sabato 7 marzo 2009

About a girl (30)

 Brooke, sei... Beautiful


Nel pessimo momento della Comense non è certamente coinvolta Brooke Smith, l'americana classe '84 omonima della cattiva di Beautiful, il serial-tormentone che non sappiamo se impazzi ancora su Retequattro. :sick: Non altissima (1,90), ma vera giocatrice d'area, in tempi in cui i pivot spesso si ostinano a tirare da fuori pur di non andare a far sportellate là sotto (ma più nel maschile che nel femminile, a dire il vero), è dotata di ottima tecnica in post basso, ma anche di agilità notevole nelle partenze in palleggio dall'altezza della lunetta. Tutto ciò si traduce in cifre di assoluta concretezza: in stagione ha medie di 16,2 punti (seconda in A1 dietro Tillis), 8,3 rimbalzi (quinta), 57% da 2 (settima), 71% ai liberi, 1 stoppata e 20,6 di valutazione che è un dato super. Nella disfatta di domenica scorsa a Taranto, l'egregia ha prodotto 22 punti in 29' con 10/14 dal campo, 13 rimbalzi e 32 di valutazione su un totale di 45 della squadra. Come a dire che sta un po' predicando nel deserto, ultimamente. :cry:
Contro Livorno, mercoledì, ha avuto una prestazione "normale", con 15 punti e 12 rimbalzi (6/13 al tiro), per 21 di valutazione, e infatti non è bastato. Nella situazione attuale deve sfoderare prove-monstre. E' comunque una giocatrice di affidabilità straordinaria: è andata in doppia cifra di punti in 19 partite su 21, e così pure nella valutazione. :B):
Fuori dal campo, la Brookkesmitthe, notiamo, è una delle predilette da quei fan del femminile, generalmente di bassa statura, che amano farsi fotografare insieme a giuocatrici nei pre- o post-partita. <_<


Maiorano decisiva, Frantini defraudata (?)

Masha Maiorano risolutiva nell'infrasettimanale con Pozzuoli. Pensare che la compagggine solforosa conduceva di 14 all'inizio dell'ultimo quarto. Allora la trifolaretine dell'82, dopo aver attuato l'astuta tattica di fingersi inoffensiva per 30', si scatena e segna 8 dei suoi 10 punti nel finale, propiziando il colpaccio di 1 di Umbertide. :yes: Si era già visto qualcosa di simile col Geas, anche se a metà dell'ultimo quarto e non negli ultimi minuti. A questo punto ci piacerebbe chiederle: sei ancora convinta che preferisci far la gregaria in una squadra di vertice anziché una importante in un club medio-basso? Yak yak.

Secondo fonti non verificate, Michela Frantini a Viterbo avrebbe segnato 7 punti e non solo 2. In effetti in 26 minuti sono un po' pochini 2 punti, tenendo conto dell'avversario. Ma possibile che i refertisti sbaglino addirittura di 5? Mah. :unsure:

Segnano e spazzolano i tabelloni

Tre protagoniste a caso, cioè non del tutto a caso nel senso che han giocato bene, ma scelte a caso tra quelle che hanno giocato bene: Giacomelli di Udine: 19 punti con 10/10 ai liberi, 13 rimbalzi, 4 recuperi, 32 di valutazione su 64 della squadra. Battutone: Giacomelli, sei una... Mita! :ride: :ride: ; Brunetti del Cus Cagliari: 21 punti con 9/16 al tiro, 16 rimbalzi di cui 8 offensivi, 35 di valutazione. Corsi di Firenze: 17 punti con 7/13, 19 rimbalzi di cui 8 offensivi, 30 di valutazione.

Fate l'amore, non la guerra, ma non ci ripetiamo

Rios e Zanon: ne abbiamo già parlato nel Bollettino. Secondo il "Giorno", la società non ha ancora preso provvedimenti. Noi ripetiamo l'invito alla pace e alla concordia, anche perché domenica vogliamo vedere entrambe in campo contro Censo, Fumagalli e compagnia. Una delle partite dell'anno, per noi Comitato.

