Non so se vivremo abbastanza a lungo da vedere il basket femminile diventare lo sport nazional-popolare che merita. Ma di sicuro sembrava, perdio, qualcosa di grosso lunedì sera, 22 maggio 2023, mentre centinaia di persone, dalle viscere della metropoli e dalle ariose lande della provincia, vestite d’arancione o di rosso o come gli pareva, convergevano sull'Allianz Cloud, versione moderna del Palalido, il tempio più storico della pallacanestro milanese, godendo d'una temperatura tornata alta, dopo due settimane di maltempo, ma non ancora soffocante com'è in certi anni a fine maggio.
Calamita di cotanto convergere di massa? Gara-1 della finale-derby di A2 tra Sanga e Costa, che il cambio di palazzetto ha trasformato da evento di richiamo per soli aficionados ad appuntamento-clou dello sport cittadino, in una serata in cui non c'era altro di rilevante in cartellone (avrebbe giocato, credo, l’Olimpia maschile al Forum ma ha chiuso la serie sabato; l’Urania di Legadue ha finito; altre discipline niente). C’era quindi la fessura adatta per creare una "Woodstock del basket femminile", come ha scritto Franz Pinotti sul suo blog alla vigilia, citando il raduno rock per eccellenza del lontano ’69, che fu in realtà molto di più, cioè rivoluzione culturale e sociale. Giusto per volare bassi nei paragoni. Ma lo spirito era quello: portare il basket femminile milanese (ma anche lombardo, ma anche tutto quanto, senza steccati) in un’altra dimensione. Almeno per una sera, magari una sola: sarà pur sempre meglio di zero.Dal tam-tam sui social, persino sulla carta stampata “che conta”, si era intuito che sarebbe stato un successo. C’è in generale, in quest’epoca post-Covid, un terreno fertile per le affluenze di pubblico, lo si è visto anche nei recenti playoff di A1, con i 5300 della Virtus ma i pienoni anche altrove. Non è qualcosa che si crea da zero schioccando le dita e pregando, chiaro; ma se una società semina bene, ha già una sua buona base di seguitori, e alimenta un clima da “grande evento” intorno a qualcosa che comunque lo merita (come una finale-promozione) la gente è ben disposta a partecipare.
14 anni fa, stesso posto e quasi stessa data (23 maggio) erano arrivate più di 1000 persone, forse anche 1500, nel vetusto Palalido di allora, per la finale di B1 Sanga-Torino, e i social erano solo agli albori, non avevano la cassa di risonanza di adesso. Inoltre, da Torino erano giunte solo poche decine di supporters mentre il derby con Costa favoriva l’afflusso anche della tifoseria altrui. Il "Corriere della Sera", nel suo articolo della vigilia, aveva un po’ esagerato parlando di 4000 persone attese, ma c’era di che essere ottimisti. La mia aspettativa era sui 2000, sperando di più. Il dato ufficiale sul live score di lega è stato 2097. Adesso il Sanga parla di 2500 se non 2700,
E dunque eccoci in marcia. Una certa sensazione di “dejà vu” mi coglie mentre, dopo aver lasciato la macchina nello stesso parcheggio di 14 anni fa, percorro il medesimo marciapiede che costeggia l’impianto. Medesimo invece non è, bensì una bombonera tutta luci e colori, l'Allianz Cloud che c’accoglie. Mentre una musica dal volume più assordante d'una discoteca c'ammorba i timpani, m'apposto a un'estremità di un lungo tavolaccio per operatori mediatici, dove s’installa la coppia telecronistica formata dalla consueta voce narrante del Sanga, Alessandro Margotti, e dalla spalla tecnica per l'occasione, coach Paolo Fassina (ex vice del team milanese ed ex “head” in varie piazze di A2). Presente anche, ma come libero osservatore, Mario Castelli, telecronista principe della serie A maschile.
Nella zona di tribune lì intorno, contrassegnata come “Sanga vip“ (mentre di fronte c’è il settore “Sanga famiglie” e dietro uno dei canestri il contingente ospite), notiamo fior di glorie del passato del club nero-arancio: Manuela Zanon, Susy Stabile, Michela Frantini, Alessandra Calastri e una “Miciona” Gatti che era in campo nella finale del 2009 sopra ricordata, e che probabilmente avrebbe preferito esserlo anche stavolta, con la maglia della sua Castelnuovo, cacciata in semifinale per mano di Costa.
Più in basso, a bordo campo, c'è anche un’ex Sanga mancata, nel senso che fu annunciato il suo ingaggio ma poi saltò per sopraggiunta maternità: l’ex azzurra Chiara Pastore, il cui compagno è il capitano dell’Olimpia maschile, Datome. C’è anche Ricci, pur’egli dell’Olimpia, così come l’antica gloria Art Kenney; e ci sono parecchi spettatori qualsiasi, che di solito seguono solo il maschile: un simbolico ricongiungersi delle due metà del basket. Penso che gli “occasionali” siano rimasti con l’impressione che il femminile, pur con il suo continuo oscillare tra belle cose ed erroracci, e i suoi salti da foglio di giornale, non è poi così malaccio; “c'è del potenziale”, diciamo. Era uno dei tanti motivi per cui valeva la candela spostarsi all’Allianz Cloud.
