- E' da una trentina d'ore che cerco di cucire un discorso coerente post-vittoria contro la Turchia, ma l'impresa è ardua (quasi più che battere il Belgio in semifinale), complice il torneo di Binzago che con malaugurato tempismo mi crea una perniciosa sovrapposizione di eventi internazionali da seguire.
Non che l'umanità senta il bisogno di una mia analisi, dialisi o diuresi, ma dopo aver passato 20 anni a raccontare rovesci, disgrazie, beffe, fallimenti e occasioni alle ortiche della nostra Nazionale maggiore, sarebbe il colmo non dire nulla sulla massima gioia da trent'anni a questa parte. Quindi affastello qualche pensiero.- La sceneggiatura della partita è stata incredibile. Sembrava l'ennesima riedizione di un film horror già visto e rivisto dal basket azzurro nell'ultimo ventennio, forse più ancora dagli uomini che dalle donne: sull'orlo dell'impresa, commettere follie e pagarle al prezzo della ghigliottina. Vedi l'Europeo maschile 2022 contro la Francia, proprio nei quarti di finale. Il turno che rappresentava, fino a ieri, un tabù micidiale per le nostre Nazionali maggiori. Che sia stata quella femminile a spezzarlo, riportando l'Italia fra le prime 4 d'Europa dopo 22 anni (parlo sempre di uomini e donne compresi; ovviamente per noi gli anni erano 30), è una soddisfazione clamorosa.
- Il quarto di finale è classicamente il turno-spartiacque tra l'anonimato e il successo. Tant'è che ora siamo a meravigliarci degli echi social e mediatici, enormi rispetto alle nostre miserande abitudini; echi probabilmente effimeri, chi lo nega? Ma tuttavia inattesi e tali da procurarci uno stato d'ebbrezza e stordimento, come quello che coglie chi improvvisamente veda la luce dopo anni di reclusione in un tunnel buio pesto.
Prime pagine e articoloni sui giornali sportivi (e non), diretta su Rai2, Facebook & c. inondati di post e commenti anche di chi se n'è sempre fottuto del femminile: viene quasi il sospetto che non ci fosse nessun pregiudizio negativo nei confronti del basket-donne in Italia, e neppure fosse questione d’incapacità nostra nel farci propaganda: semplicemente non avevamo risultati concreti da proporre all’attenzione generale. Adesso, almeno stavolta, sì. Anche per questo non mi sembra il caso di reclamare rivincite di corto respiro su "chi sale sul carro soltanto adesso" o su altri sports italici che collezionano medaglie mondiali e olimpiche.
- La sorte e il merito. Ci sono momenti, nello sport, in cui tutto resta in bilico prima che il destino separi il vincente dal perdente. Momenti in cui chi ha sempre fallito può riscrivere la sua storia: e a volte è solo questione di una palla che dopo essere rimasta in sospeso rimbalza dalla parte giusta, come in quel famoso film di Woody Allen sul tennis. Questa è la sorte.
Ma devi avere anche il merito. Di essere lì a crearti un'altra occasione dopo averne gettate cento. Buttare via la vittoria in quel modo nei regolamentari, come ha fatto l'Italia, avrebbe ucciso qualunque nostra versione del passato recente. Limitandoci agli ultimi 40 secondi: Verona che si fa scippare in pressing. Keys che lancia alle ortiche la rimessa in zona d'attacco a -5". La difesa che non riesce a fermare Uzun in un arresto e tiro ben fatto ma tutto sommato scolastico, che s'insacca puntuale sulla sirena. E quel canestro annullato a Keys per fasulla infrazione di 24", con l'instant replay guasto, seppure fosse solo il terzo quarto riecheggiava sinistramente l'antisportivo di 8 anni fa con la Lettonia.
Ci siamo ribellati alla sceneggiatura horror di cui sopra. La donna della provvidenza è stata Lorela Cubaj con quei tre clamorosi 1 contro 1 di fila contro la legnosa ma tignosa Senyurek.
E siamo così arrivati al passo e tiro finale di Cecilia Zandalasini, su punteggio pari a 15 secondi dalla fine del supplementare, dopo un'azione che stava rischiando di finire nel nulla; invece la nostra si crea spazio, il suo tiro s'arrampica sul ferro, dove sbatte due volte, dando una prima impressione di finire fuori, condannandoci, se andava bene, a un secondo overtime; se andava male, a subire una nuova purga, stavolta fatale, sulla sirena.
E invece è entrato, quel tiro, riportandoci in vantaggio. Poi la difesa, ben fatta, sull'assalto estremo delle mezzelune, negando corridoi verso l'area, costringendo a una riapertura per la tripla di Fitik, complicata ma - se la sfiga continuasse a vederci benissimo - destinata a entrare confezionando per noi la beffa suprema.