Boza, tra mariti vari, figli e lavoro coi disabili


In questo paese leghista e xenofobo, ci pregiamo segnalare due extracomunitarie che oltre a giocar bene a basket (sia pure a livelli diversi) sono anche impegnate nel sociale. Il nostro informatore da Cremona ci ha mandato un ritaglio di giornale con un'intervista a Jura Boza (che quando giocava a Urago si chiamava Miranda, com'è possibile? :unsure: ), cubana dell'Assi Cremona di serie C che "stranamente", :rolleyes: con lei e l'americana Martin, è primo in classifica.

Mamma per vocazione, assistente a ragazzi disabili per mestiere, pivot per passione. Tra i figli, il lavoro presso un centro di assistenza a ragazzi disabili e il parquet di un campo da basket Jura Boza, il centro cubano dell’Assi Autoingros Cremona ha una vita intensa: “Lavoro alla cooperativa La Mongolfiera a Villaggio Sereno, in provincia di Brescia, con i ragazzi disabili dal mattino fino alle due del pomeriggio. Poi torno a casa, sistemo i miei due figli, porto il più grande a giocare a basket e poi corro a Cremona per gli allenamenti”. Non c’è tempo per la noia. “No – ride Jura, che parla un italiano perfetto – però mi sento bene così. Mi piace vivere così”.
Un vivere sportivo a cui la cestista cubana è abituata, sin dai tempi de L’Avana. “Avevo sette anni quando a scuola venne un talent scout nella mia scuola. Ci fece alzare in piedi e… beh, io ero una delle più alte. Mi chiesero se avessi voluto provare a giocare a pallacanestro. Così ho iniziato”. Con ottimi risultati, tanto che in età giovanile ha percorso tutta la trafila delle selezioni nazionali, fino alla chiamata nella nazionale maggiore.
“Era forse il momento migliore della mia carriera. Avevo 19 anni. Ma ho dovuto lasciare i campi da basket perché è arrivato il mio primo figlio”. Ne parla con serenità, Jura, non la considera un’occasione persa, nemmeno l’ombra di un rammarico: era un figlio, ben più che un canestro da tre! Ma quelli sono anni di grandi
cambiamenti per Jura. Nel 199 si sposa e con il nuovo marito si stabilisce in Italia. Ha 22 anni e il basket non è certo in cima ai suoi pensieri: “venendo in Italia – racconta – pensavo a prospettive di una vita diversa, a possibilità che a Cuba non ci sono. Là il regime è troppo chiuso, non hai scelta. Qui ho imparato che nella propria vita si può scegliere”.
Non sente la nostalgia dell’isola caraibica, ma appena stabilita nel bresciano Jura trova qualcosa che la aiuta a sentirsi a casa: “Noi cubani – spiega – il ballo ce l’abbiamo nel sangue. Quando sono arrivata non giocavo a basket e ho conosciuto un gruppo di mie connazionali che mi hanno invitato a entrare nel loro corpo
di ballo”. Salsa, merengue… “Ci esibivamo la sera in feste e locali, facevamo animazione. Mi divertivo molto e poi mettevo da parte qualche soldo. Certo, era anche faticoso, perché per ballare senza sosta 4 o 5 ore richiede una bella resistenza! Per questo adesso non vado più, rimango più a casa con i miei figli, visto che il secondo ha solo 10 mesi. Però se capita una serata…”
Ma – c’è da scommettere – qualcosa mancava nella vita di Jura. L’altra grande passione: “Il mio primo marito faceva il giudice alle gare d’atletica ed è entrato in contatto con i dirigenti dell’Urago Mella, oggi Rezzato. Così sono tornata sul parquet”. E come ti sei trovata? “bene, anche se è molto diversa l’impostazione rispetto a Cuba. Da noi sono più rigidi: già a 14 o 15 anni sottopongono i ragazzi ad allenamento molto intensi. Qui, nonostante il grande impegno, si riesce a giocare anche per divertimento”. E dunque rieccoti in campo, ma poco dopo… “Una carriera gestita dai miei figli – ride Jura -. Poi è nato il mio secondo figlio. Ma aveva solo 4 mesi quando il rezzato mi ha chiesto di ricominciare e mi ha proposto di venire qui a Cremona, in C”.
Dove ti sei ritrovata a giocare con una squadra di ragazze giovanissime trascinate dalla strana coppia Jura- Joelle: Cuba-Stati Uniti. “Sono entrata in un gruppo con tanta voglia di fare. Io cerco di portare un po’ di esperienza e con Joelle mi trovo davvero bene. Quello che la politica non riesce a conciliare nello sport coesiste tranquillamente”. In campo e fuori dal campo: “E’ vero, noi due abbiamo tantissimo in comune. In fin dei conti proveniamo da due Paesi distanti tra loro solo 90 miglia. E nel modo di giocare cubani e statunitensi hanno qualcosa di simile. Nel senso – sorride – che noi cerchiamo di copiarli! Però quando giochiamo insieme, io e Joelle ci capiamo: abbiamo gli stessi interessi: vogliamo vincere con la nostra squadra”.
L’obiettivo sottocanestro è a un passo. E nel tuo futuro cosa vedi? “Vorrei fare l’insegnante di basket a ragazzi disabili. Infatti sono molto interessata al baskin. Me ne hanno parlato e quando smetterò di giocare vorrei portarlo anche nella provincia di Brescia. Così riuscirei a conciliare le due cose che riempiono la mia vita”.
Questione di passione


