L’Eurolega e il mio Giro d’Italia
23 marzo 2015
Il 19 novembre 2008 in streaming davano Spartak Mosca- Famila Schio, la mia famiglia e tutta Schio la vedeva sul pc, io c’ero. Eurolega, emoziona anche solo la parola.
La mia prima e unica è iniziata così: 28 anni e me ne sentivo 15, m’avessero dato un telefono l’avrei caricato con lo sguardo, controllato la borsa 109 volte, mi sarei mangiata tutti i tobleroni dell’aeroporto dalla gioia.
MA una volta giunte a Mosca, succede che sul mio visto c’è un errore sul sesso della mia persona e ho temuto che quel donnone urlante, che mi aveva prelevato dal gruppo e portato in questo stanzino bianco, volesse verificare. (il mio rapimento durò mesi, ma raggiunte le altre mi dissero che eran venti minuti a esagerare…)
Successe che nel campo di Mosca, mentre noi guardavamo lo spettacolo teatrale di entrata del match e ascoltavamo sto gran pezzo di tenore che ci dava come un matto, lo Spartak si stava riscaldando in un altro campo dentro quella struttura immensa e zeppa e fredda (mortacci loro). Successe che ero con delle campionesse vere ed era facile non aver paura insieme a loro.
MA durante il riscaldamento una delle loro schiaccia, così in serenità. Poteva allacciarsi le scarpe, soffiarsi il naso, invece schiaccia.
E io avevo appena sbagliato un sottomano da sinistra. E ho pensato “Ah”.
C’era sta cosa poi, un maxi schermo sui lati piccoli. Quando tiravi dei liberi ti trovavi davanti l’immagine del tuo viso x128, quando capitò a me sbagliai il primo e segnai il secondo. E pensai che se una segna o no si capisce prima, dagli occhi.
In quei due giorni le emozioni di un paio di mesi, per me. Ero onorata di essere lì, ero felice e mi sentivo viva. Davo tutta la mia testa, ogni mia parte pensava alla partita. Pensavo all’azione, a chi stava segnando delle mie, a cosa fare perché non smettesse, a come rompere le palle a loro, a correre più forte, a far dei blocchi da “tu sei più grande ma io son più cattiva e adesso ti pianto qui”.
Pensavo ai particolari delle azioni anche in panchina, pensavo ad alzarmi ai time out e far sentire a quelle che tornavano in panchina che io c’ero, su di me si poteva contare e che credevo in loro.
Abbomba proprio.
La partita ce la siamo giocata tutta, perdemmo ma la sudarono. Tanto.
Il post serata fu privo di bollino verde, quindi sorvolo…
Sorvolo l’Italia per gli anni a seguire: altre soddisfazioni, città, altra pallacanestro, altro quel che mi si chiedeva, diversa la categoria. Tanto di più il tempo libero, teatri di vita che prima o poi rimetterò tutti insieme in un tour di bei ricordi e vecchi amici.
Dieci anni che mi hanno arricchito e un po’ cambiata, fuori dal campo. Sono meno timida, più curiosa.
Ho imparato che razza di rito sia prendere il caffè al sud, l’onomastico val più del compleanno, l’acqua di mare della costiera profuma e a Minori c’è una pasticceria super. So la differenza tra “di costì” e “di costà” e come sia leggere un libro in piazza del campo. Ho imparato perché Ancona si chiama così. So che a Schio se prendi un caffè e dentro la tazzina ci vuoi solo il caffè, non sei nessuno. So parlà nciociaro e so offese in romano che manco ntifoso della Maggica . So che a Porano puoi far tardi ad allenamento perché trovi le pecore fuori dalla porta, che nei mesi vanno a sommarsi allo scorpione per le scale, al cinghiale per strada, l’istrice in un viottolo e un topolino nell’armadio. So che il silenzio di Civita di Bagnoregio è irreale e assordante. So che a Reggio Emilia al mattino spariscono case che la sera prima, senza nebbia, vedevi bene. So che mi sono venuti i brividi, di sera, davanti alla facciata del duomo di Orvieto. E non faceva freddo.
Una meraviglia questi anni, un frullatore di emozioni, un sacco di colori in più nella mia vita, ognuno con un nome e una voce che ogni tanto risento volentieri.
Poi.
Poi succede che decido di iniziare a crescere nel lavoro per cui ho studiato, mi ci butto e mi sembra di ricominciare un gioco nuovo di cui so le regole tra sì e no… vivo nella mia Romagna e gioco a Cervia, mia seconda casa, serie B.
In B ci gioca chi ha fame di crescere e l’età che comincia per “1”, chi ha fame di vincere un campionato e non gli è mai riuscito a categorie superiori. In b ci gioca chi ha fame, e a Cervia ogni tre vittorie c’è la pizza fatta in casa per tutti!
Sorrido sempre pensando ai miei anni di pallacanestro, giocare a Schio è stato un sogno realizzato, un onore, un sentirsi viva in un modo irripetibile.
Giocare, ovunque, una meraviglia della vita.
Carol
Carolina Pantani
venerdì 10 aprile 2015
Carolina Pantani ricorda il suo periodo a Schio
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