Ma è andata sul ferro. La regia televisiva poi, preda di qualche fumo, quando manca ancora un secondo, ha inquadrato il pubblico anziché la lotta a rimbalzo, ma s'è intuito che ce l'avevamo fatta, ed è scattato il delirio.
- Purgatorio più degno, per riscattare le nostre colpe passate, non si poteva concepire; 45 minuti in cui ne abbiamo combinate di cotte e di crude, ma sempre col grande pregio (mostrato sin dalla prima partita) di non fossilizzarci sui momenti di negatività, anziché farci travolgere dallo psicodramma come in passato. Da ogni blackout usciamo con un rilancio. Come a inizio ripresa quando siamo finiti sotto di 9 ma siamo rimbalzati alla grande, sorpassando nel giro di pochi minuti.
C'è da sottolineare, però, che la forza mentale è legata alla forza tecnica che questo gruppo ha dimostrato. Cioè, siamo stati solidi nei momenti difficili perché (o anche perché) non eravamo inferiori alle quattro avversarie affrontate finora. Dice: ma prima perdevamo anche col Montenegro, appena la posta saliva. Verissimo, ma il passo avanti mentale che abbiamo compiuto consiste proprio nel fatto che ora, se valiamo X, rendiamo X, non “X meno" una zavorra fatta di elementi extra-tecnici che ci fottevano.
Dimostrazione plastica ne è questo "4 su 4" in partite che potevamo vincere tanto quanto perdere, e che in passato, almeno una, probabilmente due, avremmo perso.
- Abbiamo un poker di play che, sommando i pregi delle singole e potendosi intercambiare a seconda dei momenti, è stato in grado di non farci risentire dell’assenza di M. Villa. Non mi aspettavo di arrivare in semifinale (come credo tutti) ma ero fiducioso sul fatto che l'infortunio del nostro asso giovane fosse sì doloroso (perché meritava di esserci e perché era il personaggio in rampa di lancio) ma non fatale per i nostri esiti sul campo. Abbiamo poi un reparto lunghe che da storico tallone d’Achille s’è trasformato addirittura in un punto di forza: ieri il lavoro combinato di Keys, André e Cubaj è stato decisivo in attacco come in difesa. In altri tempi una McCowan ci avrebbe fatto a pezzi, ma anche una Senyurek che non è un fulmine di guerra; stavolta le abbiamo messe sotto.
E Zandalasini - già lo dicevamo - ha come in passato il ruolo della fuoriclasse, ma ora siamo in grado di aspettare che venga fuori alla distanza, come ieri, senza che una sua partita sofferta (com’è stata per 35 minuti, sostanzialmente, complice il braccaggio subito dalle turche) ci costi il naufragio.
- Nelle prossime due partite, semifinale e finale qualunque essa sia (1° o 3° posto) sarà qualcosa di diverso perché troveremo le "superbig" evitate finora. E allora servirà l'impresa vera, ché finora si è trattato di non gettare occasioni alla portata; ora bisogna andare oltre. Quello che abbiamo dimostrato finora non è abbastanza per battere il Belgio. Proveremo ad andare oltre la logica che ci vede sfavoriti, e forse nemmeno di poco.
- Stando coi piedi per terra, non abbiamo ancora niente di concreto in mano: né una medaglia, né il Mondiale vero e proprio, ma solo il bigliettuccio per le qualificazioni iridate. Né c'illudiamo che all'improvviso l'italica plebe, dopo aver ignorato l'esistenza del basket femminile per decenni, se ne scopra improvvisamente innamorato; o che legioni di ragazzine si presenteranno in palestra il prossimo settembre, per aver visto in tv quest'epica vittoria. E tuttavia, "lasciateci cantare con la chitarra in mano", almeno sino a venerdì, per questi 300.000 di audience (tra i 259.000 di Rai2 e almeno 40.000 sulle altre due piattaforme) e tutto il resto del can-can.
- Chiosa finale. Una soddisfazione aggiuntiva, per noi seguitori del femminile di lunga militanza, sta nel vedere finalmente tradotti in risultati senior quegli anni gloriosi di medaglie giovanili. Il gruppo attuale azzurro è la sintesi delle annate dal '96 al '99-2000 che ci hanno regalato ori, argenti e bronzi. Che poi però sembravano non sfociare in nulla; e ci chiedevano "perché siamo forti negli Europei under e non combiniamo una mazza con la Nazionale senior"? Oggi finalmente abbiamo trovato il filo conduttore tra le speranze alimentate da quei risultati di allora, con Lucchesi e colleghi, e quelli odierni con Capobianco. Il sogno (o meglio l'obiettivo) è che diventino la normalità le semifinali senior così come lo sono per noi quelle giovanili da 15 anni abbondanti a questa parte.

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