sabato 11 aprile 2026

Sardara manda di traverso la colomba a tutti - La polemica con LBF - I nodi al pettine

- E' destino che non si possa mai stare tranquilli. Certo, mentre nel mondo scoppia una guerra nuova ogni mese, sarebbe comunque difficile vivere beati; ma nel microcosmo del basket femminile ci saremmo potuti godere un breve momento non dico d'euforia e d'entusiasmo, ma quantomeno di buon umore dopo la qualificazione ai Mondiali che, sulla scia del bronzo europeo, aveva riverniciato l'immagine del movimento dopo le crepe aperte dalla defezione della Virtus Bologna; altri motivi per sorridere ci giungevano dal derby di Eurolega, dalle nuove piazze emergenti Derthona e Roseto con i loro 2-3000 spettatori per la rispettiva semifinale.
Non sia mai. Alla vigilia di Pasqua (o forse nella serata dell'antivigilia ma l'eco s'è sparsa nel Sabato Santo) ecco la notizia che la Dinamo Sassari chiude la sezione femminile. Lo ha detto patron Sardara con motivazioni già sentite per altri recenti forfaits: "il progetto non è più sostenibile"; "norme fiscali da professionismo per un campionato che non ha né l'indotto né la struttura di una lega professionistica".

- Se all'annuncio seguiranno i fatti (e non c'è attualmente motivo per dubitarne), chiude i battenti una delle realtà più significative del nostro basket femminile degli ultimi anni. Sia per i risultati raggiunti, per quanto non eccelsi (un paio di semifinali di Coppa Italia come massimi picchi; un quarto di finale in EuroCup e uno in campionato), sia per le straniere importanti che ha scelto con fiuto notevole (tre su tutte: Kennedy Burke, Jessica Shepard, Mya Hollingshed), mentre fra le italiane, attorno alla bandiera Carangelo doveva giocoforza pescare fra i rimasugli dei clubs più possenti, costruendo rosters corti ma funzionali, sebbene l'impegno sul doppio fronte nostrano ed europeo non fosse facile da gestire senza pagare dazio, cosa che a volte è costata alle isolane un finale di stagione in calando. Ma tant'è, ormai sembra purtroppo una storia archiviata.

- C'è stato un codazzo polemico in quanto la Lega punta il dito sulla tempistica scelta da Sardara, parlando di "notevole vizio diforma. La tempistica delle dichiarazioni del presidente Sardara è particolarmente infelice, in quanto rilasciate a stagione di Serie A1 non ancora terminata, e nella fattispecie con un'intera serie di playout ancora da giocare tra Brixia e Battipaglia"; al che Sardara ha replicato che "la scelta del timing è stata dettata esclusivamente da un principio di responsabilità e tutela nei confronti delle nostre atlete, dello staff"; insomma dopo il divorzio volano i piatti fra gli ex coniugi.

Sin qui i fatti; ora qualche considerazione sparsa.

- Esiste un momento buono per comunicare che si chiude baracca? In realtà no, che sia annunciato a gennaio, ad aprile o nel bel mezzo dell'estate. Il danno della chiusura è uguale in qualsiasi momento. Per me non è tanto un problema che ci siano ancora i playout in corso, anche se indubbiamente c'è il retropensiero "vabbè, ma che giocano a fare Brixia e Battipà, se tanto la retrocessa viene ripescata?" (il che peraltro non è scontato). Casomai Sardara poteva aspettare che fosse almeno passata Pasqua, per non guastarci la festa; così come ha guastato la festa della squadra rendendo surreali le immagini delle giocatrici che gioivano tra campo e spogliatoio. La voce della chiusura sarebbe circolata lo stesso, se Sardara l'avesse annunciata alla squadra senza pubblicizzarla? Ok, ma tra voce e ufficialità c'è differenza. Comunque è una questione secondaria.