Ma la grande cornice è soprattutto un premio per loro, le giocatrici:
Romanticismi a parte, nel countdown prepartita rimugino anche sulle numerose incognite della vigilia. Cosa vedremo? Si arriva a questa gara-1 dopo una lunga sosta agonistica, 12 giorni per il Sanga e 11 per Costa, salvo le giovani di quest'ultima, fin troppo impegnate (5 partite in 5 giorni) per le finali nazionali U19, dove lo scudetto è sfumato al supplementare: più stanche o più in ritmo rispetto a chi è rimasto fermo?
E quanto peserà l'inusuale cornice? Rimpiangerà, il Sanga, di non aver sfruttato il bunker domestico, oppure la manciata di allenamenti svolti qui in loco gli darà comunque un vantaggio rispetto a Costa, che per svolgere sedute ha dovuto far venire anche le senior a S. Martino, sede della kermesse U19?
Per fortuna s’alza la palla a due: finisce il tempo delle domande segajole e giunge quello delle risposte del campo.
Dalle prime azioni emerge che le due squadre non paiono per nulla condizionate dall’ambiente di lusso, perché si lanciano a ritmi più garibaldini di Garibaldi medesimo, tirando sovente nei primi secondi dell’azione, senza timidezza alcuna; però c’è una netta differenza tra chi trova subito efficacia offensiva (Novati e Van der Keijl da una parte; Villa e Allievi dall’altra) e chi invece, fra le più attese, litiga col canestro: Madonna, Brossmann e Toffali. Quest’ultima è oggetto di una palese scelta tattica di coach Seletti; sento i telecronisti parlare di “triangolo e due”, e non ne dubito, ma più grezzamente direi che le vengono dati 4-5 metri di spazio, col messaggio “tu non penetri, tira da fuori quanto ti pare, che tanto da là sei scarsa”.
Orbene, a differenza di certuni giornalisti con palesi velleità da allenatori mancati, io non ardisco mettermi sullo stesso piano degli allenatori, che alle doti carismatiche da condottieri uniscono menti sopraffine, in grado di penetrare nelle profondità del basket come a noi comuni mortali è precluso. Di conseguenza non darò una valutazione tecnica a tale tattica, anche perché sarebbe banale dire che ha fallito perché Costa ha perso, mentre era geniale se avesse vinto.
Mi piacciono però la storia e la filosofia, e dunque a livello storico citerò l’analoga marcatura con metri di spazio che il grande Obradovic ideò a danno di Ricky Rubio in una serie di playoff di Eurolega tra Panathinaikos e Barcellona (il play catalano era una chiavica nel tiro da fuori, ai tempi, e il santone serbo gli lasciò spazi enormi che lui non seppe punire, afflosciando se stesso e la squadra), oppure la famigerata tattica dell’“Hack-a-Shaq”, cioè il fallo sistematico su Shaquille O’Neal, il bestione che schiacciava tutto quanto ma non sapeva tirare i liberi, sicché appena riceveva palla gli facevano fallo, lui tirava 35 liberi e ne metteva al massimo 15.
Insomma, per passare alla filosofia e poi tornare alla partita: si tratta di mosse scacchistiche per massimizzare il tallone d’Achille di un avversario e minimizzare il suo punto di forza (nella fattispecie di Toffali, l’entrata bruciante), ma anche di forzature innaturali alla normalità del gioco, non godibilissima per chi assiste (per quanto i gusti siano gusti) e certamente una sfida mentale violenta per chi subisce la mossa: immaginiamo la numero 0 milanese esposta a un certo imbarazzo nel ritrovarsi con praterie di spazio e il dilemma “tiro col rischio di sbagliare o rinuncio?”, facendo una figura di m… non davanti ai soliti intimi del PalaGiordani ma a più di 2000 persone [PS: ho sentito ora le sue parole in uno dei servizi tv sulla partita e ha proprio detto che il pallone le pesava come un macigno su quei tiri]. Ovviamente ci sarebbe una terza opzione: quella di segnare a raffica, demolendo la tattica avversaria; ma questo per tutto il 1° quarto non avviene: l’ex di turno non si esime dalle responsabilità, ma chiude per ora con uno 0/5. Stesso score, però, di Brossmann, che a sua volta sembra troppo insistente nel volersi mettere in partita. E così, grazie soprattutto a Novati che interrompe un frangente di confusione generalizzata con un assist per "VdK" e un altro canestro da fuori, c’è un Sanga avanti 14-11 al 10’.
(Segue)
Nella foto (di S. Gariboldi): la cornice di lunedì sera. Direttamente dai sogni, e non quelli asciutti.

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