Ai tempi dell'Opening Day dissi che avevo acquistato il libro di memorie cestistiche di Fabio Fossati, "Viaggio con le donne", e promisi di farne un resoconto. Siccome poi sono stato preso a scrivere la mia, di autobiografia (s'intitola "Dall'oratorio al Pulitzer"
), ho rimandato di qualche mese. Lo spirito del libro di Fossati posso sintetizzarlo prendendo spunto da una frase di Viviana Ballabio intervistata da Superbasket di questa settimana: "Fossati mi ha messo a disposizione un basket fatto di emozioni". E in effetti è soprattutto questo che lui racconta: non schemi, tattiche o esercizi, anche se ovviamente qualche spunto c'è, ma le sue intense sensazioni lungo un periodo di 8 stagioni, dal 1999/2000 al 2006/07.
Fossati ha avuto la fortuna e il merito di gestire due squadre da scudetto in quel periodo (Como e Schio), in più ha vissuto un'esperienza ai confini del reale in Russia, quindi di autorità per raccontare ne ha, anche se, come detto, le vere protagoniste del libro sono le sue emozioni, per sua stessa ammissione spesso esagerate (traspaiono l'ansia di vincere, il perfezionismo, la paura costante che basti poco a far crollare tutto), e le sue "pillole di saggezza", definiamole così ma senza ironia; anzi bisogna precisare che Fossati, in questo libro, è tutt'altro che propenso all'auto-incensazione. Ovviamente traspare il suo orgoglio per i successi ottenuti, ma in tante occasioni è critico con se stesso, anzi forse esagerando si indica come primo o unico colpevole di certi fallimenti: ad esempio nella famosa finale scudetto del 2003 contro Taranto per non aver stoppato l'eccesso di euforia delle sue dopo che Como aveva vinto gara-1 in trasferta; o nel 2007, ultima sofferta stagione a Schio, per aver fornito alle giocatrici un alibi suggerendo loro l'idea che potevano essersi stufate del suo metodo; o addirittura, per la serie dei quarti di Eurolega persa nel 2001 contro Bourges, si incolpa di aver motivato Souvré esultando eccessivamente dopo aver vinto gara-1...
Per quanto riguarda "gli altri", invece (avversari, giocatrici sue), Fossati dispensa qualche frecciata (ad esempio ad Aldo Corno e a Zara, l'uno per qualche sgarbo, l'altra per troppi personalismi; ma non li nomina esplicitamente), ma non scarica colpe né tende a ingigantire il proprio ruolo rispetto a quello delle sue ragazze o anche dei dirigenti.
L'autoritratto di Fossati è quello di un allenatore che, se da un lato punta fortissimo sul lavoro in palestra, a costo di rischiare sovraccarichi e infortuni, dall'altro sembra credere che lo spartiacque tra successo e fallimento stia più in fattori psicologici che tecnici; di qui anche la sua enfasi costante ai discorsi prepartita, che forse fanno parte più della cultura americana che della nostra (con le frasi da cinema stile Al Pacino in "Ogni maledetta domenica"), oppure stratagemmi motivazionali come la maglietta "Noi vogliamo salire su quel balcone" utilizzata per vincere lo scudetto a Schio, intendendo il balcone del palazzo comunale da cui affacciarsi per festeggiare.
E successi e fallimenti si alternano in egual misura nel corso del libro: si parte dalla stagione da matricola-rivelazione a Treviglio (dove Fossati esordì nel femminile dopo una carriera maschile che stentava a decollare), poi il passaggio a Como con uno scudetto (2002), una o due Supercoppe (mo' non mi ricordo) ma anche qualche bruciante finale persa (compresa la Coppa Italia) e due eliminazioni sulla soglia delle Final Four di Eurolega; poi una breve disoccupazione e successivo ingaggio dalla Dinamo Mosca (semifinale in Fiba Cup 2004); infine i 3 anni a Schio con 2 scudetti, una Coppa Italia e anche lì un paio di Supercoppe.
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