lunedì 6 dicembre 2010

Il giardino della pallavolo non è così fiorito

A quelli che pensano sempre che il volley è messo meglio di noi, pure nel maschile: va' sto articolo sul sito de «La Stampa» di oggi:


Adesso che sono passati due mesi non ci sono più dubbi: purtroppo per la pallavolo italiana, il Mondiale casalingo non ha lasciato tracce apprezzabili. È stato un evento di successo, ha fatto registrare record di pubblico e di esposizione tv, ha visto gli azzurri giocare fino in fondo, ma i suoi effetti si sono esauriti il giorno dopo l'ultima schiacciata. Poteva essere l'occasione della svolta attesa da un intero movimento, è stata soltanto una gran bella parentesi nella routine di uno sport costretto a un'aurea mediocrità dalla concorrenza sempre più feroce, dalla crisi economica ma anche dai suoi orizzonti limitati.

La dimensione del volley maschile italiano, evidentemente, è quella ben testimoniata dal campionato giunto ieri all'8° turno. Un torneo che non ha beneficiato in alcun modo dell'onda «iridata». I pienoni di fine settembre-inizio ottobre sono già un ricordo sbiaditissimo. Anche perché delle 10 città sedi del Mondiale soltanto Modena, Verona e Roma hanno una squadra in A1. Rispetto alla scorsa stagione, la media-spettatori è cresciuta di un'inezia: da 1940 a 2049 per partita. Con ben 16 match fra i primi 50 al di sotto di quota 1500 e soltanto Modena, Cuneo e Trento con un pubblico superiore alle tremila unità. Stazionari, ma sui minimi dell'ultimo ventennio, anche gli spazi sui media. Preoccupante, invece, l'inedita assenza dello sponsor per il campionato.

La pallavolo era stata la prima a «marchiare» la sua serie A, nel 1989/1990, anno primo dell'era d'oro degli azzurri di Velasco. Cominciò con Wüber, poi si alternarono Boario, Kraft, La Trentina, Lg e, dal 2003, Tim. Che la serie si sia interrotta nel torneo post-Mondiale, però, non allarma l'ad della Lega volley, Massimo Righi: «Non è un dramma, perché la crisi aveva già ridotto il valore economico della sponsorizzazione. Inoltre, dobbiamo evitare marchi di settori merceologici identici a quelli degli sponsor dei nostri club. E, comunque, entro fine anno contiamo di chiudere un accordo: ci sono due trattative aperte».

Il Mondiale, poi, è servito a poco o nulla anche alla nostra Nazionale. È arrivata quarta, è sembrata ancora lontana dal top, è stata fra le squadre più vecchie del torneo. Nella nuova A1 speravamo di vedere all'opera qualche giovane interessante, che evidentemente non c'è. Perché, pur mancando brasiliani e cubani di prima fascia, da noi la differenza continuano a farla gli stranieri. E gli italiani titolari, liberi esclusi, hanno quasi tutti fra i 30 anni di Coscione e Forni e i 37 di Meoni, passando per i 31 di Sottile, Tencati e Gavotto, i 32 di Sala e Fei, i 33 di Cisolla e Simeonov, i 34 di Vermiglio e Zlatanov, e i 35 di Mastrangelo. Rarissime le eccezioni Under 24: Travica, Zaytsev, Parodi, Maruotti, Cester, Falaschi, Leonardi.

Qualcosa spunta in A2, ma per chi fa il ct c'è poco da stare allegri. E qui emerge l'ultimo paradosso del dopo-Mondiale, perché da 35 giorni l'Italia di fatto non ha più un allenatore. Il contratto di Anastasi è scaduto e in Federazione finora hanno avuto altro da fare. «Decidiamo entro fine anno», assicura il presidente Magri. Che oggi dovrebbe vedere il «Nano» in carica dal 2007 per la separazione ufficiale. In pole, più di Fefè De Giorgi, c'è Mauro Berruto, il torinese che già oggi si divide fra Macerata e Finlandia ma che piace molto proprio al n. 1 federale.

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