Martedì 26 è uscito sulla Gazzetta (edizione Milano/Lombardia) un notevole paginone celebrativo del primato del Geas a fine andata. Forse un po’ enfatico rispetto al traguardo in sé (in fondo si tratta di 6 partite vinte), però importante per i contenuti annessi. In poche parole sarebbe stata una storia meritevole a prescindere da questo primatuccio d’autunno.
Articolo di Bibi Velluzzi, che quando scrive sa sempre metterci del pepe.
Nella fattispecie, è la frecciatina "in un ambiente meno sordo e cieco sarebbe un ottimo presidente di Lega", intendendo Mario Mazzoleni, patron del Geas, al quale attribuisce il virgolettato “se capissimo che dobbiamo essere coerenti e stare al livello che ci consente il prodotto, in un paio d'anni il basket femminile tornerebbe a splendere”.
Detto così, mi lascia qualche perplessità sia la bacchettata ai rei della mancata elezione di Mazzoleni, sia la convinzione di sanar le piaghe in 2 anni solo abbassandosi al “livello che consente il prodotto”. Tuttavia la mia intenzione di riaprire discussioni già ampiamente rimasticate su questi schermi è pari a zero, e dunque mi limito ad auspicare che prima o poi si possa vedere all'opera Mazzoleni in quel ruolo: così se Velluzzi ci vede giusto, saremo a cavallo.
Una domanda è importante è se il modello Geas sia riproducibile: sì, forse lo è in qualche realtà, ma può succedere solo in aree ad alta concentrazione abitativa, all'interno della quale una singola società riesca a raccogliere i maggiori talenti di 3-4 annate senza doverle ospitare e nutrire in foresteria (se no, altro che 60-70 mila euro di budget come si dice del Geas nell'articolo). Venezia nel suo territorio l'ha fatto in modo simile, forse meno radicale in A2 (aveva 3 elementi esterni di peso) e ne ha colto i frutti. Ma in Lombardia, ad esempio, chi altro potrebbe farlo, se le migliori sono quasi tutte al Geas? Quel che si potrebbe ottenere è un'A3 valida, un'A2 di medio-basso cabotaggio, ma non una squadra da salire in A1. Perché purtroppo, se non c'è il talento, è come sperare che cresca un baobab dal seme di una pianticella: anche il miglior giardiniere non ci riesce.
Ieri, tuttavia, leggendo su un quotidiano locale l'intervista a uno dei responsabili del vivaio di Vedano Olona, Mattia Botti (tra i primi plasmatori di Gambarini), ho trovato significativo che lui dica: "Se il Geas ha fatto così in A2, perché qui a Varese non possiamo fare l'A3 allo stesso modo, cioè con talenti di produzione propria (o semipropria)?". E questo è importante: se l'esempio del Geas stimola qualcuno a seguirlo, seppure in tono minore, l'effetto benefico è sicuro.
Altro spunto d'interesse. L'articolo della Gazzetta è corredato da una foto di squadra con le tipe Geas in versione ammiccante col dito puntato e una con le medesime tipe in versione "glamour" a un evento serale. Confrontando queste foto con quest'altra sotto, che ritrae il Geas 1982/83, è fragoroso quanto siano cambiate le giovani donne nell'arco di 30 anni (con l'eccezione forse di Mabel Bocchi che, sia in campo che fuori, era decenni avanti sulla sua epoca): quelle di allora erano seriose, ingrugnite, con l'aria di chi si mette in posa solo sotto tortura; aspetto estetico curato il minimo indispensabile.
Quelle di oggi sono posatrici esperte, avvezze a essere pubblicate, o auto-pubblicarsi, in centinaia di scatti su Internet fin da quando han 14 anni. Sanno esattamente come vengono in base all'espressione che decidono di assumere. E onestamente paiono tutte fotogeniche. Parlo di queste nuove generazioni nate insieme a Facebook, cioè dai 17 ai 20 anni, appunto l'età delle geassine attuali. Già quelle che ora sono sui 28-30 non sono così evolute, così “professioniste” della propria immagine pur senza sembrare artificiose ma in modo del tutto naturale. Per la serie: quando il basket aiuta a capire i cambiamenti del costume.