- Un fulmine a ciel sereno non è, perché come si può leggere anche nel topic sulla Dinamo Sassari nella sezione maschile di questo forum, Sardara aveva arieggiato già lo scorso anno il suo imminente disimpegno. Il suo "core business" cestistico, la serie A uomini, non sta andando bene; il club rischia la retrocessione; evidentemente le vacche grasse sono finite e in quei casi, come s'è visto anche con patròn Zanetti della Virtus, il ramo debole dell'azienda è il primo a venire segato.
Non sempre gli scricchiolii sono sintomo di crollo imminente, però... un anno ('23/24) Sassari ha perso l'accesso ai playoff italiani per uno 0-20 a tavolino causa tentativo di far passare una giocatrice ingessata come atleta disponibile a referto; un anno (questo) ha mancato l'accesso ai playoff europei per un blackout elettrico. Forse era solo sfortuna e non c'entra nulla, ma qualche magagna c'era.

- Coach Citrini, in un'intervista a "Pianeta Basket" di Edu Lubrano, ha citato "tanta gente a vederci" nella decisiva gara-3 di playout. In realtà gli spettatori ufficiali erano 407 e dalle riprese tv (a meno che si fossero tutti nascosti nel lato alle spalle della telecamera) non sembravano di più. Un numero modestissimo per la partita più importante della stagione, e per una piazza con 4000 persone di pubblico per la squadra maschile.
Purtroppo la fusione degli spettatori tra le due metà del cielo, se evidentemente funziona a Venezia e, almeno per ora, sembra in parte verificarsi a Tortona (dove però c'è il bacino di provenienza Castelnuovo), a Bologna non era andata a buon fine e nemmeno a Sassari. Anzi, succede che i tifosi del maschile borbottano perché "invece di spendere soldi per le donne, che non fregano a nessuno, spendiamoli per prendere uno straniero in più per i maschi".
Se ci pensiamo, nel calcio la forbice è persino maggiore, perché fra i 70.000 spettatori a partita del Milan maschile a San Siro, e quelli del Milan femminile che, ci risulta, gioca in casa a Fiorenzuola d'Arda (!) in uno stadiolo da 4.000 posti, c'è un abisso.

- "Non è sostenibile il femminile", dice Sardara, quando per il maschile perdi anche più soldi, dati i costi ben più elevati a fronte di ricavi indubbiamente maggiori, ma non proporzionali alle spese in più? Se s'intende per "non sostenibile" lo spendere più soldi di quanti se ne ricavano (cioè operare in perdita), il discorso non convince sino in fondo. Il sistema sportivo più insostenibile di tutti in Italia (cioè quello che perde più soldi di tutti) è quello del calcio maschile, il che non impedisce a mandrie d'imprenditori di buttarvi milioni ogni anno.
Probabilmente il problema principale che fa passare la voglia di fare l'A1 donne, ai Sardara e Zanetti della situazione, non sono i costi, che non sono così insostenibili per chi spende milioni per gli uomini, ma la mancanza di un ritorno in termini di interesse (se sei patron del maschile butti soldi ma sei al centro dell'attenzione generale almeno nel tuo territorio) e anche, dettaglio non trascurabile a mio parere, di risultati. Perché chi entra nel femminile ha forse l'illusione che la strada verso gli allori sia relativamente semplice. Invece poi si ritrova dopo una manciata di stagioni con la gerla vuota (o più vuota di quanto si sperasse, nel caso della Virtus), dato che i trofei sono monopolizzati da uno o due clubs (potremmo dire uno solo, all'80-90%), e magari in un anno buono azzecchi un piazzamento fra le prime quattro ma nulla di glorioso, nulla che ti ripaghi in termini di soddisfazione. Paradossalmente nel maschile c'è più possibilità di vincere per gli "outsider"; magari non lo scudetto ma almeno una Coppa Italia.

