UCLA, ovvero University of California at Los Angeles, è l'ateneo più decorato dell'NCAA maschile, con leggende quali Lew Alcindor (futuro Jabbar) e Bill Walton, ma non aveva mai vinto l'alloro femminile, ben più prestigioso ovviamente.
Ora ha sanato la carenza, dopo una finalissima ultradominata su South Carolina, 79-51.
Dinnanzi a 15.856 spettatori a Phoenix, massacro oltre ogni aspettativa, con la difesa californiana che sin dall'inizio si è erta come muro inespugnabile, sia sotto canestro dove la torre Lauren Betts (figlia dell'ex-campionato italiano Andrew; in squadra anche la sorella minore Sienna) stoppava e intimidiva, sia sul perimetro dove la guizzante Gabriela Jaquez (sorella d'un attuale cestista Nba) mordeva e scattava lesta in contropiede. Le sudcaroliniane s'incartavano in una di quelle serate in cui non funziona nulla, per la disperazione della coach Dawn Staley che non sapeva che pesci pigliare per raddrizzare la baracca. All'intervallo, sul 36-23, il vento poteva ancora girare; ma il 3° quarto era ancor più shock con un 25-9 che produceva un assurdo 61-32 al 30' (61-30 fino a poch'istanti prima). Ultima frazione ovviamente di pura transumanza sino alla sirena conclusiva. Il +28 di scarto finale risulta il terzo più ampio d'ogni tempo in una finalissima.Lauren Betts, con 14 punti e 11 rimbalzi, è nominata MOP (corrispondente all'MVP) delle Final Four, ma in finale la migliore è stata Jaquez con 21 punti (8/14 al tiro), 10 rimbalzi e 5 assist. UCLA trionfa con una rotazione da 6 giocatrici, peraltro non del tutto insolita nel college basketball dove, in controtendenza con i rosters lunghi e democratici d'oggigiorno, vigono ancora le "titolarissime" e le panchinare fisse.
Per South Carolina, affondata da un 18/62 dal campo, per un 29% (oltretutto rappezzato nell'ultimo inutile quarto), 14 punti di Tessa Johnson, 11 di Makeer; in campo anche, senza punti, la francese Tournebize (figlia d'arte d'Isabelle Fijalkowski), nota per i video delle sue schiacciate nelle competizioni giovanili.
- South Carolina sembrava svuotata dopo aver speso il massimo d'energie fisiche e nervose nella semifinale con UConn (Connecticut), che era la grande favorita, giungendo a Phoenix imbattuta da 54 partite, quasi tutte stravinte, compresa la finale dello scorso anno appunto contro le caroline. Le quali stavolta imbragavano le stelle Azzi Fudd e Sarah Strong (quest'ultima, figlia di Allison Feaster ex scledense, è stata eletta MOP della stagione) tenendole a complessivi 20 punti con 7/31 al tiro. Dopo due quarti tiratissimi (26-24), South Caro faceva il break nel 3° quarto (46-39) e rincarava la dose nell'ultimo (62-48).
Prendeva male la sconfitta il santone Geno Auriemma, che alla sirena finale prorompeva in una sceneggiata "muso contro muso" con la collega Staley. In conferenza stampa, ancora a caldo, rivendicava di essere sbroccato a ragione; l'indomani si è poi scusato ma la figuraccia del nostro paisà rischia di rimanere nella memoria generale.
- Non rimarrà nella memoria generale, invece, questo torneo 2026, alquanto loffio sia nello svolgimento (le 4 teste di serie numero 1 hanno superato i turni di qualificazione alle F4 con facilità irrisoria, scarti pressoché sempre sopra il +20) sia nell'appuntamento finale, perchè su 3 partite si salva parzialmente la semifinale South Caro-UConn (con più errori e litigi che canestri, però), mentre l'altra semi Ucla-Texas (51-44) è stata un cesso a parere unanime (la stella texana Booker ha fatto 6 punti con 3/23; decisamente meglio quella californiana L. Betts con 7/10 al tiro, 16 punti e 11 rimba).
Speriamo che sia solo un'annata storta e non una tendenza al ribasso dopo anni gloriosi che hanno portato l'NCAA femminile a un livello d'interesse mai raggiunto prima.
- Qualche crepa nel sistema sembra affiorare. Il bengodi del professionismo di fatto (tra i NIL, cioè i diritti d'immagine, e gli ingaggi veri e propri) sta provocando concentrazioni di talenti nelle "big" (il che si traduce negli eccessivi squilibri palesati dalle partite del torneo di quest'anno) e, in generale, una transumanza continua di giocatrici (pare che già 1000 atlete si siano già inserite nel "transfer portal", cioè il protocollo di trasferimento, per la prossima stagione), con instabilità dei programmi, difficoltà di costruire squadre vere anziché raccolte di "starlettes" che hanno il coltello dalla parte del manico perché lucrano più dei coach e se sono insoddisfatte ti mollano. E' curiosa l'arte umana di guastare le cose quando per grazia divina stanno mettendosi a funzionare, ma tant'è.
- PS: nei giorni successivi è stata resa nota l'audience della finalissima; ebbene, il dato di 9,88 milioni risulta il terzo migliore della storia (o meglio dal 1989, quando è entrato in vigore negli Usa l'attuale sistema di misurazione), secondo solo alle due finali giocate dall'idolo delle folle Caitlin Clark. Tutto questo nonostante un andamento a senso unico che avrà portato molti a scollegarsi dopo 3 quarti. Bene così, speriamo che nelle prossime F4 facciano notizia più le gesta delle giocatrici che gli screzi fra coach.
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