PS: la n° 15 nella foto dell'83 è Cinzia Zanotti. Quanti anni aveva? 18. Quanti punti segnava a partita, in A1? Oltre 20. Zandalasini, prendi nota...
Articolo di Bibi Velluzzi, che quando scrive sa sempre metterci del pepe.
Detto così, mi lascia qualche perplessità sia la bacchettata ai rei della mancata elezione di Mazzoleni, sia la convinzione di sanar le piaghe in 2 anni solo abbassandosi al “livello che consente il prodotto”. Tuttavia la mia intenzione di riaprire discussioni già ampiamente rimasticate su questi schermi è pari a zero, e dunque mi limito ad auspicare che prima o poi si possa vedere all'opera Mazzoleni in quel ruolo: così se Velluzzi ci vede giusto, saremo a cavallo.
Una domanda è importante è se il modello Geas sia riproducibile: sì, forse lo è in qualche realtà, ma può succedere solo in aree ad alta concentrazione abitativa, all'interno della quale una singola società riesca a raccogliere i maggiori talenti di 3-4 annate senza doverle ospitare e nutrire in foresteria (se no, altro che 60-70 mila euro di budget come si dice del Geas nell'articolo). Venezia nel suo territorio l'ha fatto in modo simile, forse meno radicale in A2 (aveva 3 elementi esterni di peso) e ne ha colto i frutti. Ma in Lombardia, ad esempio, chi altro potrebbe farlo, se le migliori sono quasi tutte al Geas? Quel che si potrebbe ottenere è un'A3 valida, un'A2 di medio-basso cabotaggio, ma non una squadra da salire in A1. Perché purtroppo, se non c'è il talento, è come sperare che cresca un baobab dal seme di una pianticella: anche il miglior giardiniere non ci riesce.
Ieri, tuttavia, leggendo su un quotidiano locale l'intervista a uno dei responsabili del vivaio di Vedano Olona, Mattia Botti (tra i primi plasmatori di Gambarini), ho trovato significativo che lui dica: "Se il Geas ha fatto così in A2, perché qui a Varese non possiamo fare l'A3 allo stesso modo, cioè con talenti di produzione propria (o semipropria)?". E questo è importante: se l'esempio del Geas stimola qualcuno a seguirlo, seppure in tono minore, l'effetto benefico è sicuro.
Altro spunto d'interesse. L'articolo della Gazzetta è corredato da una foto di squadra con le tipe Geas in versione ammiccante col dito puntato e una con le medesime tipe in versione "glamour" a un evento serale. Confrontando queste foto con quest'altra sotto, che ritrae il Geas 1982/83, è fragoroso quanto siano cambiate le giovani donne nell'arco di 30 anni (con l'eccezione forse di Mabel Bocchi che, sia in campo che fuori, era decenni avanti sulla sua epoca): quelle di allora erano seriose, ingrugnite, con l'aria di chi si mette in posa solo sotto tortura; aspetto estetico curato il minimo indispensabile.
Quelle di oggi sono posatrici esperte, avvezze a essere pubblicate, o auto-pubblicarsi, in centinaia di scatti su Internet fin da quando han 14 anni. Sanno esattamente come vengono in base all'espressione che decidono di assumere. E onestamente paiono tutte fotogeniche. Parlo di queste nuove generazioni nate insieme a Facebook, cioè dai 17 ai 20 anni, appunto l'età delle geassine attuali. Già quelle che ora sono sui 28-30 non sono così evolute, così “professioniste” della propria immagine pur senza sembrare artificiose ma in modo del tutto naturale. Per la serie: quando il basket aiuta a capire i cambiamenti del costume.
PS: la n° 15 nella foto dell'83 è Cinzia Zanotti. Quanti anni aveva? 18. Quanti punti segnava a partita, in A1? Oltre 20. Zandalasini, prendi nota...

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