Geas ha fatto così in A2, perché qui a Varese non possiamo fare l'A3 allo stesso modo, cioè con talenti di produzione propria (o semipropria)?". E questo è importante: se l'esempio del Geas stimola qualcuno a seguirlo, seppure in tono minore, l'effetto benefico è sicuro.

Altro spunto d'interesse. L'articolo della Gazzetta è corredato da una foto di squadra con le tipe Geas in versione ammiccante col dito puntato e una con le medesime tipe in versione "glamour" a un evento serale. Confrontando queste foto con quest'altra sotto, che ritrae il Geas 1982/83, è fragoroso quanto siano cambiate le giovani donne nell'arco di 30 anni (con l'eccezione forse di Mabel Bocchi che, sia in campo che fuori, era decenni avanti sulla sua epoca): quelle di allora erano seriose, ingrugnite, con l'aria di chi si mette in posa solo sotto tortura; aspetto estetico curato il minimo indispensabile.
Quelle di oggi sono posatrici esperte, avvezze a essere pubblicate, o auto-pubblicarsi, in centinaia di scatti su Internet fin da quando han 14 anni. Sanno esattamente come vengono in base all'espressione che decidono di assumere. E onestamente paiono tutte fotogeniche. Parlo di queste nuove generazioni nate insieme a Facebook, cioè dai 17 ai 20 anni, appunto l'età delle geassine attuali. Già quelle che ora sono sui 28-30 non sono così evolute, così “professioniste” della propria immagine pur senza sembrare artificiose ma in modo del tutto naturale. Per la serie: quando il basket aiuta a capire i cambiamenti del costume.

PS: la n° 15 nella foto dell'83 è Cinzia Zanotti. Quanti anni aveva? 18. Quanti punti segnava a partita, in A1? Oltre 20. Zandalasini, prendi nota... :yes:


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