Dal precedente aggiornamento, datato martedì scorso (vedi pag. 1501), questi sono i fatti salienti del caso che ha fatto parlare l’Italia:
--> l’iniziativa Fip “Vorrei la pelle nera” ha riscosso, ci pare, un vasto successo sia come quantità di adesioni che come ficcanza del messaggio, nel senso che l’idea è piaciuta, semplice quanto efficace. Ovviamente non è mancato qualche bastian contrario che l’ha definita una carnevalata o comunque inutile perché il problema del razzismo nel basket non c’è. Però si è trattato di una sparuta minoranza. L’ambiente s’è scoperto compatto intorno a un tema evidentemente sentito. Wabara è parsa gradire tutto ciò, anche se ai microfoni Rai ha auspicato che d’ora innanzi si parli di lei “solo come giocatrice di pallacanestro”. E in effetti, per come ha giocato in gara-2 e gara-3 a Taranto, se l’è meritato.--> Nei giorni precedenti erano giunti al paradosso i contrattacchi d’ambiente comasco, col comunicato degli ultras del Como calcio e Cantù basket che hanno accusato Wabara di essersi inventata tutto. O meglio, inventata i cori (di cui in realtà lei non ha parlato). Lo scopo? Coprire il suo sfogo per evitare la squalifica.
--> Su YouTube circola un video in cui Wabara, a partita in corso, mostra il dito medio al gruppuscolo di tifosi “incriminati”.
--> Schermaglie: l’”Ordine” (quotidiano comasco di destra) contro il “Fatto quotidiano”, accusato di essersi inventato una gran montatura per infangare l’intera Como; alla radio, A. Pennestrì con punzecchiature ironiche nei confronti di Mazzoleni (storpiandone il nome) e ribadendo la condanna sia degli insulti sia della reazione di Wabara. Mazzoleni, invitato poi dalla stessa radio, ha detto che “forse Pennestrì è stato male informato”, e che è assurdo mettere sullo stesso piano azione e reazione.
--> In sintesi, il dibattito s’è spostato in gran parte sulla sofistica distinzione tra cori e insulti. La linea comasca, seppure non unitaria tra i tanti che hanno detto la loro, è stata di evidenziare l’errata menzione di cori per squalificare la legittima denunzia degli avvenimenti. E' innegabile che il quotidiano più importante d'Italia (Corriere della Sera) ha scritto "cori" in prima pagina, e quindi se i cori non ci sono stati ha scritto una balla. Però è altrettanto errato attribuire tale menzione a Wabara o al Geas. Hanno cercato di farlo collegando, con allusioni invero antipatiche, la bolla mediatica a presunte manovre di un celebre giornalista parente stretto di una giocatrice Geas. Prove di ciò, zero. Come Berlusconi l'altro giorno, che fa: "C'è un complotto tra Fini e i giudici per farmi fuori". Va bene, porta le prove e ci crediamo. Se no sono calunnie al vento.
--> La maggioranza degli opinionisti, ma anche alcune lettere giunte alla Provincia di Como (quindi di gente del luogo), concordano nello stigmatizzare il comportamento di Pennestrì. Da ultimo, il coach di lungo corso Marco Calvani, che in una sua rubrica ripresa da Basketnet, oltre a elogiare il comportamento di Mazzoleni, si stupisce di alcune cose: non solo dell’ormai celebre equivalenza di Pennestrì (appunto reazione grave come l’azione), ma anche del fatto che i dirigenti Comense non siano intervenuti contro il gruppuscolo e soprattutto che gli arbitri non abbiano sospeso la partita né scritto nulla sul referto. In effetti questo è un punto importante, che non ho sufficientemente sottolineato finora. Gli arbitri non hanno scritto nulla per malafede o perché non si sono accorti di nulla di rilevante? Di fatto, col loro silenzio hanno dato credito ai “negazionisti”, cioè a quelli che affermano che nulla o quasi nulla sia successo, e che sia tutta una montatura.
