Calma, non intendiamo le retrocessioni in quanto tali (qualche vittima recente potrebbe prendersela), ma della lotta selvaggia che provocano. La retrocessione, massima ansia e spauracchio per società, giocatori e tifosi. Ma anche massimo godimento quando la eviti. La salvezza si festeggia come e più di una promozione. Un po' perché, con questi chiari di luna, la promozione è spesso una disgrazia: per la società, che dovrà cacciar fuori i soldi per la categoria superiore; e per le giocatrici, buona parte delle quali dovrà far le valigie (ironia, però non troppo). Ma soprattutto, crediamo, perché alla salvezza sono legati istinti primordiali: quelli di quando sei in lotta per la sopravvivenza, e quindi vivi in uno stato di tensione parossistica, finché ti rendi conto di averla scampata, e allora ti liberi dall'incubo, provi quella sensazione di sopravvissuto contro tutto e contro tutti, la stessa dei nostri antenati quando, dopo una forsennata corsa nella savana, s'accorgevano che la tigre non li inseguiva più, e la pellaccia era salva. "Piacer figlio d'affanno", diceva Leopardi: e aveva ragione. ![]()
Ma è solo uno dei tanti esempi di queste settimane. Pozzuoli che fa festa dopo aver fatto retrocedere Napoli. Il College Italia che fa festa vincendo allo scadere in gara-3 con Firenze. La lotta-salvezza è un moltiplicatore dell'interesse. Come ovviamente, sul versante opposto, la lotta per salire.
--> E però, sappiamo bene che la tendenza degli ultimi anni è di ridurre il più possibile, o addirittura cancellare, le retrocessioni e di conseguenza le promozioni. In particolare, nella "B unica" post-riforma imminente, l'abbiamo già notato (ok, si vocifera di ritocchi in vista, ma per ora possiamo solo parlare dell'unico piano messo nero su bianco), ci sarebbero solo 2 promozioni su 136 squadre, e quasi nulle retrocessioni, almeno nelle regioni in cui sotto la B ci sarà poco o niente. Il che equivale all'abbattimento massiccio di obiettivi, emozioni e picchi d'interesse, i quali si toccano quando ci sono in palio traguardi concreti.
--> Obiezione: ma più che alle emozioni bisogna pensare a salvare le società in un periodo di crisi generale: una retrocessione ammazza, senza retrocessioni puoi programmare con calma, far giocare le giovani ecc. Può darsi. Però non è certo che togliendo interesse a un campionato si aiutino le società. Ma soprattutto, perché cristallizzare le gerarchie, permettendo a chi è in crisi di rimanere dov'è, e impedendo a chi è in crescita di salire dove merita? Un sistema è più sano se promuove chi sta meglio e retrocede chi sta peggio. Se c'è ampia mobilità, tu sai che se fai le cose bene puoi salire, se le fai male (per colpa o per disgrazia) scendi ma non è una tomba perchè se l'anno dopo (o tra 2 anni, o quanto ti serve) starai meglio, potrai risalire. Qui invece si va verso un sistema in cui chi è sopra ci resta anche vivacchiando, e chi sta sotto gli ci vuole un miracolo per andare su. Serve una via di mezzo più accettabile. Salviamo le retrocessioni.
--> E di conseguenza salviamo, anzi direi aumentiamo, il numero di categorie. Perché? Perché più categorie ci sono, più è morbido il passaggio dall'una all'altra. Invece, creando maxi-scalini come sta per fare la riforma (aggiungendone uno enorme tra B e A2 a quello già enorme tra A2 e A1), ogni salto di categoria, nell'uno e nell'altro verso, è uno shock. Io vedrei bene, ad esempio, un'A2 a girone unico, elitaria, sorta di anticamera all'A1, sia tecnica che economica. Ma questa è solo un'utopia, anzi casomai è più gettonata l'ipotesi della maxi-A2 da 36.
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