lunedì 11 aprile 2011

Anche Gianni Mura sul "caso-Wabara"

Una delle grandi firme del giornalismo sportivo italiano si esprime sulla vicenda Comense-Wabara (da "La Repubblica"):


Abiola Wabara, cestista del Geas e della Nazionale, 29 anni, è nata a Parma da genitori nigeriani. S’è laureata in spagnolo in un college americano. Dipinge in modo non dilettantesco. E’ un’italiana con la pelle nera e per questo, mercoledì sera sul campo della Comense, una ventina di tifosi per tutta la partita l’ha chiamata scimmia e negra di merda. E quando, alla fine della gara (vinta dal Geas anche per merito suo) Abiola ha cercato di reagire, mostrando il dito medio, qualche gentiluomo le ha pure sputato addosso. E’ quasi certo che si tratti di tifosi del calcio che cercano visibilità anche nel basket, nelle gare di cartello, ma questo nulla toglie alla gravità dei fatti in sé, ulteriormente aggravati da altri comportamenti che non è possibile attribuire a qualche mentecatto. Così Dino Meneghin, presidente della Fip, si è espresso appena a conoscenza dell’accaduto. Meneghin è uomo di sport, di insulti dai tifosi ne ha presi tanti, sa capire qual è la verità e quale la versione di comodo. E dovrà chiarire un piccolo mistero: perché degli insulti razzisti non c’è traccia nel referto degli arbitri Marco Pisoni e Marco Cè? Anche l’allenatore della Comense, Barbiero, ha dichiarato di non aver sentito niente. Ci dev’essere una strana acustica, in quel palazzo dello sport. E dire che non è uno stadio di calcio, il mentecatto è a tre metri, a volte meno, dal suo bersaglio. Paradossalmente, Meneghin stigmatizza un episodio che per i suoi inviati (agli arbitri va aggiunto il commissario di campo) non è mai accaduto. C’è un’inchiesta federale in corso e un’altra della Digos. Come ha opportunamente rilevato il ministro Carfagna, i cori razzisti costituiscono reato. Gli altri spettatori, circa 800, hanno lasciato fare. Il presidente della Comense, Antonio Pennestrì, s’è invece esibito alla grande sul sito del club. Trascrivo dalla Stampa: «Se Wabara è stata insultata e sputacchiata è stato certamente grave episodio di inciviltà (naturalmente non ascrivibile alla Comense), ma altrettanto grave è stato il comportamento della giocatrice, che evidentemente non ha ancora capito come deve comportarsi un’atleta in tale occasione e con ciò scadendo a livello di chi-come lei sostiene- l’ha offesa ». Pennestrì non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, ma non è grave: voto 4. Pennestrì con quell’inciso (“come lei sostiene”) induce a credere che si tratti di una montatura, e l’aggettivo “sputacchiata” poteva risparmiarselo: voto 3. Pennestrì afferma che l’episodio non è “naturalmente ascrivibile alla Comense”. Però si giocava in casa sua, un minimo di prudenza s’imponeva. Altro 4. Lo 0 arriva per la lezione di comportamento e l’uso del verbo scadere, che il Pennestrì farebbe meglio a rivolgere a se stesso. Qui non sono i soliti ragazzotti con la testa vuota, ma un signore d’una certa età che mette sullo stesso piano l’offesa continua, per tutta la gara, contro una donna, e la reazione a fine gara. Questa e quelli per me pari sono, sarebbe lo slogan distillato dalla maturità e dalla sportività del Pennestrì. E ringrazi la mano pietosa che ha provveduto a levare le sue esternazioni dal sito. La Lega basket femminile dirama un comunicato in cui “stigmatizza e condanna con forza ogni atto di intolleranza razziale”. Lo firma il vicepresidente. Il presidente è Stefano Pennestrì, figlio del già sufficientemente citato (o forse mai abbastanza) Antonio. In Toscana è cominciata domenica una partita di Seconda categoria, tra Cinquale e Monzone. Nel primo tempo un calciatore del Monzone, Nicola Pasquini, 20 anni, cade a terra. Infarto. Coma. I capitano si parlano. Finiamola qui. L’arbitro fischia la fine al 20’. Mentre Pasquini era ancora ricoverato in coma farmacologico all’ospedale di Massa è arrivata la sentenza della Disciplinare toscana. Per entrambe sconfitta a tavolino per 0-3, un punto di penalizzazione in classifica e 300 euro di multa. La sentenza parte con un “pur comprendendo le motivazioni che hanno portato alla sospensione della gara per un episodio particolarmente drammatico” che da solo vale uno 0. Come già poche settimane fa per una partita di ragazzini (allora era morto il padre di uno di loro, appena prima della partita), qui si ribadisce che agli esseri umani, se stanno giocando a calcio, si proibisce di avere reazioni umane. Se le hanno, vengono sanzionate, sia pure con molta comprensione. Ma che giustizia è mai questa? Che tipo di sportivo-zombie può generare? Nei confronti di chi o cosa sono colpevoli due squadre che si trovano d’accordo a dire basta perché uno dei loro forse muore? Non esistono attenuanti per la gravità del fatto? Troppe domande per una sola risposta, ed è orribile che venga dallo sport: pietà l’è morta.

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