Machanguana, una Ticha per amica

E poi Clarisse Machanguana, noblesse oblige, intervistata dal sito del Geas:

Clarisse, raccontaci come hai iniziato a giocare a basket?
“Quando vivevo in Mozambico le mie cugine giocavano a pallacanestro: a 6 anni mi hanno invitata al campo, ho provato e mi è subito piaciuto. A 14
anni sono entrata nella squadra Nazionale del Mozambico, il mio allenatore era portoghese e un giorno mi disse che in una squadra del suo Paese cercavano una giocatrice alla quale avrebbero pagato gli studi: non mi sono lasciata sfuggire l’occasione e sono partita”

In quella scuola è iniziata la tua avventura, con una compagna speciale
“Casualmente in quella stessa squadra c’era una certa Ticha Penicheiro: abbiamo giocato due anni insieme, all’inizio del secondo alcuni osservatori dell’Università di Old Dominion negli Stati Uniti sono venuti a vedere lei: ovviamente l’hanno scelta, ma hanno ingaggiato anche me. La nostra carriera è iniziata di pari passo, è una bella cosa essersi ritrovate ora al Geas, quasi alla fine della nostra avventura”

Dopo il college, la Wnba: che ricordi hai di quegli anni?
“Il primo anno è stato molto difficile: non ero una professionista ma mi allenavo e giocavo come se lo fossi. Tre partite alla settimana, 5 allenamenti di 3 ore l’uno più un’altra ora di pesi. Negli Stati Uniti vedono le giovani giocatrici come investimenti sul futuro, non lasciano nulla al caso. Anche l’integrazione non è stata facile, avevo studiato l’inglese a scuola ma quando poi ci si trova in un paese con una lingua diversa è tutto più difficile. Per fortuna mi aiutava Ticha che sapeva l’inglese un po’ meglio di me. Dopo un po’ ci ho preso gusto, i vecchi incubi si sono trasformati in un sogno”

Parlando delle tue origini, l’Africa è un continente che sta crescendo, anche nel basket: cosa ne pensi?
“Senza dubbio lo sport ha aiutato tanta gente nel mio Paese: io sono stata la prima giocatrice ad andare in America, altre atlete, come ad esempio Maria Mutola, nell’atletica hanno contribuito a far conoscere la nostra terra. Poi lavorando coi contatti giusti il movimento si è allargato. Mio fratello e mia sorella hanno giocato al College, in Mozambico sono stati organizzati tanti Camp di Università americane e non solo, a molti ragazzi è stata data l’opportunità di studiare. Per me è stato un sogno, un’opportunità di crescita anche intellettuale: nel mio paese c’era una sola Università per 18 milioni di abitanti, era difficile entrarci”