- Un'obiezione fondata (a Sardara e chi altro si lamenta che "siamo entrati nel femminile con entusiasmo ma non abbiamo ottenuto i frutti sperati") è: ma se sei un imprenditore che entra in un settore commerciale nuovo, pensando che ci siano rose e fiori ad aspettarti, e invece ne cavi solo spine e dolori, è colpa del "sistema", della sorte avversa, o colpa tua che hai fatto male i calcoli? Perché se non sapevi già da prima che il femminile costa più di quanto fa ricavare, sembri nato ieri.
In realtà una variabile intercorsa, probabilmente, a cambiare in peggio lo scenario nel bel mezzo dell'esperienza di Sassari nel femminile è la riforma dello sport del 2023, che ha fatto aumentare gli obblighi e i costi (si parla anche del 30%). Cioè sostanzialmente ha limitato le possibilità di fare manovre "sottotraccia", il che non sarà moralmente il massimo ma è indispensabile per far tornare i conti. Tuttavia questi "innamorati delusi" del femminile, che però continuano a pompar soldi nel maschile, non convincono fino in fondo.

- Insomma, la politica cavalcata da Fip e Lega negli anni intorno all'epoca Covid, cioè di favorire l'ingresso "ex novo" di società del maschile, di cui Sassari era l'estrema beneficiaria (regalato un diritto di A1 senza aver mai svolto attività femminile; se non altro la Virtus Bologna ereditava il titolo dalla concittadina Progresso di Civolani), ha dato frutti nel breve periodo, aumentando il numero di società con ambizioni e danari, ma ora sta mostrando la corda. Incrementando le società che non hanno il femminile come primo interesse, sono aumentate anche quelle più propense a mollarlo.
Questo però vale solo in parte, perché le difficoltà e gli abbandoni coinvolgono anche i club di lunga militanza fra le donne. Siamo a 8 società che hanno rinunciato all'A1 negli ultimi 4 anni (2023: Crema, Lucca e Moncalieri; '24: Bologna, Roma e Ragusa; '25: Faenza; '26: Sassari) e c'è davvero di tutto: sezioni femminili di club maschili, "parvenus" improbabili (Roma) ma anche piazze di pluriennale (o pluridecennale) militanza pura fra le donne. Ricordiamo anche Costa Masnaga, nel '22, ovvero un club che era un modello d'utilizzo del settore giovanile prodotto in casa e di "passo lungo quanto la gamba" negl'ingaggi delle professioniste.

- Sardara, nella sua contro-replica, chiude con una stoccata finale: anziché pensare alla tempistica del mio annuncio, la Lega dovrebbe preoccuparsi di "risolvere le criticità strutturali". In effetti però LBF ha scritto anche: "la rinuncia di una compagine importante, che ha ottenuto risultati di rilievo sia in Italia che in Europa, comporterà doverose riflessioni e considerazioni, e sarà cura di LBF discuterle nelle sedi istituzionali preposte, coinvolgendo tutte le parti del movimento in maniera il più possibile trasparente e guidata dal principio-guida di tutela delle proprie associate e della loro posizione".
Sembra insomma annunciare che i clubs si riuniranno per parlarne. In un mondo normale, forse sarebbe messa in discussione anche la leadership, perché se sei il direttore di un centro commerciale in cui in 4 anni chiudono 8 negozi su 14, quali conclusioni ne trai? Ti lamenti della sorte ingrata, dell'insipienza dei responsabili dei negozi che ti hanno mollato? Vanti successi ottenuti in altre iniziative? O prendi atto che la situazione si deteriora (per non dire precipita) e non stai trovando soluzioni adeguate? Il tutto nonostante la suddetta leadership sia stata recentemente riconfermata a democratica maggioranza (idem quella federale suprema).

- Ma al di là di chi comanda, che spesso è un problema secondario (o meglio, è importante ma non basta a risolvere tutto, se l'edificio generale rimane precario), quali soluzioni concrete si possono trovare per ridurre - non credo eliminare - le suddette "criticità strutturali"? Si sente vagheggiare una "riduzione dei costi", che però, ammesso che sia possibile nel quadro legislativo attuale, temo che sia solo un palliativo, come nel mondo reale delle aziende: aiuta a tirare a campare per qualche anno in più ma dura poco. Aumentare l'interesse, aumentare i ricavi, rendere più contendibili i trofei? Credo che nessuno sappia realmente come fare.

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