--> Il direttore di Superbasket, Limardi: "Tristemente si potrebbe dire che il basket femminile sia uscito dalla sua nicchia per esplodere sui media tradizionali [segue una breve storia di Wabara]... La campagna di sensibilizzazione promossa dalla Fip è lodevole (...) però ci mette lo stesso a disagio perché chi ha scarsa familiarità con il basket oggi tende a pensare che nel nostro mondo esista un problema di tolleranza razziale e Wabara nell'immaginario collettivo sarà sempre la giocatrice vittima di insulti (...) Non è comunque una questione tra due società, due squadre o due tifoserie. Al massimo è stato un errore interpretarla come tale con uno stupido gioco delle parti che qualcuno di noi dell'ambiente ha sbagliato ad alimentare". Tutto condivisibile, ma a chi allude da ultimo? Forse anche alla sua stessa rivista, che nel numero precedente ha dato spazio all'allusione Geas-Gazzetta di Gildo Broggi?
--> Nientepopodimeno che Diana Bracco, sulla Gazzetta di oggi (19/4): "La campagna «Vorrei la pelle nera» della Federazione italiana pallacanestro è stata un’iniziativa di successo, al tempo stesso serissima e ricca di fantasia. Ideata da un grande del basket come Dino Meneghin, questa battaglia di civiltà ci ha molto toccati. (...) Appena accaduto l’inqualificabile episodio di razzismo, mi ero sentita con Abiola e con il presidente di Bracco Geas Mario Mazzoleni, di cui ho molto apprezzato la reazione composta seppur durissima nella sostanza, che gli ha fatto onore. Una risposta civile che lo ha messo al riparo da ogni accusa di voler strumentalizzare un episodio causato dalla stupidità di poche persone probabilmente estranee al mondo della pallacanestro (...)".
--> Secondo un'approssimativa sintesi degli umori del pubblico, a Como e dintorni molti (ma non tutti) pensano che sia stato un complotto e che Wabara abbia le sue colpe; nel resto d'Italia almeno il 90% pensa che Wabara è solo la vittima del fattaccio, e che Pennestrì s'è comportato in maniera indegna.
--> Chi crede che il caso sia ormai finito, si legga la “Provincia di Como” di ieri: in una lettera un tale Bianchi scrive: “Certo mercoledì c'era qualcuno mai visto che per foga e maleducazione ha esagerato, e, questo va ammesso, ma da qui a montare tutto ciò che si è montato ne passa. E, la signora Wabara? Può fare tutto ciò che vuole? Può irridere, può alzare a ripetizione un certo dito, può fare quelle sceneggiate che ha fatto?”, mentre A. Pennestrì in persona risponde a un lettore che l’aveva definito delirante e spiega: “Personalmente ho dichiarato senza dubbio "inciviltà insultare" ma altrettanto "inciviltà" mostrare (ampiamente documentato con fotografie) il dito medio ai nostri tifosi (completamente estranei al fatto!) composti da famiglie e quindi padri, madri e bimbi. Le risposte le darò in faccia ai disinformati quando la Procura Federale, cui mi sono immediatamente rivolto, attese le conclusioni della Digos, emetterà la propria sentenza”.
--> Tutto ciò è un'interessante evidenza di ciò che significhi avere una piazza mediatica intorno alla squadra. Vuol dire avere una rete di giornali (ma ne basta anche solo uno, purché autorevole nella zona) che fanno da specchio di una precisa comunità, e che all'occorrenza si stringono intorno all'entità locale (in questo caso la società sportiva) minacciata dall'esterno. La Comense, che rappresenta Como e provincia, questa piazza mediatica ce l'ha. Il Geas, che rappresenta un territorio dai contorni e dall'identità indefiniti (il fantomatico "Nord Milano"), non ce l'ha. Nel dibattito in corso, ciò s'è visto chiaramente. Si è blaterato dell'"amicizia Geas-Gazzetta", ma la realtà è che la Gazzetta parla del Geas ogni morte di papa (e non certo come se fosse la propria squadra), i giornali di Como supportano la Comense ogni santo dì.
--> Conclusioni? L'iniziativa Fip ha avuto un effetto "catartico", cioè di purificazione espiatoria dell'atto di razzismo, compattando l'ambiente intorno a Wabara e agli atleti di colore; tuttavia dev'essere ancora completato l'accertamento inequivocabile della realtà dei fatti accaduti, l'unico che può dissipare ogni ombra
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