Nel tuo percorso quali sono le persone che ti hanno più aiutata?
“Ticha è stata una presenza costante in tutta la mia vita: l’ho conosciuta a 18 anni e fino ad ora non ci siamo mai perse. So che in ogni momento posso chiamarla e ricevere aiuto e conforto, è come una sorella per me. Ci sono poi tante amicizie che mi hanno fatto crescere. Sono nata in Africa, in un Paese povero: il mio sogno era studiare per poi avere tanti soldi; finita l’università sono andata a giocare in una lega che ora è fallita, l’ABL, dove guadagnavo tanto ma non ero felice. Lì ho incontrato una giocatrice, poi diventata mia amica, che mi ha sostenuto consigliandomi dei libri che parlavano dell’anima, dell’importanza di Dio e della valorizzazione di se stessi. Mi ha cambiato la vita, ho capito che se il lavoro va male questo non deve condizionare il privato. In Italia, a La Spezia, il primo allenatore è stato Mirko Diamanti: è nata una grande amicizia, fatta di alti e bassi come tutte ma è davvero una grande persona”

Adesso giochi nel Geas: come ti trovi?
“Molto bene, qui c’è tutto quello che vorrei da una squadra: voglia di vincere, di far bene ma soprattutto di crescere. C’è quell’attenzione per la persona, oltre che per la giocatrice, che rende questo ambiente davvero simile a una famiglia. Dentro ai corpi che corrono ci sono tante personalità diverse che hanno bisogno di un’atmosfera positiva, che qui a Sesto ho ritrovato. Le sconfitte non ci hanno scalfite, noi non siamo il nostro lavoro: certo, dopo una partita persa anche io ripenso a cosa non è andato, ma poi ricomincio da capo e vivo serenamente”

In spogliatoio tutte, soprattutto le giovani, ti guardano come si fa con un modello; tu a loro fai un po’ da chioccia: è un ruolo che ti si addice?
“Molto: certamente sono la più grande, forse la più esperta, ma fare un po’ la mamma è nel mio carattere. Ho sempre un occhio di riguardo per le più giovani, mi piace aiutarle se hanno problemi, capire il loro carattere. In generale voglio bene a tutti, sto bene quando tutti intorno a me sono felici. È nel mio carattere comportarmi un po’ da chioccia, non credo che riuscirei a fare altro”

Fuori dal campo di basket quali sono i tuoi passatempi preferiti?
“Amo cucinare, appena ho tempo mi chiudo in cucina e preparo ogni tipo di piatti ma quelli italiani mi piacciono tantissimo. Quando ero incinta non
riuscivo a star ferma, mi annoiavo, quindi ho deciso di cogliere la palla al balzo: ero in Brasile, ho chiesto al cuoco dell’ambasciata americana di venire a casa mia a darmi “ripetizioni” di cucina italiana. Oltre a questo mi piace tantissimo leggere, in trasferta mi porto sempre un buon libro”

Hai già deciso cosa farai dopo la fine della tua carriera?
“Ci sto ancora lavorando! Mi piacciono molto i bambini, mio figlio Luca è una gioia. Mi piacerebbe avere altri figli ma non voglio offrir loro una vita
senza mamma: non credo che potrei fare la manager, o comunque lavorare ancora per una squadra. Mi piacerebbe invece lavorare nel mondo accademico, in Mozambico, in Usa o anche in Italia, per confrontarmi coi giovani e approfondire quegli aspetti della personalità che mi interessano molto: sto pensando anche di ricominciare gli studi, magari facendo psicologia. Quello di cui sono sicura è che, dopo 17 anni di viaggi e trasferte, vorrei una vita normale”

Nessun commento:

Posta un commento